Recensione Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots

Good Old Snake

Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots
Recensione: PlayStation 3
Articolo a cura di
Disponibile per
  • PS3
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    Same Old Story.

    Metal Gear Solid 4 è un colpo al cuore per tutti gli amanti della "continuity narrativa". E' il divertimento sofisticato di una personalità eclettica, che ha disseminato negli anni i pezzi di un puzzle intricato, labirintico, e li ricongiunge oggi con precisione chirurgica. Senza rinnegare nessuno dei suoi sbagli, senza reverenza per il passato e per i suoi personaggi, senza rispetto, Kojima riprende eroi ed antagonisti e li devasta. Tutti i protagonisti di quello che appare uno dei plot più ambiziosi di sempre sono strani, diversi. I nomi, gli incontri, le loro lacrime, non riescono a dare un senso di familiarità. Ad essere cambiato, in fondo, è il mondo stesso, e nessuno sembra trovarsi a suo agio in questa nuova realtà che è costretto a vivere. Snake, il grande vecchio, è un protagonista morente, antico. E' costretto alla dipartita prematura, è ormai un uomo senza più amore da dare e ricevere.
    Tuttavia sono le situazioni ad essere familiari ai fan di vecchia data. Sulla scia narrativa avviata da Sons of Liberty, Metal Gear Solid 4 si propone infatti di portare a conclusione l'intricata vicenda dei Patriots, e del loro esteso controllo su tutti gli aspetti di una guerra mossa soltanto dall'economia, e non più dalle ideologie. Il viaggio di Snake e di tutti i personaggi è alla ricerca della libertà, del paradiso in cui sfuggire alle regole della circolazione del denaro e delle commissioni. La lotta per un mondo da regalare alle generazioni future, in cui guerra e prosperità economica non siano legate.
    Il plot di MGS4 si distingue dunque per alcuni momenti davvero emozionanti, sinceramente sentiti, in grado di misurarsi con tematiche non banali e certo mature. La psicologia dei personaggi, la loro sofferenza muta, la loro dedizione da soldati perfetti e l'abbandono della speranza vengono portati sulla scena con un atto di coraggio notevole.
    Ma l'importanza della trama in Metal Gear Solid 4 è fuori scala. Prima che un gioco, l'opera di Kojima è un evento, un racconto, l'episodio conclusivo di un sogno cominciato anni fa. Senza un amore incondizionato per la trilogia di Snake, tutta la struttura del titolo rischia di apparire sbilanciata, barcollante, troppo poco dinamica e interattiva. Le sequenze filmate sono molte, e la loro tendenza è quella di soverchiare, avvolgere, accerchiare i momenti di gioco. L'interesse dello spettatore viene stuzzicato non poco in prima battuta, con sequenze concitate, spettacolari, che riescono ad esaltare ed emozionare. Ma superato il "climax" dell'atto terzo l'impianto narrativo comincia a diventare autoreferenziale. I personaggi agiscono sempre meno, si parlano addosso, hanno il bisogno avvertibile e tremendo di testimoniare. L'epicità, l'emozione, l'isteria del motion capture più estremo svaniscono poco a poco, e lasciano il posto ai tributi (doverosi), resi alla trilogia, alle vecchie situazioni, ai ricordi. Tutto, alla fine, ha un sapore meno universale. Metal Gear Solid 4 racconta una storia complessa, intricata, un fine intreccio di fantapolitica. Ma non lo racconta a tutti nello stesso modo: lo dedica espressamente ai soldati che hanno attraversato ed amato la saga, si fa capire solo da loro, parlando in una lingua incomprensibile agli altri. Ed anche in questo caso chiede un investimento di pazienza: per vedere la fine, la fine di tutto, lo Zero, si devono sopportare lunghe mezz'ore di parole, si deve sopportare un livello finale al limite dell'inconsistenza ludica, attraversato e dilaniato (divorato) dalle cut scene. Metal Gear Solid 4 non è dedicato al mondo.
    Ed è anche per questo che non riesce a superare il suo predecessore: Snake non è l'unico ad essere stanco. Anche Kojima sembra esserlo, anche la struttura portante della saga è lievemente logorata, macchieggiata dalla ruggine dei ricordi splendidi. E così il finale, il finale inatteso, il finale a sorpresa, il finale esagerato, e l'endig theme, non riescono ad ammutolire e chiudere il cuore come ha fatto Snake Eater. Non manca la passione: manca la possibilità. Snake è stanco, è vecchio, e fatto di nostalgie. E per lui non si versa neppure una lacrima.

