PC Engine Core Grafx Mini Recensione: una delle migliori mini console

Dopo Nintendo, SEGA, Sony e perfino Commodore, il mercato delle mini console si arricchisce con l'eccellente PC Engine Core Grafx Mini.

recensione PC Engine Core Grafx Mini Recensione: una delle migliori mini console
Articolo a cura di

Sono nato nel 1982 e sono cresciuto leggendo riviste di videogiochi come Game Power e Consolemania. Ai tempi i magazine non erano solo un modo per scegliere quali titoli comprare, ma anche per informarsi su quello che succedeva in tutta la galassia delle console e degli home computer. Nell'era pre-internet vivevamo in un mondo più piccolo, in cui la disponibilità dei prodotti non era dettata da Amazon, ma dalle scelte che componevano l'inventario del negozietto di quartiere. Nei primi ‘90 vivevo in un mondo fatto di Master System, Megadrive e Super Nintendo, con qualche spruzzata di Atari, Commodore e Amiga a casa di qualche amico. Un mondo splendido, sia chiaro, ma che non raccontava la storia completa di uno dei momenti più densi e significativi della storia dei videogiochi.

Sulle riviste invece si parlava di tutto: macchine da sogno come il Neo Geo, avanguardie della realtà virtuale, prototipi per versioni CD-ROM e console di terre lontane, come il PC Engine. Lo vedevo sulle pagine di Game Power, con i suoi sparatutto bellissimi e quel controller bianco che sembrava uscito da una dimensione parallela. Sognavo di provarlo, anche solo di vederlo di sfuggita da un vicino di casa o in un negozio, ma sembrava non esistere. Il PC Engine era un unicorno sfuggente e dai tanti nomi: aveva una controparte americana nota come TurboGrafx-16, ma anche una seconda revisione nipponica, non più bianca, con una provvidenziale uscita AV, chiamata CoreGrafx. E poi vennero gli add-on con il CD, che diedero vita a dei meravigliosi Voltron di industrial design e a ibridi come il PC Engine Duo. Alcuni modelli ebbero una limitata distribuzione europea, in particolar modo in Francia e in Inghilterra, ma nella stragrande maggioranza dei casi la console di NEC era riservata a chi aveva accesso al mercato di importazione, che per ovvi motivi era precluso a un bambino come me.

Ritorno al futuro

Con un vertiginoso fast forward di 38 anni arriviamo al 2020. Ho realizzato il mio sogno di infanzia di lavorare sulle riviste, i videogiochi sono il mio lavoro e ho un canale Twitch dedicato al retrogaming. Il che vuol dire solo una cosa: ho la scusa perfetta per comprarmi tutto quello che non ho potuto avere in passato. In questo momento, attaccato al mio tubo catodico, c'è un bianco PC Engine, con tanto di multitap per giocare in cinque, mentre in un cassetto ho un fiammante TurboGrafx.

Tra tutte le retroconsole che mi sono procurato negli anni, il PC Engine è quello che mi ha regalato più gioie, perché mi ha dato accesso a un catalogo di giochi mai visti e sentiti. È come una capsula temporale del Giappone dei primi Novanta, pieno di sparatutto incredibili, platform folli e GDR sorprendenti. Sono giochi difficili, a volte spigolosi nella loro sensibilità nipponica senza filtri, ma posso dire senza paura che mi hanno arricchito come giocatore. Il PC Engine è stata anche la retroconsole che mi ha dato più grattacapi. I giochi sono costosi e difficili da reperire, la macchina produce un segnale RF che fa a cazzotti con le TV moderne, a meno di non recuperare un add-on che trasforma l'uscita in AV. E a quel punto serve comunque un upscaler! Non parliamo, poi, di tutta la dimensione dei CD, arrivata nella seconda fase della vita della console.

I lettori CD dell'epoca non sono più affidabili come un tempo, i dischi si deteriorano, i giochi costano ancora di più. Consiglio sempre a chi può di recuperare le console originali, ma con il PC Engine mi sento di farlo solo con gli appassionati più dedicati. È un sistema incredibile e sono felicissimo di averlo, ma causa non pochi grattacapi, che potrebbero scoraggiare i più.

