Metroid Dread Recensione: l'imperfetta chiusura del cerchio

Nintendo, in collaborazione con MercurySteam, torna alla ribalta con una nuova avventura 2.5D nello spazio profondo.

Metroid Dread
Recensione: Nintendo Switch
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  • Switch
  • Come anticipato nell'ultima anteprima di Metroid Dread, le prime battute con la nuova avventura di Samus Aran - un episodio inedito che chiude un arco narrativo inaugurato addirittura su NES nel lontano 1986 - si dimostrano genuinamente folgoranti. Perché, sin dagli albori, il bello di Metroid sta proprio nell'innata diversità da tutto il resto del giocoso pantheon della Grande N, nel suo essere così profondamente unico e a sé stante (tanto da aver addirittura definito un intero sottogenere).

    Non è dunque certo un caso che, nel ritrovarsi sperduti e isolati in uno scenario dalle stranianti note aliene, basti pochissimo per riscoprire il mai sopito fascino di una saga effettivamente speciale. Il franchise nato dalla fantasia del compianto Gunpei Yokoi, che proprio nel 2021 ha compiuto i trentacinque anni di età, è fatto di lunghi silenzi della protagonista, di musiche dalle possenti venature extraterrestri, di suggestioni di universi lontani nel tempo e nello spazio: Metroid incarna come forse nessun altro videogioco la magnetica solitudine nell'esplorazione, fra labirintici pianeti industrializzati e strane tecnologie da recuperare un passo alla volta, verso un crescendo irresistibile.

    Bentornata, cacciatrice di taglie

    È proprio qui che si inserisce - con tutto il suo sferzante carico di rinnovata energia ed inedito dinamismo - Metroid Dread, quinto capitolo ufficiale della serie pubblicato a distanza di ben diciannove anni dall'eccellente Metroid Fusion per Game Boy Advance. Un progetto in realtà a lungo vociferato tempo addietro, in sviluppo su Nintendo DS a metà anni duemila, prima cancellato per imprecisate limitazioni tecniche e ora recuperato grazie alla proficua collaborazione con gli Spagnoli di MercurySteam, già autori di Castlevania Lords of Shadow e soprattutto del remake per Nintendo 3DS di Metroid II: Return of Samus (per saperne di più, eccovi la recensione di Metroid Samus Returns).

    Vista la clamorosa distanza intercorsa da Fusion, di cui Dread è narrativamente a tutti gli effetti un seguito diretto, gli sviluppatori hanno trattato il ritorno sulle scene della taciturna eroina in armatura come una sorta sia di epilogo che di nuovo inizio: insomma, se non vi siete mai avvicinati al franchise, non abbiate alcun timore di farlo ora, perché al contrario vi troverete davanti qualcosa di fieramente unico.

    Un'introduzione rivedibile a livello di regia e spettacolarità, fatta di illustrazioni più o meno animate, funge da preambolo alle vicende: sopravvissuta per miracolo al letale confronto con i Parassiti X grazie a un vaccino a base di cellule Metroid (creature fluttuanti in grado di risucchiare la linfa vitale da

    qualsiasi organismo) e alla conseguente estinzione degli stessi durante la distruzione del pianeta SR388, la cacciatrice di taglie Samus Aran, ormai profondamente cambiata nel fisico e nella mente, viene chiamata dalla Federazione Galattica a indagare su un'inquietante anomalia. Non soltanto un misterioso video proveniente dal pianeta ZDR mostra infatti un esemplare di Parassita X in perfetta salute, ma la squadra speciale di sette avveniristici robot E.M.M.I. (Esploratori Mobili Multiforme Interplanetari) inviati a investigare la faccenda è scomparsa senza lasciare traccia alcuna. Spetterà ovviamente alla nostra inossidabile eroina - l'unico essere vivente conosciuto immune agli X - provare a far luce sulla delicata questione.