    Same Old Snake?

    Metal Gear Solid 4 non cambia le meccaniche che i giocatori hanno imparato a conoscere: le "reinterpreta con una tecnologia più avanzata". Ma riesce a farle apparire diverse, in qualche modo, inserendole in un contesto del tutto nuovo. L'interazione con l'ambiente, con il colore, il suono, il vento e la luce, è più automatizzata rispetto a quella di Snake Eater. La Camo Suit si adatta automaticamente per mimetizzarsi con ciò che circonda il protagonista. Snake diventa invisibile in pochi secondi, appiattendosi sul terreno o restando attaccato alle pareti, e poi striscia lentamente come un verme, prono o supino, per tentare di evadere gli sguardi delle pattuglie. La mimetica ottica è uno strumento che da un vantaggio tattico sproporzionato, necessario però per potersi muovere in quelle che sono vere e proprie zone di guerra. Confuse, rumorose, mutevoli. L'infiltrazione diventa una pratica che va affinata, di fronte alla mobilitazione di veri e propri eserciti: Snake è davvero solo in ambiente ostile, e senza posti dove nascondersi. In piena luce, esposto al sole caldo del medio oriente, a quello velato del sud america, deve diventare egli stesso ambiente, mescolarsi con lo sfondo.
    A lasciare impietriti è l'impensata varietà di ambientazioni. Il medio oriente è solo il primo passo di un viaggio che conduce Snake lontano dal "sole liquido" e giallo dei teatri di guerra asiatici. Ad ogni nuova missione il contorno muta profondamente, ed il senso della scoperta ammanta ogni "atto" di velata meraviglia. La cura per la riproposizione digitale degli ambienti lascia stupiti, il level design, dove può, concede buona libertà di movimento. La componente stealth di Metal Gear Solid 4 torna così a comporsi di quel miscuglio eterogeneo fra pianificazione ed improvvisazione, non totalmente scriptata ma rispettosa di regole ferree, di routine comportamentali standardizzate. In generale, la sensazione di libertà si fa però meno avvertibile. Sacrificando del tutto il backtracking, abbandonando un ambiente unico ed immenso come quello di Snake Eater, la linearità della progressione si fa sentire. Durante il secondo atto ("Solid Sun"), Snake attraversa locazioni vastissime, con enormi strutture in muratura che è possibile esplorare o aggirare. Si perde in strade secondarie, cerca di raggiungere posizioni sopraelevate per guadagnare un vantaggio tattico. E ci mostra così, di nuovo, quei momenti in cui Metal Gear prospera. Poi sembra fare un passo indietro: il giocatore avanza quasi guidato, con sempre meno libertà. Il gioco sembra costretto, legato, limitato. Riesce ad esplodere in tutto il suo fragore durante le bellissime "boss fight", spettacolari ed impegnative, curiose e come sempre attraversate da dettagli di pura genialità. Sublima anche in quelle situazioni in cui è richiesta un'esecuzione perfetta, una pazienza sovrumana, la pianificazione precisa ed impeccabile di ogni movimento. Ma questi momenti non riescono a legarsi fra loro per formare un'esperienza di gioco uniforme, coerente. Rischiano di essere ricordati come "istanti" dispersi nel mare scuro di Metal Gear.
    A Kojima non manca inventiva, capacità di stupire, di ribaltare gli schemi di gioco proponendo sessioni alternative ed inattese. On-Rail Shooting e Mech Fighting compaiono a punteggiare l'esperienza ludica e lasciano letteralmente a bocca aperta. Ma senza una unità di fondo, di nuovo, la frammentazione diventa opprimente. In Snake Eater, ma alla fine in tutti i titoli della serie, l'elemento che garantiva la coesione era l'ambiente di gioco. Anche quando la trama e le speculazioni metaludiche tentavano di prendere il sopravvento (Sons of Liberty), non si dubitava mai della "compattezza" di tutta l'esperienza. In Guns of the Patriots, sono le situazioni ad avere il sopravvento. Metal Gear Solid 4, dunque, è in fondo un gioco diverso, sostanzialmente diverso, dai suoi predecessori. Diverso ma non migliore: è come la galleria espositiva di un genio del Game Design, l'esaltazione del suo ego. Kojima ci mostra tutta la sua innata capacità di tirare "le fila del discorso", tutti i sistemi che ha per incuriosire, stupire, rigettare gli schemi classici del suo stesso gioco. Kojima si diverte a destabilizzare le convinzioni del giocatore. Ma, appunto, è lui che si diverte. L'utente lo fa un po' meno.

