Outcast Second Contact Recensione: il ritorno di un classico

Sotto l'egida di Big Ben Interactive, giunge su PS4, Xbox One e PC, Outcast: Second Contact, l'edizione rimasterizzata dell'opera datata 1999.

recensione Outcast Second Contact Recensione: il ritorno di un classico
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  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Era il 1999, ed gli action-adventure stavano per conoscere un importante tassello evolutivo della loro storia: Outcast, dello studio Appeal, seppe al tempo rivoluzionare gli stilemi di un intero genere, merito non solo di nuovi traguardi tecnologici, ma anche ad una progressione che, dimenticando i vincoli della linearità, concedeva piena libertà all'utente di esplorare un immenso mondo di gioco, dotato di un proprio ecosistema.
    Nonostante la sua carica innovativa e la capacità di dar forma ad un intero immaginario sci-fi, Outcast manovrò le fila della "rivoluzione" da dietro le quinte del sipario videoludico: pur avendo dettato progressivamente nuovi standard tecnici, insomma, oggigiorno l'opera non risulta certo tra le più conosciute, né viene universalmente ascritta di diritto nel novero dei grandi classici del settore.
    Con lo scopo di riportare in auge un titolo ingiustamente dimenticato, quindi, i ragazzi del team Appeal, supportati dal publisher Big Ben Interactive, hanno dato vita ad Outcast: Second Contact, una rimasterizzazione dell'opera originale che - sostituendosi al precedente Outcast 1.1 (edizione in HD nata nel 2014 seguito di una fallimentare campagna kickstarter) - prova a sottrarre al gioco quella nomea di "emarginato" che purtroppo lo ha accompagnato nel corso del tempo. L'operazione di ammodernamento ha coinvolto sia il gameplay sia l'aspetto meramente visivo: di primo acchito, il lavoro svolto sembra encomiabile, ma ad un incontro più ravvicinato si notano con maggiore chiarezza alcune rughe (ludiche e grafiche) che denotano purtroppo tutto il peso degli anni.

    Il messia transdimensionale

    Affascinante e stratificata proprio come due decadi fa, la storia di Outcast , fortunatamente, non è cambiata di una virgola. Il sostrato narrativo alla base del gioco è infatti tra gli elementi più intriganti della produzione e non ha perduto un briciolo del suo carisma originario. Chiunque ebbe il piacere di giocarlo all'epoca della sua uscita, pertanto, ritroverà il burbero ma simpatico Cutter Slade, ex neavy seal dalla lingua tagliente e dalla passione per l'alcol, pronto a tuffarsi in un varco multidimensionale e rimediare ad un grosso errore di qualche cervellone fuori controllo. L'apertura di uno squarcio verso un mondo parallelo, difatti, ha messo in gravissimo pericolo la Terra ed il buon Slade ha solo pochi giorni di tempo impedire la catastrofe: una volta catapultato nell'altro mondo, però, il protagonista verrà accolto come un Ulukai, una sorta di messia, pronto a salvare il pianeta Adelpha ed i suoi grotteschi abitanti (chiamati Talan) da un perfido tiranno. Insomma, come nelle migliori epopee eroiche, sulle nerborute spalle di Slade pesa il destino di ben due universi. Accavallando linee temporali e colpi di scena, la trama intrattiene, diverte ed entusiasma, grazie ad un ottimo dosaggio tra pathos ed umorismo. Se la qualità della sceneggiatura non ha subito mutazioni, a cambiare è stata invece la modalità di narrazione: a differenza della versione originale, le cinematiche realizzate con il motore di gioco sono state sostituite da ruvide sequenze animate, dal tratto alquanto discutibile, incapaci di fornire al susseguirsi degli eventi un buon senso di dinamismo.
    Anche l'andamento del racconto durante l'avventura è parecchio diluito e le lunghe conversazioni con gli NPC impediscono alla storyline di decollare col giusto ritmo. Tuttavia, la peculiarità di Outcast consiste proprio nella capacità di trasmettere al giocatore la stessa sensazione di spaesamento ed abbandono del protagonista: in questo modo, la frammentarietà del racconto, la necessità di carpire informazioni e di collegare i pezzi del puzzle si tramuta in una precisa soluzione narrativa volta ad acuire l'immedesimazione, facendoci sentire davvero come naufraghi indifesi all'interno di un mondo a noi del tutto ignoto.

