No More Heroes 3 Recensione: l'atteso ritorno di Travis Touchdown

Esce oggi, in esclusiva su Nintendo Switch, No More Heroes 3, il terzo episodio della serie ideata da Suda51. Celebriamo insieme il ritorno di Travis.

No More Heroes 3
Recensione: Nintendo Switch
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Disponibile per
  • Wii
  • Switch
  • Gli occhiali da sole a specchio non possono nascondere le fiamme che divampano negli occhi di Travis Touchdown. Eterne, fluorescenti come il raggio di energia che sgorga dall'elsa della Beam Katana, alimentate dal combustibile dell'ossessione, da una sete di sangue senza freni inibitori, predatoria, inarrestabile, frenetica. Un uomo che ha accettato la sua indole, una tigre da palcoscenico con l'unico obiettivo di dare spettacolo, combattendo fino alla morte, i denti affondati nella carne, come un giocatore che non riesce a staccarsi dal pad, cancellando il confine tra realtà e finzione, diventando un essere di pura passione. Il nerd supremo, patrono di Santa Destroy, è tornato ancora una volta, spinto al massacro dall'ennesima, lisergica e deflagrante visione di Goichi Suda, intrappolato nel suo loop creativo esattamente come Travis è condannato a un'infinita scalata al trono di assassino più folle dell'universo.

    Assassini dallo Spazio

    La prima, surreale ora di No More Heroes 3 è da manuale del fomento e dell'esaltazione virtuale. L'apertura in stile anime è splendida e racconta di un piccolo e tenerissimo alieno, FU, che precipita sulla terra e incontra un ragazzino di nome Damon, a cui donerà il suo potere per farsi aiutare e costruire insieme un'astronave con cui tornare a casa, lassù, tra le stelle. Una specie di E.T. nipponico con una chiusa tutta al miele, "ti voglio bene Damon, ci rivedremo tra 20 anni!".

    E gli anni effettivamente passano, il ragazzino è diventato un potentissimo CEO stile Elon Musk a capo di una delle più influenti aziende della Terra, grazie soprattutto alla conoscenza donatagli da FU, mentre il dolce extraterrestre è diventato, beh, uno dei più famigerati e spietati distruttori di pianeti della galassia! Meglio noto come Jess Baptiste VI, principe psicopatico e narcisista di una stirpe di conquistatori e boss della Galactic Superhero Corps, scoccati i 20 anni da quel toccante addio è tornato sul nostro pianeta per trasformarlo in un giardino della follia, come un sadico bambino che si diverte a bruciare le formiche, semplicemente per soddisfare la sua sete di potere. I villain che ci piacciono, quelli matti da legare, violentissimi e iper-carismatici! Le cose vanno fatte per bene e in via ufficiale però, non ci sarebbe gusto a sottomettere una specie così debole e patetica come quella umana senza il brivido della sfida, e allora ci pensa la nostra cara Sylvia Christel a intercedere con la sua United Assassins Association (UAA) e a organizzare la prima classifica galattica per squilibrati serial killer alieni, apparecchiando la tavola alla terza venuta di un Touchdown più inca***to che mai, pronto a spezzare qualche collo con dei Tiger Suplex ben assestati. Pura pulp fiction.

    C'è tutto in questo inizio: l'azione folgorante di un combat system che promette tanto ma che non riuscirà a mantenere tutto, sangue a ettolitri, arti mozzati, esplosioni, robottoni, un parterre di personaggi esponenzialmente eccentrici, il dramma, linee e linee di umorismo slapstick, bello grezzo e una serie di bulldozer pronti a sfondare quarte pareti per creare un open space capace di contenere l'ego di Suda a malapena, nonostante si intravedano subito dei palesi limiti tecnici che andranno poi a peggiorare minuto dopo minuto.

    Una presentazione straordinaria, realmente fuori parametro per ricerca stilistica, che sfoglia continuamente un catalogo infinito di correnti estetiche provenienti da ogni medium, cultura, epoca, mescolando il puro citazionismo e il gusto che ha sempre contraddistinto le opere di Suda51 con suoni, tracce, rumori che sembrano arrivare da un'altra dimensione. E il gioco riesce a scegliere costantemente la soluzione audio-visiva più caustica, vibrante, eccitante, diversa per ogni occasione e sempre perfetta come una lente a contatto, tra menu in stile Windows '95 e sigle da serie animata.

    Non proprio spettacolare da vedere

    È però quando si passa al gameplay che l'opera Grasshopper sembra perdere diottrie e credibilità, con una resa visiva da "mettiamo tutto al minimo" che cancella dettagli, sfoca le texture, incasina i riflessi e fatica, in portabilità, a tenere i 720p che dovrebbero essere ordinaria amministrazione su una console che riesce a far girare roba come Astral Chain (per rinfrescarvi la memoria, ecco la recensione di Astral Chain) senza lamentarsi (restando sul genere).

