Outward Recensione: un gioco di ruolo d'altri tempi

Troppo ambizioso per il budget a disposizione del team di sviluppo, questo GDR vecchia scuola non riesce a centrare pienamente il bersaglio.

recensione Outward Recensione: un gioco di ruolo d'altri tempi
INFORMAZIONI GIOCO
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Outward è una creatura mutevole, sfuggevole, enigmatica; un prodotto figlio di un concept potente ed eccitante, in grado di far tornare bambini tutti gli appassionati di giochi di ruolo e portatore sano di una libertà creativa senza eguali. Difficile restare impassibili di fronte all'infinito ventaglio di possibilità offerte da un'avventura così fieramente intransigente, spietata ma potenzialmente appagante come quella messa in piedi da Nine Dots Studio. L'intero progetto si basa sull'ibridazione estrema di due realtà apparentemente eterogenee, che in comune hanno soltanto la ferocia con cui si accaniscono con il giocatore.

    Da una parte abbiamo una forte componente survival, dall'altra una particolare struttura ruolistica. Il risultato di questa fusione è un gioco hardcore, nato e cresciuto per soddisfare l'anima sadica dei figli di un'epoca videoludica passata; un titolo ambizioso e mastodontico, forse troppo per il suo piccolissimo team di sviluppo e, soprattutto, per il risicato budget a sua disposizione.

    Il contesto narrativo

    Immaginate per un attimo di giocare a un qualsiasi gioco di ruolo occidentale uscito negli ultimi cinque anni: un gioco moderno e complesso, straripante di indicatori luminosi, punti esclamativi sopra la testa degli NPC; con una mappa esorbitante e straripante di contenuti e un budget milionario. Qualcosa come The Witcher 3, insomma. Adesso pensate all'esatto opposto: togliete ogni indicatore di gioco o potere sovrannaturale; rimuovete frecce e puntatori vari dalla mappa. Immaginate quest interamente spiegate a voce, attraverso indicazioni spesso confuse e da interpretare.

    E provate per un attimo, se ci riuscite, a sognare un mondo in cui anche soltanto scovare una quest diventa un'impresa titanica. Outward è fondamentalmente questo: un GDR che pare uscito da una soffitta polverosa, saldamente ancorato a una mentalità retrograda, un po' come quella della popolazione che ne abita il mondo di gioco. La premessa è semplice e diretta: il nostro alter-ego, che abbiamo dovuto creare a partire da alcuni preset con pochissime possibilità di personalizzazione, si trova in un brutto guaio. A causa di un vecchio antenato, è costretto a pagare mensilmente un debito misterioso, chiamato "prezzo di sangue". Una sorta di tassa imposta arbitrariamente dal capo del villaggio in seguito a qualche sua malefatta, e destinata adesso a rovinare la vita di tutta la sua stirpe. Per qualche motivo imprecisato - forse proprio per cercare di racimolare un po' di denaro - ci siamo dunque avventurati in un viaggio per mare. Ma dato che le disgrazie non vengono mai sole, un guardiano del faro distratto si è dimenticato di accendere la luce, provocando l'ennesima catastrofe.

    Ci risvegliamo tramortiti sulla spiaggia in seguito a un terribile naufragio, e iniziamo a muovere i primi passi nell'area circostante, prendendo confidenza con i rudimenti del sistema di controllo e dell'inventario. Possiamo anche cominciare a rovistare tra la sabbia in cerca di qualche alga ed intravedere così la forte componente survival del prodotto, che nonostante l'apparente struttura da RPG consumato, sembra spesso prevalere su tutto il resto, emergendo con prepotenza e assillando il giocatore con richieste costanti di cibo e acqua potabile.

    Oltre alla fatica ed al peso, dobbiamo stare attenti alla temperatura e ad indossare l'abito corretto per l'ambiente in cui ci troviamo. Abbiamo bisogno di dormire spesso, talvolta anche lontano da casa, ma sempre cercando di tenere gli occhi aperti per eventuali imboscate da parte dei miliardi di potenziali assalitori. I territori che circondano il regno di Cierzo sono pieni di insidie, e sopravvivere non è mai facile: una volta tornati a casa, troviamo ad attenderci un bel gruppetto di guardie, decise - nonostante siano passate soltanto poche ore da un naufragio in cui sono morte decine di persone e in cui anche noi abbiamo rischiato di lasciare le penne - a riscuotere i quattro mesi arretrati che non eravamo stati in grado di pagare perché lontani da casa.

    Non male come incipit, vero? Vista la circostanza particolare, comunque, ci vengono concessi ben cinque giorni per racimolare le 150 monete d'argento utili a rimetterci in pari. Ed ecco quindi la nostra prima quest: in meno di una settimana, dobbiamo metter da parte la cifra e consegnarla al municipio.

    Questo è tutto ciò che sappiamo, ed anche tutto quello di cui abbiamo bisogno per andare avanti. Al gioco non importa in che modo ed in quale luogo recuperiamo il denaro. In Outward il fine giustifica i mezzi, e abbiamo pertanto piena libertà creativa. Gironzolando per la città, potremo ad esempio imbatterci in personaggi in cerca di aiuto disposti a pagarci per i nostri servigi, ma non è necessario assecondarli per raggiungere l'obiettivo. Possiamo anche avventurarci nella natura selvaggia ed esplorare caverne e anfratti brulicanti di nemici, accampamenti di briganti e nascondigli di animali feroci. Il metodo migliore per ottenere i soldi nel minor tempo possibile, però, resta quello di svolgere eventuali quest come da manuale, e successivamente vendere tutte le cianfrusaglie che siamo riusciti ad ottenere mentre le stavamo portando a compimento.