    Un connubio di azione e terrore

    L'elemento che stupisce maggiormente sin da subito di Metroid Dread, non appena la visuale passa al canonico scorrimento laterale in stile 2.5D, è senza ombra di dubbio la fluidità dei controlli. Molto semplicemente, Samus non è mai stata così scattante, così dinamica e così performante tanto in

    combattimento quanto durante le fasi più prettamente esplorative. No, neppure nel discutibile e controverso Metroid: Other M, sviluppato da autentici guru dell'azione come quelli di Team Ninja. In questo senso la "cura" MercurySteam, già intravista su 3DS nel 2017, ha fatto senza ombra di dubbio benissimo alla bionda protagonista: dalla mira libera a 360° anche mentre si è in movimento all'inedita scivolata, passando per l'attacco corpo a corpo in scatto o la possibilità di sparare mentre si è aggrappati a certi tipi di parete grazie al Magnete Aracno, il risultato è una cacciatrice più che mai agile e attiva. Uno slancio di briosa modernità che, per l'appunto, non può non convincere ed entusiasmare.

    Alla stessa maniera, specie sulle prime, risultano efficaci e particolarmente a tono i segmenti in cui, per contrappasso, la corazzata predatrice finisce per trasformarsi in una vera e propria preda. Il Dread del titolo - letteralmente "terrore" in inglese - si riferisce infatti alle sfumature ansiogene derivanti dalle interazioni tutt'altro che pacifiche con i già citati E.M.M.I.: i robot inviati dalla Federazione Galattica si dimostrano avversari pressoché invincibili, inaffrontabili a viso aperto a dispetto delle considerevoli abilità di Samus.

    Costruiti con un materiale impossibile da scalfire con armi ordinarie e letali negli attacchi (basta essere catturati per incorrere nel game over istantaneo, a meno di non riuscire a salvare la pelle con un contrattacco dalla finestra di esecuzione volutamente risicatissima), queste letali macchine finite fuori controllo pattugliano particolari zone della mappa braccando letteralmente la povera Aran. In questi passaggi Metroid scopre apprezzabili sfumature horror senza precedenti per la saga: una volta oltrepassate le porte che delimitano il territorio di caccia degli E.M.M.I. bisogna agire con la massima cautela, prestando attenzione sia alla mappa che al level design. La musica

    meravigliosamente angosciante, il filtro leggermente disturbato sulla telecamera e i suoni sinistramente ovattati rendono i primi contatti con questi avversari sintetici davvero intensi e piuttosto memorabili: ci si muove in modalità stealth sempre e comunque col fiato sospeso, facendo attenzione a non correre e a non saltare troppo per evitare di attrarre cacciatori instancabilmente sulle nostre tracce. Quando a un certo punto qualcosa va storto e si viene individuati, l'adrenalina inizia a pompare in modo selvaggio: la fuga diventa una questione di istinto e di attimi, e l'incalzante colonna sonora contribuisce ad aumentare i già acceleratissimi battiti.

    Luci e ombre sul pianeta ZDR

    E qui però subentra uno dei problemi principali di Metroid Dread, ovvero la ripetitività. Perché, a dispetto di un inizio brillante, in lodevole equilibrio fra l'azione aggressiva e sezioni dai ritmi più ragionati, la progressione di un'avventura completabile in circa nove ore scarse non risulta del tutto impeccabile. Anzi. Si prendano per l'appunto i testa a testa con gli Esploratori Mobili Multiforme Interplanetari: la struttura rimane grossomodo sempre la medesima, ma arrivati alla sesta riproposizione delle stesse identiche dinamiche, con giusto qualche marginale variazione sul tema (pure in termini estetici, visto che gli E.M.M.I. si limitano un po' mosciamente a cambiare colore), è chiaro che il brivido lasci spazio a inevitabili accenni di noia.

    Stessa identica situazione per il combattimento, che in primis esalta per la fulminea reattività, ma a lungo andare si dimostra troppo poco strutturato e pigramente costruito quasi esclusivamente sul contrattacco, nell'attesa di un bagliore bianco che permette di finire qualsiasi avversario con una brutale counter. Un po' poco per una virata action che all'inizio viene lasciata presagire, senza in realtà trovare sviluppi così consistenti - e che, come dimostrato dal meraviglioso Ori and the Will of the Wisps, avrebbe invece avuto una sua fiera ragion d'essere. A maggior ragione se si considera la varietà di nemici non proprio stellare.