    Brand New Point of View!

    La tecnica di Guns of the Patriot è, sostanzialmente, senza pari. Le locazioni si aprono vastissime di fronte agli occhi del giocatore, senza abusi e riusi, piccole perle di design strutturale. Una direzione artistica senza precedenti ha ricreato contesti credibili e veritieri, resi vivi e dinamici dall'uso splendido delle fonti di luce e dei colori. La varietà delle texture è inconcepibile, le sfumature che si dipingono sono innumerevoli. Latita, se vogliamo, la qualità di alcuni scorci in cui non abbondano come altrove le mappe superficiali, ma il risultato globale non ha davvero alcun paragone nell'attuale generazione ludica. Da questo punto di vista, e per l'uso dinamico che viene fatto dell'ambiente (seppur manchi l'interattività nuda e cruda), Metal Gear Solid 4 traccia in effetti un percorso di sviluppo che nessun game designer può permettersi di ignorare.
    I modelli dei personaggi sono ovviamente all'altezza del resto, curati nei dettagli, complessi e caratterizzati al massimo grado. E le sessioni di motion capture che hanno permesso di animarli fanno un lavoro eccellente, rendendo credibile ogni movimento, ma soprattutto rendendo vivace ed intensa ogni espressione facciale. Sia in gioco che durante le cut scene, quella che si compone è una visione d'insieme entusiasmante, senza dubbio un nuovo traguardo tecnico.
    Ed è l'uso perfetto degli effetti speciali, delle fonti di luce, degli shader superficiali, l'uso creativo di tutte queste risorse, che rende la tecnica di Metal Gear Solid 4 davvero esaltante.
    Dato il rilievo dei video in real time nell'intera economia di gioco, consegue l'impiego di una regia dinamica di spessore. Kojima ha già dimostrato di saper dirigere sapientemente sequenze animate viscerali, in grado di rapire il giocatore, avvincerlo e turbarlo. In Guns of the Patriots le tecniche di rappresentazione, l'uso delle inquadrature, le dinamiche del montaggio interno riproposte grazie all'uso del depth of field, ma soprattutto un'inventiva al di sopra del comune, compongono un'esperienza visiva che è quanto di più vicino esista al cinema. Come si è detto, a livello prettamente ludico lo spostamento di equilibrio verso l'esperienza spettatoriale potrà rendere meno felici del dovuto intere turbe di videogiocatori, ma da un punto di vista qualitativo, di nuovo l'insegnamento di Kojima non potrà mai passare inosservato.
    Ovviamente si compone, a fronte di quello visivo, un orizzonte sonoro di sicuro spessore. Di nuovo tornando alla volontà principale del producer, cioè quella di usare il "media" per offrire un'esperienza ibrida fra quella spettatoriale e quella ludica, pare però che l'accompagnamento musicale abbia smorzato i suoi toni, e sia il sottofondo di voci e rumori a risultare marcatamente esaltato in Guns of the Patriots. Un doppiaggio (inglese) eccellente, ben caratterizzato e composto di voci espressive, quasi senza eccezioni, rende onore al cast di personaggi digitali, anima ogni situazione. Nelle fasi in-game sono i rumori dell'ambiente e della guerriglia che si fanno più presenti. Tempeste di neve in quello che è senza dubbio lo schema più nostalgico di sempre, il fragore delle esplosioni per le strade del medio oriente, la fierezza della natura nel sud america. L'accompagnamento musicale resta sullo sfondo, diventa fondamentale in quelle situazioni più "irreali", nel corso degli schemi finali o durante i boss fight. Ed ovviamente è un accompagnamento d'eccezione, introdotto durante i menù in game dalla nuova rielaborazione del tema principale (titolata, per l'occasione "Old Snake"). Resta però poco comprensibile, in alcuni momenti, la predilezione per i silenzi totali, i tempi morti e la riflessione intima, o la selezione di brani non originali, che di certo non riesce a stimolare come i pezzi orchestrati per gli altri capitoli. Snake Eater, con la sua esagerata ostentazione della colonna sonora (cantata addirittura durante il gioco), ci aveva riportato ad un tempo in cui la finzione non si vergognava di essere irreale. Guns of the Patriots vuole forse scolorire la linea di demarcazione tra virtuale e reale. Ma si fa sentire la mancanza di qualche brano più epico. Così come il finale sembra essere meno mordace rispetto a quelli dei vecchi capitoli, meno "totalizzante" e vasto, anche l'ending theme, come i brani che lo precedono, ha un suono appena agrodolce.

    Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots Metal Gear Solid 4: Guns of the PatriotsVersione Analizzata PlayStation 3Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots è un gioco diverso dai suoi predecessori. Su di essi scherza, li deride, e prende una strada sostanzialmente opposta, senza però rinnegare la loro eredità. Sembra anzi che il lavoro di Kojima sia pensato per esaltare questa eredità, portarla alla luce nei flashback mnemonici che colgono i personaggi principali, nella riproposizione di situazioni ed ambienti noti, nei rimandi scherzosi a vecchi antagonisti. Il titolo riesce, senza alcun dubbio, a soddisfare le volontà del suo creatore. Perché pur colmo di un “feeling” antico, pur sfruttando meccaniche consolidate (ma rispolverate e tirate a lucido), appare davvero, soprattutto inizialmente, come un prodotto nuovo. Ma tutta la composizione ludica si sfalda, ancora una volta intenzionalmente, di fronte all'impianto narrativo, che risulta vorace, cannibale, avido. Si estende poco a poco, riuscendo ad entusiasmare grazie ad una qualità senza pari, ma alla fine lascia pochi spazi al giocatore, comincia a diventare retorico, pieno di parole. E così, ciò che era iniziato sotto i migliori auspici (Act 1: Liquid Sun) e proseguito in maniera davvero ineccepibile (Act 2: Solid Sun) diventa poco a poco un quadro frammentato, fatto di momenti. Alcuni davvero indimenticabili, ma senza coesione, senza unitarietà. Metal Gear Solid 4 suscita forti emozioni, entusiasma, avvince. E' un atto di amore per la propria creazione, dedicato esplicitamente a chi ha “vissuto” ogni gesta di Snake. Ed è, a suo modo, a sprazzi, un nuovo perfezionamento delle dinamiche del migliore stealth game (che sanno adattarsi, anch'esse proteiformi e abili trasformiste, ad ogni momento storico e condizione). E' un titolo da provare, da vivere. Ma Guns of the Patriots è anche il messaggio finale di un eroe morente, in un mondo morente, senza altre prospettive. Il messaggio di Snake, e del suo creatore, è chiaro: è il momento di andare oltre. E quest'epoca non sembra adatta per avere un nuovo messia.

    8.5

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