Oure Recensione: Un drago di nome Icaro

Oure è un piccolo adventure ispirato alla poetica di Fumito Ueda: basterà ricalcare Journey e Shadow of the Colossus per volare veramente in alto?

recensione Oure Recensione: Un drago di nome Icaro
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Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Presentato per la prima volta in assoluto appena qualche giorno fa, durante il pre-show della conferenza PlayStation alla Paris Games Week, e resosi disponibile con una manovra di marketing aggressivo giusto qualche ora più tardi, Oure è un videogame che non ha paura di giocare a carte scoperte. L'ultima fatica del team inglese Heavy Spectrum (gli sviluppatori del non impeccabile remake di Shadow of the Beast uscito lo scorso anno) non fa infatti nulla - ma proprio letteralmente nulla - per nascondere le sue evidenti ispirazioni, inserendosi in maniera esplicita nella scia di titoli profondamente emozionali trainati dalla direzione artistica come Journey o Flower, per poi aggiungere più di un pizzico di Shadow of the Colossus all'equazione. Perché una spruzzata di Fumito Ueda non si nega mai a nessuno, specie se vuoi provare a evocare all'istante un bagaglio di ricordi e di sentimenti legati a un capolavoro indimenticabile scolpito nella memoria di milioni di persone.

    Tra le nuvole

    L'intenzione di Oure è dunque palesemente quella di concentrarsi sull'esperienza piuttosto che sul gameplay nudo e crudo, regalando qualche ora di distrazione e di coinvolgimento emotivo in un viaggio attraverso una dimensione sospesa nel tempo e nello spazio, con l'elemento dell'aria a farla da padrone assoluto (un po' come in ABZÛ era invece l'acqua a dominare su tutto).
    La premessa è semplice ma anche un po' vaga, come in ogni fiaba che si rispetti: una gigantesca città senza nome, un'epoca di inquinamento e devastazione, e una bambina qualsiasi che in realtà proprio come tutte le altre non è, visto l'innato dono che le consente di raggiungere un mondo oltre le nuvole, trasformandosi nel mentre in un nobile dragone con le fattezze che ricordano alla lontana una volpe. Dopo pochi preamboli - invero contraddistinti da una recitazione in inglese non esattamente memorabile, che lascia sin da subito qualcosa per strada in termini di coinvolgimento - ci si trova a librarsi nel blu, svolazzando liberi e leggeri in una cornice deliziosamente eterea.

    L'obiettivo è presto detto: raccogliere i (settecentocinquanta!) globi luminosi sparsi letteralmente ovunque, da spendere per interagire con particolari elementi dello scenario capaci di attivare la connessione diretta con gli otto giganteschi Titani destinati ad avere un ruolo chiave nella vicenda. Aspettatevi insomma un titolo fondato in larga parte sulla raccolta dei collezionabili - un processo reso per inciso comunque assai piacevole dall'impostazione open world e dal ritmo tranquillo e rilassato, scandito dalle note di una bella colonna sonora orchestrale - con qualche passaggio a cavallo tra l'azione e il puzzle durante le sezioni con i Titani, momenti ripresi quasi 1:1 dal già citato Shadow of the Colossus.

    Le meccaniche di volo rappresentano senza ombra di dubbio l'aspetto più riuscito di Oure: serpeggiare sinuosi tra i cieli ha un fascino tutto speciale, e l'esplorazione di un'ambientazione in realtà composta quasi unicamente da soffici nuvoloni - con giusto qualche misterioso sacrario abbandonato disperso qua e là - sa regalare attimi di puro relax e di grande tranquillità zen.
    Soprattutto una volta aumentata un po' la stamina del drago (attraverso la raccolta di speciali reliquie colorate), dal momento che il nostro avatar ha bisogno di una certa dose di energia per riuscire sia ad accelerare sia a librarsi verso l'alto, in maniera tale da raggiungere aree ancora più recondite. Volare è dopotutto uno dei desideri primordiali dell'uomo, e in quest'ottica Oure si dimostra perfettamente in grado di trasmettere la giusta sensazione di ariosità, di leggerezza e di spazi infiniti, anche per merito di una direzione artistica accattivante e senza dubbio riuscita.