    In accordo con la natura del plot, il gameplay slaccia le redini di una progressione inquadrata e rigida per aprirsi ad un micro-open world suddiviso in vari settori, opportunamente collegati da alcuni portali, all'interno dei quali muoversi in totale autonomia. Non fatevi intimorire dal disorientamento iniziale: poco alla volta, entrando nel meccanismo ludico di Outcast, comincerete a muovervi con naturalezza, a conoscere la conformazione dell'ambiente, a sentirvi parte integrante di Adelpha.

    Dovrete però scendere a patti con una struttura che non fa nessuno sconto all'utenza: sulla mappa di gioco non troverete precise icone che vi indicheranno la prossima missione da seguire, né il corretto tragitto da percorrere. Senza prendervi per mano, Outcast: Second Contact vi costringe, banalmente, a cavarvela da soli: occorrerà insomma chiacchierare con gli NPC, valutare il loro stato d'animo (con un'apposita icona in stile emoticon che vi indicherà l'umore dei personaggi), memorizzare i suggerimenti e seguire le loro indicazioni fino al prossimo obiettivo.
    Interrogando la popolazione verrete inoltre a conoscenza di ulteriori dettagli riguardanti la storyline: sarà quindi fondamentale parlare con ogni singolo colono, non solo per acquisire utili informazioni su come proseguire, ma anche per arricchire il nostro bagaglio di conoscenze.

    Nel caso in cui vi sentiste privi di una bussola, potrete sempre aprire il vostro taccuino su cui sono appuntati i compiti da svolgere nell'ordine corretto, benché non vi sia alcuna indicazione sul modo di portarli al termine. Outcast è un gioco dal concept radicale, fedele ad un'idea di game design "vecchia scuola", eppure ancora piuttosto attuale: prima di portare avanti la storia, quindi, dovrete esplorare attentamente l'area in cui vi troverete, scansionando il suolo per aggiornare il radar, raccogliendo risorse preziose con cui forgiare nuove armi e proiettili, e stando sempre ben attenti ad eliminare i numerosi nemici che tengono Adelpha sotto scacco. Benché l'anima ludica del gioco rimanga tuttora solida, avvincente e molto più stimolante di tanti altri titoli moderni open world, le fasi esplorative, dialogiche e di combattimento mettono in luce alcune problematiche che, a distanza di anni, iniziano a farsi gravose. Pertanto, se Outlast è rimasto "arzillo" nell'intelaiatura ludica, lo stesso non si può dire per un gameplay invecchiato in modo abbastanza evidente. Il guaio è che questa riedizione non riesce integralmente a ringiovanire gli acciacchi dell'età, rimanendo forse fin troppo fedele alla formula ludica dell'originale.
    Anzitutto, controllare il nostro avatar risulta macchinoso proprio come in passato: grossolani, lenti, farraginosi e difficilmente controllabili, gli spostamenti del protagonista cozzano spesso con la presenza di piccoli dossi, sui quali diventa molto difficoltoso riuscire a salire. Gran parte delle volte sarà dunque necessario compiere un giro più ampio, sfruttando apposite scale o "soluzioni alternative" in groppa a qualche adorabile animaletto. Si tratta però di un'esplorazione troppo antiquata, aggravata inoltre da non pochi problemi di gestione dell'inquadratura.

    Entrando nelle case o nelle botteghe, difatti, la telecamera virtuale tende ad avvicinarsi eccessivamente al corpo di Slade, pregiudicando così l'orientamento. Durante le nostre scorribande nelle lande di Adelpha potremo incappare in alcuni posti di blocco presidiati da Talan convertiti al lato oscuro: in queste circostanze le opzioni consisteranno semplicemente nel darsela a gambe, aspettando di recuperare un equipaggiamento più solido, sgattaiolare silenziosamente alle loro spalle o imbracciare le nostre armi laser e far piazza pulita.