    Libertà e frustrazione

    Una volta usciti dalle mura della città, l'impatto è a dir poco disastroso. Non solo a causa della notevole difficoltà, ma anche perché cominciano ad emergere inequivocabilmente tutti i problemi realizzativi e di budget della produzione. I più preoccupanti dei quali riguardano soprattutto uno degli elementi chiave della produzione: i combattimenti. Le animazioni stantie e approssimative dei mob rendono pressoché impossibile leggerne i movimenti, e alcune hitbox a dir poco fantasiose non fanno altro che aggravare la situazione. Gli scontri sono un tragicomico e grottesco concentrato di pura goffaggine.

    La stessa mancanza di cura, in verità, l'avevamo già riscontrata anche esplorando Cierzo, ma in quel caso si trattava semplicemente di passare sopra a una generale povertà di dettagli e alla scarsa definizione delle texture, aspetti sui quali è facile chiudere un occhio a fronte di un gameplay ben studiato e ad un impianto ludico complessivamente efficace.

    Purtroppo, Outward sa essere anche un titolo frustrante, dove la difficoltà risulta mal calibrata ed ogni sconfitta - più che dipesa da un nostro errore - sembra sottostare a problemi tecnici insormontabili. Questa straniante dicotomia tra concept e realizzazione ci ha messo in una posizione decisamente complicata. Ogni minuto passato in compagnia di Outward era diverso dal precedente. Sebbene i combattimenti siano una parte importantissima dell'esperienza, il gioco presenta spesso soluzioni geniali, capaci persino di farci dimenticare per qualche istante tutte le disavventure che ci aveva fatto vivere fino a pochi istanti prima.

    Quando tutto va bene, e si riesce ad entrare in sintonia con le dinamiche ludiche, il prodotto di Nine Dots può trasformarsi in una delle avventure più gratificanti degli ultimi anni. Volendo spiegare meglio il concetto con un'analogia legata all'incipt narrativo, Outward è un faro che si accende e si spegne a intermittenza: se quando la vostra nave si sta avvicinando alla costa la luce è spenta, vi aspetta un naufragio coi fiocchi, altrimenti troverete ad attendervi una struttura survival ben integrata in un sostrato ruolistico non convenzionale eppure piuttosto efficiente.

    Tra gli spunti migliori, ad esempio, troviamo la gestione del mana e della magia. Anche in questo caso, la libertà lasciata al giocatore è davvero unica. Inizieremo l'avventura da semplici esseri umani, senza alcun tipo di potere o addestramento. Per utilizzare gli attacchi magici, sarà necessario sbloccare il mana recandoci in un punto specifico della mappa, parlando con determinati NPC e rinunciando a parte dei nostri HP e della nostra stamina; una sorta di patto che ci porteremo nella tomba.

    Ma possiamo anche ignorare l'intera quest e continuare a menar le mani alla vecchia maniera senza troppi problemi. Lo stesso vale per la progressione e il resto della componente ruolistica del gioco (molto meno presente e pressante di quella survival), che accantona completamente il concetto - ormai universale - di "esperienza" nel senso videoludico del termine, e lo sostituisce con una sua controparte molto più terrena e "realistica". Di fatto, per migliorare le nostre abilità e statistiche non dovremo "livellare", ma recarci da appositi NPC sparsi per il mondo e apprendere nuove tecniche. Nessun punto abilità o skill tree, insomma. Ovviamente, inutile dirlo, nessuno ci dirà esattamente cosa fare, e dove farlo. Se poi siete fan del gioco di gruppo, c'è la possibilità di utilizzare una comoda modalità co-op (drop-in/drop-out), sia in split screen che online. In entrambi i casi, i progressi effettuati durante la sessione multigiocatore vengono salvati.

    Dopo essere tornati nella modalità singleplayer, manterremo ogni oggetto recuperato o creato durante la partita. Nel corso dell'avventura, in breve, ciascun giocatore è libero di andare dove vuole, e comportarsi come meglio crede. Fate attenzione però: il livello di difficoltà quando si è in due aumenta considerevolmente, per cui è sempre meglio cooperare e restare uniti. Purtroppo, in split-screen, si nota un ulteriore calo delle performance e della qualità del rendering e dell'elementare effettistica.

    Outward OutwardVersione Analizzata Playstation 4Tirare le somme e racchiudere le mille sfaccettature di Outward in semplice numero a fondo pagina davvero complicato. Il gioco di Nine Dots Studio è arduo da giudicare almeno quanto lo è da giocare. Abbiamo adorato la varietà e il senso di libertà che ci ha saputo regalare, ma un comparto tecnico così mediocre non è facile da digerire nel 2019. Non parliamo di mero dettaglio grafico, sul quale potremmo tranquillamente soprassedere, bensì di tutta una serie di problematiche che intacca inevitabilmente l’efficacia dell’intero sistema ludico. I combattimenti sono approssimativi e confusionari, ed anche su PS4 Pro i rallentamenti sono all'ordine del giorno. Non possiamo però neanche ignorare i numerosi spunti vincenti, tra cui figurano un loot system che funziona egregiamente e un crafting che riesce a rivaleggiare senza troppi problemi con i migliori esponenti del genere survival. E poi c’è l’impagabile sensazione di sentirsi liberi di scrivere il proprio destino, senza però rinunciare a un background narrativo di stampo fantasy, sempre presente ma per niente invasivo. Insomma, le idee non mancavano di certo: sarebbe bastato un po' di budget extra ed un pizzico di dedizione maggiore per creare un gioco veramente speciale.

    6.5

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