    Mentre su TV ha anche una resa peggiore, di pongo, tra pop up continui e superfici talmente lisce da sembrare levigate. Basti pensare che l'impatto visivo della conversione di No More Heroes 2 Desperate Struggle (ve lo ricordate? Ecco la recensione di No More Heroes 2), sempre su Switch, a 60fps marmorei e 10 anni sulle spalle di quel motore grafico è decisamente più piacevole. E se le scene d'azione si sforzano di mantenere un frame rate assolutamente accettabile e fluido, complice anche un design elementare delle arene, con un colpo d'occhio perlomeno discreto esaltato dalla velocità furiosa delle battaglie, è il ritorno (in versione peggiorata) della maledetta struttura open world del primo, indimenticato capitolo a far naufragare tutto il discorso tecno-ludico su cui si appoggia questo terzo episodio. Roba da stomaci forti.

    Un open world da riempire

    Un mondo di plastica, finto, vuoto e sgranato come un video in eterno buffering, obbligati a girarlo sulla stupenda quanto inguidabile moto di Travis in stile Akira per guadagnare soldi da versare alla UAA come tariffa d'ingresso alla prossima boss fight. Denaro sporco ottenuto completando scontri con mob e mini-boss irrimediabilmente ripetitivi dopo le prime ore, incapaci di trasmettere quel brivido iniziale che tanto mi aveva colpito, oppure svolgendo qualche lavoretto sotto forma di mini-giochi che spaziano in un range che va dal mediocre all'imbarazzante come qualità ludica; dallo sturare i WC pubblici al raccogliere la spazzatura, dal classico tosaerba al bombardare alligatori giganti. Non c'è ritmo, non c'è suggestione, non c'è racconto in questi momenti di vacuo free roaming, nonostante lo sforzo di nasconderci dentro collezionabili, missioni secondarie e chicche varie che non riescono però a riaccendere l'entusiasmo.

    Purtroppo, qui di punk c'è ben poco, perché se la Santa Destroy liberamente esplorabile del 2007 aveva anche un senso satirico nei confronti dell'industria, oggi suona stonato come una battuta già sentita, diventando lo specchio di una mancanza di idee veramente preoccupante, laddove il director si è sentito in dovere di riempire col nulla ludico gli spazi tra un momento riuscito e un altro, in un citare sé stessi terribilmente pigro.

    E non me lo sarei aspettato da un Suda51 che era l'emblema della maleducazione videoludica (Il meraviglioso The Silver Case 2425 è tornato per ricordarcelo), quella spocchia sovversiva con cui se ne fregava delle regole di design per dare vita a immaginari totalmente fuori canone, che oggi però somiglia più al cantante di mezza età di una cover band che suona nei pub di periferia le tracce del primo No More Heroes. "Kill the Past" suona ormai più come un semplice slogan che come una filosofia. Qui il peso del passato si fa sentire eccome.

    Travis colpisce ancora

    E per un Goichi Suda che non ha avuto il coraggio di tagliare il superfluo ma ha preferito annacquare, ecco che come sempre è Travis a doverci mettere una pezza. Perché se non è tutto da buttare il nostro director deve fare un monumento a un personaggio che ormai sembra muoversi in totale autonomia in questo mezzo disastro ludico, sguazzandoci e facendosi beffe della qualità dello sviluppo e non risparmiando commenti acidissimi.

    Salvare la Terra e il videogioco del suo creatore sono praticamente la stessa cosa, una missione da affrontare per puro piacere sadomasochista, con una spavalderia invidiabile, una morale distorta e la lingua affilata di chi non ha rispetto per niente e nessuno. Sempre fuori dal copione, anarchico, instabile, tutto istinto, istrionico e incontenibile davanti alla telecamera, pronto a dispensare trash a badilate con un Robin Atkin Downes al doppiaggio più carico che mai. Ammicca, sfotte, guarda negli occhi il giocatore, Mr. Touchdown vive oltre il gioco, lì nel salotto di Bishop a parlare e straparlare di vita, morte e soprattutto miracoli di Takashi Miike con quell'esaltazione nella voce che solo i cinefili incalliti riescono a trasmettere. Per poi andare a coccolare un po' Jeane e ritrovarsi nel purgatorio dell'open world in stato catatonico, totalmente dissociato, nessuna parola, solo l'insostenibile attesa verso il prossimo incontro per scalare un'altra posizione, divorare un'altra vita.

    Perché se la saga ha un merito è quello di aver glorificato oltremodo il concetto di boss fight come momento catartico; un puro, violentissimo e carnale spettacolo, in cui No More Heroes 3 non fa eccezione.

    L'avvicinamento a questi momenti di puro godimento è ancora una volta appannato dall'ennesima scelta di design insensata (accennata in precedenza), ovvero gettare gli scontri con i nemici comuni (obbligatori) a manciate sulla mappa invece di creare dei veri e propri stage come nei capitoli precedenti, frammentando invece che concentrando. E si cancella così con un golpe di game design quel flow da action b-movie che ha sempre caratterizzato la serie.