    Volendo soprassedere dinanzi a meccaniche stealth francamente dimenticabili e fin troppo elementari, le sessioni da sparatutto in terza persona rappresentano uno dei difetti più limitanti dell'opera: se è vero che rispetto all'edizione del '99 gli scontri a fuoco sono stati resi un po' più movimentati, grazie soprattutto all'introduzione di capriola laterale con la quale Slade può scansare i proiettili, il sistema di mira resta ancora parecchio arrugginito. Sia in automatico che in manuale, centrare il bersaglio è un'impresa degna di un cecchino: tremolanti ed imprecise, le sparatorie sono rese ancora più ingestibili dalla presenza di hitbox inesistenti, e da un feedback dei colpi totalmente non pervenuto. Al netto delle numerose approssimazioni, sconfiggere i Talan non sarà un compito del tutto ingrato e frustrante, complice un'intelligenza artificiale che, pur dinanzi a pattern indubbiamente prevedibili, si mantiene piuttosto sveglia, con nemici pronti ad aggredirci a testa bassa se avanziamo disarmati, e intenti a cercare riparo quando ci avviciniamo equipaggiati di tutto punto.
    Prestate la dovuta attenzione anche al sistema di autosalvataggio: il gioco alle volte registra i progressi proprio nel bel mezzo di una battaglia a suon di piombo laser. Ne consegue il rischio - in caso di morte - di ricominciare dall'ultimo checkpoint in una situazione di chiaro svantaggio. E a quel punto neppure l'Ulukai poterà salvarvi.

    Another World

    Bisogna ammettere che, anche dopo due decenni, Adelpha rimane un bel posticino. Pianure innevate, distese verdeggianti, aspri deserti e fiumi di lava: un pianeta Terra in miniatura, in sostanza. Solo che al posto degli esseri umani ci vivono creature piuttosto bruttine, che nemmeno l'alta definizione riesce ad abbellire.
    Benché il character design non faccia gridare al miracolo, il lavoro di rimasterizzazione, ad un primo sguardo, mostra i muscoli con vigore: l'intera componente visiva è stata rimodellata con l'aiuto del motore Unity 5, ed il risultato balza all'occhio per pulizia, nitidezza e ricchezza di particolari.

    La scenografia mette in risalto i caratteri principali di un medioevo rurale e futuristico allo stesso tempo, dove la tecnologia si fonde con casupole in legno e campi di grano da coltivare. Alcuni paesaggi restano evocativi e suggestivi, nobilitati da un buon corredo sonoro, infuso di toni tra il lirico e l'epico. Se ad un occhio distratto il comparto grafico può essere promosso, prestando attenzioni ai particolari Outcast palesa di contro tutti i limiti della remastered.
    Texture poco definite, animazioni terrificanti ed espressioni facciali fin troppo caricaturali fanno il paio con un'oscillazione di fotogrammi molto accentuata, con cali decisamente frequenti e poco giustificabili. In questo modo, vagare tra i territori di Adelpha non garantirà lo stesso carico di stupore e meraviglia come vent'anni fa.

    Outcast: Second Contact Outcast: Second ContactVersione Analizzata PlayStation 4Padre spirituale di tanti action-adventure, Outcast non ha resistito con forza alla prova del tempo. L’opera di ammodernamento del team Appeal apporta qualche soddisfacente miglioria a livello puramente visivo, ma non svecchia a sufficienza il gameplay, ripresentandosi con meccaniche da TPS parecchio vetuste e legnose. Dinanzi a qualche mancanza di troppo sul fronte ludico e grafico, a fare da contrappeso ci pensa una formula di gioco impegnativa, complessa e sfaccettata, che è sopravvissuta con rigore allo scorrere degli anni. Questo “secondo contatto” con Outcast, pertanto, ha il sapore di un’occasione sprecata, in grado di reggersi soprattutto sull’”appeal” di un classico che avrebbe meritato ben altra fortuna.

    6

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