    Vuoi per l'incedere cullante, vuoi per la velocità dei movimenti, è difficile non pensare a thatgamecompany e al suo Flower mentre si naviga attraverso la volta celeste.

    C'è in effetti poco da obiettare: con i suoi colori pastello e la sua illuminazione di fine fattura, Oure è un gioco decisamente piacevole da vedere, di quelli capaci di "vendersi" con una semplice gif. Un gioco che sa reggersi in larga parte su una poetica del vuoto fatta di orizzonti sterminati e distese di nuvole (per la cronaca, credo senza timore di smentita le migliori mai apparse ad oggi in un videogame), senza bisogno di affidarsi a chissà quali sussulti o ad una spettacolarizzazione ostentata a tutti i costi.
    Non che, ad ogni modo, si rinunci in senso assoluto a momenti enfatici: specie per quanto riguarda le interazioni con i Titani non mancano infatti situazioni dal forte impatto scenografico, pensate per esaltare il senso di scala nel trovarsi faccia a faccia con arcaiche creature appartenenti ad un'enigmatica civiltà perduta.

    Affrontare i colossi

    A proposito, qualche inevitabile parola sugli otto emuli dei Colossi di uediana memoria: i riferimenti all'opera del Team ICO sono così pedissequi e manifesti da risultare quasi una (sbiadita) copia carbone del celebre predecessore, seppure l'ispirazione, la complessità e la suggestione epocale del capolavoro Sony non siano nemmeno vagamente sfiorati dalla fatica di Heavy Spectrum.
    Intendiamoci, i Titani rappresentano comunque una parentesi piuttosto godibile all'interno di Oure - in particolare nelle circostanze in cui il team ha deciso di prendersi qualche libertà in più, uscendo dall'illustre seminato senza ricalcare tipologie di esseri già visti nel 2005 - ma resta difficile scacciare la costante impressione di "vorrei ma non posso". Un sentimento legato un po' ai valori produttivi nient'affatto stellari e un po' ad un game design alle volte un filo troppo criptico, implicito e persino vagamente involuto, con qualche occasionale picco di difficoltà inadatto ad un gioco del genere (perché in media si procede con il pilota automatico inserito, come da accordo con questo tipo di esperienze fortemente inclusive anche per un pubblico casual/occasionale).

    Per riuscire a "riconquistare" i Titani occorre far scorrere di nuovo l'energia lungo i loro smisurati corpi. Come? Agganciandosi a speciali torrette e risolvendo elementari glifi-puzzle.


    Non senza una certa crudele e paradossale dose di ironia, è però ogni volta che ci avventura a piedi, riprendendo la forma originaria della bambina protagonista a caccia di manufatti che raccontino qualcosa del mondo al di sotto del cielo, che Oure denota impietosamente tutti i suoi limiti, compiendo passi falsi da mediocre produzione di serie B. A terra non si possono non notare infatti occasionali fastidi con la telecamera, animazioni semplicemente orribili e più in generale tutti quegli spigoli che le vaporose nuvole avevano in qualche modo nascosto. Ingenuità che, unite alle emozioni pressoché inesistenti - perché non vi è purtroppo traccia del lirismo o del coinvolgimento di un Journey a caso, ma neppure di un ABZÛ - finiscono per trascinare vorticosamente in basso un'avventura idealmente protesa verso l'alto, ben al di là di ciò che a noi umani è dato vedere.

    Oure OureVersione Analizzata PCQuando si limita ad essere un semplicissimo e rilassante simulatore di volo, innestato sul una struttura da collectathon leggero e senza alcuna pretesa, Oure non solo funziona ma fa anche qualcosa più, dando prova di essere un apprezzabile scacciapensieri dall'anima zen (con elementi scopiazzati in modo abbastanza goffo dai capolavori di thatgamecompany e del Team ICO). I problemi si manifestano invece non appena il titolo Heavy Spectrum cerca di volare troppo in alto, puntando su un gameplay un po' più elaborato e sul fattore emotovp: in simili frangenti, infatti, i limiti di una produzione acerba e povera di ispirazione vengono inesorabilmente a galla. Peccato, perché sotto sotto - anzi per una volta “sopra sopra” - c'erano le potenzialità per raggiungere ben altri traguardi, volteggiando verso orizzonti davvero gloriosi.

    6.3

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