Namco Museum Archives: da Pac-Man a Dig Dug, tornano i grandi classici

Due collezioni tra leggende e perle dimenticate, riapre il museo di Bandai Namco con due raccolte antologiche dedicate ai nostalgici.

Namco Museum Archives: da Pac-Man a Dig Dug, tornano i grandi classici
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  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Ho opinioni molto forti sul retrogaming, me ne rendo conto. Me ne occupo così tanto che potrei sembrare incontentabile, ma è perché la preservazione è un tema complicato e ricco di sfaccettature, specie quando ci sono di mezzo il marketing e il denaro. In passato (e anche nel presente) ho espresso opinioni molto dure sulle mini-console, a mio avviso colpevoli di generare montagne di plastica e potenziali rifiuti tecnologici per proporre quello che, di fatto, si potrebbe tranquillamente ottenere con delle semplici raccolte di software. I due Namco Museum Archives seguono dunque questa seconda via, con una doppia collezione di classici dell'era 8 bit disponibile su PS4, Xbox One, Switch e PC. Sono finalmente soddisfatto? Non proprio. Quando si parla di storia, i giochi non bastano. Serve anche, per l'appunto, la storia.

    Un museo senza targhette

    L'importanza di Namco nella cosiddetta "Golden Age" delle sale giochi è a dir poco fondamentale. Oggi la consideriamo una software house tra tante, ma all'inizio degli anni Ottanta lasciò un'impronta indelebile sul concetto stesso di gioco arcade. Tutti ricordano Pac-Man, giustamente, ma in quell'era di pionierismo Namco dettò legge, tanto nel game design quanto nella direzione artistica. Sfornò una miriade di giochi audaci, originali e al tempo stesso di una pulizia incredibile.

    Giochi che riuscivano a essere contemporaneamente ricchi ed essenziali, semplici ma memorabili, capaci di raccontare grandi storie nello spazio di un gettone. Ma la potenza e la lungimiranza di Namco non si fermava alle fumose sale giochi di Tokyo. Nel 1984 Nintendo stava dominando il mercato domestico con il Famicom (la console a 8 bit giunta in occidente come NES), ma aveva bisogno di un flusso costante di giochi per la sua console. Aprì quindi lo sviluppo alle terze parti, inaugurando lo standard attuale, e Namco fu la prima a partecipare al programma. Fondò Namcot, un brand dedicato alla conversione su Famicom dei suoi grandi successi da sala giochi. Sono proprio queste conversioni a comporre circa l'80% della lineup proposta da entrambi i Namco Museum Archives. Si tratta di lavori di grande qualità e interesse storico, ma che per ovvi motivi sono di gran lunga inferiori alle loro controparti da sala giochi, che avevano a disposizione un hardware superiore a quello del povero Famicom.

    Tutta questa storia non è nemmeno accennata dai Namco Museum Archives: i giochi vengono proposti così come sono, con un menu scarno e una musichetta orecchiabile di sottofondo. Non c'è uno straccio di contenuto che racconti la storia di quei piccoli miracoli di programmazione, che li contestualizzi, che faccia respirare l'importanza che ebbero all'epoca. Non ci sono nemmeno gli splendidi artwork che adornavano le copertine e le cassette dell'epoca. Lo dico chiaro e tondo: senza tutta la storia che c'è intorno, siamo alle prese con le conversioni inferiori di giochi di quasi quarant'anni fa.

    Un dettaglio, in particolare, mi manda fuori dai gangheri. Il menu del gioco mostra in bella vista il titolo della collection, Namco Museum Archives, mentre in tutti i giochi, presentati con la loro schermata del titolo, troneggia il nome Namcot. Non c'è nemmeno un trafiletto che spieghi la differenza e quella "t" in più che racconta così tanto di quell'epoca che un museo dovrebbe preservare. Una scelta sciatta e pigra. L'assurdità è che in tutta la collection non ho trovato un singolo riferimento al Famicom e al NES. Un giovane che si trova davanti a questo museo può recepire solo un messaggio: "giochi vecchi". Senza storia, rimane solo la polvere e la nostalgia.

    È una grande occasione sprecata, anche perché con un minimo di sforzo editoriale sarebbe stato possibile fare cultura del gaming, permettendo alle nuove generazioni di capire un momento cruciale della storia della industry. Senza contesto e cultura, ripeto, rimane solo una collection di giochi difficili, spigolosi, in versioni inferiori rispetto agli originali da sala giochi. A poco serve la possibilità di salvare e riavvolgere il gameplay, senza capire il perché di alcuni fenomeni.

    Rarità e "demaster"

    Oltre alle conversioni da sala giochi, in entrambi i Museum Archives troviamo alcune esclusive nipponiche per Famicom, come l'adorabile Splatterhouse: Wanpaku Graffiti, lo sfizioso Mappy-Land e l'originale puzzle Mendel Palace, primo gioco sviluppato da Game Freak, lo stesso studio che dieci anni dopo avrebbe travolto il mondo con i suoi Pokémon (non sarebbe stato bellissimo poterlo leggere negli extra del gioco, invece che nella recensione su Everyeye?).

    Molto interessanti anche i due giochi "moderni": un'ottima conversione di Gaplus e un demaster delizioso di Pac-Man Championship Edition, la splendida revisione del 2007 del capolavoro di Iwatani. Per il resto, ci sono conversioni eccellenti, come quella di Sky Kid, ma anche delle porcherie come Pac-Land, che perde completamente il fascino dell'originale da sala giochi. Ci sono titoli complessi e potenti come Tower of Druaga, una chicca tutta da studiare, e un paio di giochi di più ampio respiro, con un ritmo più domestico, come Dragon Buster II.

    La selezione è ottima e di grande valore storico, anche perché spesso sono proprio le conversioni a raccontare meglio lo spirito dell'era degli 8 bit. Peccato, davvero, che nulla di tutto questo venga spiegato, e che sembri di trovarsi alle prese con un frontend e una manciata di rom.

    Namco Museum Archives Namco Museum ArchivesVersione Analizzata PlayStation 4Una grandissima occasione sprecata, ennesima dimostrazione che le stesse software house devono imparare a studiare la loro storia, per preservarla e valorizzarla. Una grande era di conversioni a 8 bit, presentata con una selezione di tutto rispetto, viene gettata al giocatore senza spiegazioni, senza copertine, senza nemmeno nominare la console di origine. Non ci sono artwork, non ci sono le splendide cartucce dei giochi, non ci sono note storiche. Chiunque non abbia vissuto quell'epoca o non abbia ben presente il panorama 8 bit nipponico degli anni Ottanta non ha gli strumenti per capire l'importanza di Namco. Strumenti che una collection come quella dei Museum poteva dare, anche con un minimo sforzo. I giochi sono belli, soprattutto le esclusive Famicom, e la versione 8 bit di Pac-Man Championship Edition è una chicca, ma se vogliamo preservare la grandezza bisogna fare molto più di così.

    6

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