    Il disappunto è doppio, perché a livello di combat system ci siamo, c'è tutto quello che serve e funziona, con quella bilancia che pende come sempre più dal lato del button mashing che della tecnica (misto a motion mashing se si gioca coi joy-con staccati dal corpo di Switch, per un godereccio revival Wii).

    Un'azione tutta di pancia, muscolare, brutale con belle animazioni, attacchi velocissimi, potenti, shakerate di Beam Katana per ricaricarla come fosse un sex toy e finisher sanguinose, pirotecniche, tra fluidi iridescenti, scie energetiche e scrosci di pixel.

    Si è provato poi a inserire una meccanica di schivata perfetta stile Witch Time di Bayonetta con risultati abbastanza altalenanti e input di attivazione a mio avviso totalmente sballati, col rallenty che entra quando il nemico è ai primi frame di attacco mentre invece si inceppa quando si ha davvero la sensazione di aver evitato l'assalto all'ultimo millesimo.

    Tornano poi le abilità psico-cinetiche del Death Glove di Travis Strikes Again, estremamente utili e scenografiche, oltre alle immancabili e dolorosissime mosse di wrestling, capaci di equilibrare il flusso degli scontri spingendo ad attaccare a testa bassa fino a stordire i nemici, sbatterli a terra, ricaricare automaticamente la katana e attivare la slot machine delle special. Con il triplo 7 che scatenerà il jackpot di potenza sbloccando l'esoscheletro di Travis in stile tokusatsu, dotato di super velocità, spada laser, una quantità di missili da radere al suolo un'intera città, oltre a due bei reattori capaci di lanciarlo in orbita per inediti e abbastanza riusciti scontri spaziali contro enormi alieni dai pattern più puzzle che action.

    Sequenze simpatiche in arene sferiche, abbastanza semplici ma decisamente epiche e inaspettate, una di quelle spezie che ci stanno sempre bene. E poi arrivano loro finalmente, i veri protagonisti, la sporca decina che terrorizza l'universo e rialza le sorti di un'opera che paga anche l'aver dato troppo poco spazio ai cattivi, non approfondendoli adeguatamente dal punto di vista psicologico e lasciando un po' il rimpianto di non averli conosciuti bene dopo avergli fatto saltare la testa.

    Perché poi, dal character design super-spinto stile "carnevale dell'assurdo" al battle design, si torna sui livelli che competono a un No More Heroes, ritrovando quella verve che sembrava ormai persa tra i gigabyte del download. Combattimenti magnetici, rhythm game da sagra di paese, concerti di idol trasformati in efferati duelli, clamorosi cambi di genere capaci di mutare la forma stessa del gioco in un RPG totalmente no-sense. E non aggiungo altro perché ci sono delle robe da manicomio! C'è veramente da restare sbalorditi davanti a certi colpi di genio, quelli di un top player discontinuo ma ancora capace di esaltare la folla con la sua classe innata. 10-12 ore di gioco divise in parti uguali, 50 minuti di nulla assoluto (o quasi) e 10 minuti di paura e delirio a Santa Destroy che svegliano dal torpore con assordanti cannonate. Che sia un combattimento particolarmente adrenalinico o l'incontro con una vecchia conoscenza, le tante cut-scene lisergiche, una delle elettrizzanti tracce rock della potentissima soundtrack firmata Nobuaki Kaneko o qualche memorabile battuta di Travis, è evidente che c'è ancora un cuore che batte lì sotto.

    È ancora vivo quello spirito dissacrante e ribelle che avrebbe avuto bisogno di ben altra struttura per mostrarsi in tutta la sua benedetta volgarità. E alla fine è difficile non volergli bene per quello che è, accettando il fatto che sia un b-game fatto e finito, decisamente estremo per i palati più raffinati ma che probabilmente col tempo lascerà impresso nella memoria di chi ama la saga solo i momenti per cui è valsa la pena giocarci. E fortunatamente ce ne sono parecchi.

    No More Heroes 3 No More Heroes 3Versione Analizzata Nintendo SwitchTogliendo tutto quello che non funziona e che è lì per fare "longevità", avremmo avuto 5 ore clamorose di pura exploitation videoludica che saremmo stati pronti a glorificare come cult. Ma la realtà è che la nuova opera di Suda51 per Nintendo Switch è l'ombra del No More Heroes che fu, dove le idee geniali, le follie, i momenti memorabili e lo stesso efferato combat system sono annacquati in un contesto tecno-ludico mediocre e privo di ritmo. Dispiace ancora di più perché narrativamente funziona pure meglio di altri episodi e questo Travis è una bomba atomica di personalità e furia, tanto da riuscire a tenere in piedi il titolo Grasshopper con la sua sola, tracotante personalità. Da lodare senza riserve invece la presentazione generale, pazzesca, così come una colonna sonora che continuerà a far vibrare i timpani anche a console spenta. Consiglio spassionato: se pensate di cominciare direttamente da No More Heroes 3 dedicatevi prima alle riedizioni (ottime) dei due capitoli iniziali: per goderselo in tutti i suoi difetti serve lo stomaco forte di chi a Santa Destroy ci è cresciuto.

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