    L'esplorazione è sicuramente figlia del modello Hollow Knight: non aspettatevi di essere guidati (non soltanto per mano, ma neppure a grandi linee...) nel vostro peregrinare per i sotterranei di ZDR, perché in qualche caso vi capiterà di dover vagare per diversi minuti senza una meta ben precisa, alla ricerca del

    giusto sbocco in grado di condurvi alla prossima abilità da sbloccare o a un determinato snodo della comunque marginale trama. Intendiamoci: non si tratta in alcun modo di un difetto in sé e per sé, bensì di una precisa scelta di design che farà inevitabilmente felici alcuni scontentando al contempo altri. Resta tuttavia da precisare che la navigazione tra le diverse aree della mappa non è sempre esattamente agevole, e che anzi la rigida struttura fatta ad ascensori e teletrasporti obbliga a rinunciare a una certa versatilità di fondo, costringendo a spostamenti prestabiliti che qualche volta funzionano e qualche volta mettono i bastoni tra le ruote, specie durante il backtracking nella parte finale dell'avventura.

    Note invece leggermente meno positive del solito in termini di "effetto wow": Metroid, in particolare dalla strepitosa serie Prime in poi, è comunque diventato sinonimo di una certa magnificenza visiva, di un sincero gusto per l'esotismo spaziale fatto di creature mostruose, reliquie enigmatiche e panorami mozzafiato (supportati su GameCube anche da una realizzazione tecnica magistrale).

    Dread da questo punto di vista funziona decisamente meno di altri episodi: l'aspetto è sempre un po' generico, con interni da stazione spaziale abbastanza banali ripetuti di continuo, che troppo raramente sfociano in occasionali momenti in grado di colpire davvero l'occhio - sezioni quasi sempre legate a piccoli scorci "naturali" come una grotta bagnata da un ruscello, le rovine di un tempio Chozo con la natura in fiore o un gigantesco acquario popolato di strani organismi tentacolari.

    Sembra mancare insomma un po' di genuina ispirazione artistica, di respiro, di quella poderosa visione che all'epoca aveva invece saputo aggiungere con meriti clamorosi Retro Studios. Con una mirabile e nettissima eccezione, ovvero la pregevoli boss fight: scontri tiratissimi e in alcuni casi davvero impegnativi - a mia personale memoria tra i più duri di sempre in casa Nintendo - destinati a lasciare a bocca aperta di fronte a creature minacciose, fra esplosivi ritorni e appassionanti new entry.

    Testa a testa in cui Dread diverte e stupisce, mettendo in mostra attraverso coreografie esagerate una coraggiosa anima hardcore (invero delle volte persino eccessiva, perché con un unico livello di difficoltà selezionabile in partenza il rischio di frustrare un pubblico meno agguerrito c'è eccome).

    Metroid Dread Metroid DreadVersione Analizzata Nintendo SwitchMetroid Dread è un’esperienza a tratti profondamente godibile eppure al tempo stesso imperfetta. A MercurySteam non è certo mancato il coraggio di rischiare, proponendo nuove trovate, un eccezionale dinamismo e sorprendenti venature horror: elementi che vanno a inserirsi in maniera coerente all’interno di una formula vincente, rodata nel corso degli ultimi trentacinque anni. Alcune sbavature di troppo - frutto probabilmente di una produzione non all’altezza dei pesi massimi Nintendo - finiscono tuttavia col far perdere colpi all’insieme:  con qualche idea extra, meno ripetitività e un po’ più di carattere in termini artistici il risultato avrebbe potuto essere diverso e ancora più rotondo. Resta ad ogni modo sempre affascinante ritrovare Samus sui nostri schermi, in un franchise che meriterebbe più di quanto solitamente ottiene (a cominciare dalla Grande N).

    7.8

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