Qui subentra il PC Engine Core Grafx mini, l'ultima macchinetta a entrare nel ring delle miniconsole. A livello estetico segue le orme dello SNES e del Megadrive Mini, con una versione in scala ridotta dell'originale e una fedele replica USB del controller. Penso sempre che il fenomeno delle miniconsole sia un'arma a doppio taglio, che da un lato promuove il retrogaming presso le nuove generazioni, mentre dall'altro produce quintali di plastica e rifiuti elettronici per un servizio che potrebbe essere reso disponibile tranquillamente online (come dimostrano le recenti app dello SNES su Switch). Nel caso del PC Engine mini, però, mi sento di chiudere un occhio, sia per la scarsa disponibilità della console originale, sia per l'eccellente esecuzione della versione mini.

Giochi e fedeltà

Partiamo dalla cosa più importante, ossia la selezione dei giochi. Dalla pratica interfaccia, ricalcata senza vergogna su quella dello SNES Mini, è possibile selezionare il PC Engine per i prodotti giapponesi, e il TurboGrafx-16 per quelli internazionali. C'è un totale di 57 giochi (32 per PC Engine e 25 per TurboGrafx-16, con cinque "doppioni" disponibili in entrambe le versioni) tratti da tutte le ere della console.

Ci sono giochi su Hu-Card, il formato originale, titoli su CD, altri che richiedono la arcade card e addirittura opere per il SuperGrafx (sfortunato successore del PC Engine, che vide solo 5 giochi esclusivi). Ci sono capolavori senza tempo, come la saga di Bonk, Castlevania: Rondo of Blood, Spriggan Mark 2, Lords of Thunder, Bomberman ‘94 e i due Neutopia, conversioni eccellenti di sparatutto e platform arcade, ma anche bizzarrie giapponesi come Star Parodier e Cho Aniki.

Come sempre è impossibile avere una lista impeccabile e priva di lacune, ma il lavoro di selezione svolto è encomiabile. Ci sono tutti i titoli simbolo della console e soprattutto non mancano contenuti sufficienti a mesi e mesi di gioco intenso. Resta purtroppo una grande occasione persa, ossia Snatcher, una splendida avventura cyberpunk di Hideo Kojima, disponibile solo in giapponese, e come tale accessibile solo a chi conosce la lingua. Il gioco non è mai uscito in inglese per PC Engine, ma sono giunte svariate versioni localizzate negli anni successivi. Implementare la traduzione avrebbe richiesto molto lavoro, ma avrebbe aggiunto una vera killer app alla console.

Una nota di merito va anche all'emulazione, curata da M2, studio che ha già dimostrato la sua bravura nel campo. Nel mio test non mi sono imbattuto in bug, errori grafici e problemi di latenza. Tutto funziona come deve, anche nel caso dei giochi su CD più complessi. Considerando che la scena degli emulatori homebrew per PC Engine è molto più arretrata rispetto a quella per Megadrive, SNES e affini, il risultato è notevole.

Il controller USB è assolutamente identico all'originale, ed è forse il più fedele tra le riproduzioni che ho visto nell'ambito delle console mini. Ha il comodo autofire con velocità variabile su entrambi i tasti, e come bonus funziona benissimo anche se collegato a un PC moderno. Il vero peccato è che ce ne sia solo uno nella confezione, scelta in parte giustificata dalla natura single-player della maggior parte del catalogo, ma resa amara dalla presenza di Bomberman '94, uno dei giochi in multi più belli di tutti i tempi (e che supporta un apposito multitap, venduto a parte).

Il PC Engine Core Grafx mini è dunque una piccola console con una grande lineup, forte di un valore storico e culturale che per motivi geografici supera di gran lunga quella delle altre mini console uscite finora. Se volete colmare una lacuna e teletrasportarvi in una cameretta giapponese del 1991, accomodatevi pure. E già che ci siete, date un'occhiata all'anime High Score Girl su Netflix, dove il PCE spadroneggia.