Phoenix Point: Recensione del nuovo gioco dell'autore di XCOM

Dopo qualche anno di assenza, Julian Gollop torna sui nostri schermi con Phoenix Point, definito l'erede spirituale di XCOM.

recensione Phoenix Point: Recensione del nuovo gioco dell'autore di XCOM
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  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Julian Gollop è un personaggio che probabilmente pochi conosceranno, ma si tratta di uno dei creativi più influenti nel mondo dei videogiochi, soprattutto nell'ambito dei titoli di strategia. Nel 1988 Gollop dà infatti vita assieme al fratello a Mythos Games, lo studio di sviluppo che nel 1994 avrebbe pubblicato UFO: Enemy Unknown, il capostipite di una serie che sarebbe poi stata riconosciuta con il nome di X-COM. L'importanza del gioco nel panorama degli strategici a turni è testimoniata dal grandissimo numero di epigoni arrivati dopo la sua uscita, così come dalla moderna reinterpretazione del brand fornitaci negli ultimi anni da Firaxis, ma non solo. Tanti sono i creativi che, pur dedicandosi alla creazione di opere formalmente diverse da X-COM, non hanno mai nascosto la loro fascinazione nei confronti dei giochi di Gollop: da Ken Levine, il creatore di Bioshock, fino a David Brevik, che fu fortemente influenzato da X-COM nella concezione del primo capitolo di Diablo.

    Dopo il successo della serie X-COM, tuttavia, Gollop vive una parabola discendente fatta di progetti cancellati e di giochi molto meno incisivi, fino all'approdo in Ubisoft Sofia, dove lavora ad alcuni titoli minori. Nel 2013 abbandona Ubisoft e fonda Snapshot Games, un piccolo gruppo di sviluppatori indipendenti con i quali decide di ricalcare il passato. Nel 2015 realizza Chaos Reborn, il remake di un gioco che Gollop aveva sviluppato nel 1985, mentre nel 2016 annuncia una campagna di crowfunding per Phoenix Point, definito come l'erede spirituale del primo X-COM.

    La campagna ha successo, ma il percorso di sviluppo prima dell'uscita è piuttosto travagliato: nonostante il prodotto finale differisca in maniera evidente dal materiale promozionale rilasciato dopo l'annuncio, Phoenix Point è davvero la riproposizione moderna degli originali X-COM. Una riproposizione più radicale rispetto a quella di Firaxis, che comunque fa tesoro di molte degli elementi utilizzati dal team di Sid Meier per svecchiare la formula. Il nuovo gioco di Gollop è dunque un concentrato di classicismo quasi al limite della citazione, un'opera che dal punto di vista ludico rifiuta l'innovazione favorendo l'aggiornamento. È però nell'aspetto narrativo che il lavoro di Snapshot Games prova a distanziarsi dall'approccio originale: la classica guerra contro invasori extraterrestri diventa in Phoenix Point anche un'occasione per riflettere sul rapporto che l'uomo ha con la terra e con gli altri esseri viventi.

    It came from Beneath the Sea

    Il contesto post apocalittico che caratterizza Phoenix Point viene originato da un misterioso virus che si diffonde per tutto il pianeta a causa dello scongelamento dei poli.

    Soprannominato Pandora, l'agente patogeno provoca negli infetti uno stato di delirio e causa delle aberranti mutazioni: il gioco di Snapshot decide dunque di intraprendere una strada diversa rispetto agli X-COM nuovi e a quelli classici, utilizzando come fonte di ispirazione il secondo capitolo della serie originale (Terror from the Deep, quello su cui Gollop non ha lavorato) e la saga di Resident Evil. Dai titoli giapponesi rimuove tutti i riferimenti a corporazioni e ad armi biologiche, ma trattiene la natura fantasiosa delle mutazioni, mentre da Terror from the Deep incorpora molti riferimenti alla mitologia lovecraftiana, che però nel gioco appaiono un po' posticci e mai determinanti (il team ha persino goffamente tentato di legare gli scritti dell'autore di Providence agli accadimenti storici del gioco). L'elemento più interessante è che stavolta la minaccia proviene dallo stesso pianeta, probabilmente era insita nell'ecosistema, e non esiste nessuna vera e propria fazione contro cui l'umanità prende le armi e combatte.

    Phoenix Point racconta insomma una storia di sopravvivenza contro delle calamità assimilabili a quelle di un'apocalisse zombie, le cronache di un mondo scosso dall'interno che deve rivedere la propria etica e la propria morale. La narrazione prende piede dopo che il conflitto globale causato dall'infezione Pandora ha ridotto in rovina un mondo oramai irriconoscibile.

    Le coste e i mari vengono sommersi da una bruma che modifica l'ecosistema e induce pesanti mutazioni al codice genetico di ogni essere vivente; gli insediamenti rimasti si sono affrancati dal controllo degli stati ed hanno dato vita a coalizioni con diversi interessi ed obiettivi. Il giocatore si trova alla guida del Phoenix Project, un'associazione indipendente che agisce fuori dalla giurisdizione delle nazioni: lo scopo è evitare l'estinzione dell'umanità.

    Le fazioni

    Il Phoenix Project ha molte similitudini con il progetto X-COM: dispone di avanzate tecnologie, armi, mezzi di trasporto e satelliti per monitorare il pianeta, ma nel momento in cui è ambientato Phoenix Point si trova in uno stato di forte declino. In questo modo viene giustificata l'escalation tecnologica indispensabile per avere la meglio su una minaccia sempre più vigorosa.

    È necessario riscoprire antiche basi abbandonate, recuperare tecnologie perdute e allearsi con una delle fazioni che si dividono ciò che è rimasto del pianeta. I vari gruppi avranno inizialmente un atteggiamento neutrale nei confronti del Phoenix Project, ma questa condizione cambierà a seguito di decisioni prese in schermate testuali o missioni specifiche relative alla fazione.

    Allearsi non è però la sola opzione, perché è possibile anche lanciare degli attacchi contro gli insediamenti occupati e sottrarre risorse utili alla causa, che possono essere materiali, tecnologie oppure veicoli. I gruppi sono tre in totale, le loro specifiche variano profondamente e l'affiliazione con ognuna di esse porta a incisive variazioni ludiche. Ma c'è di più: attraverso le fazioni Phoenix Point parla al giocatore e tenta di suscitare delle domande a proposito del virus, dello stato della Terra e su come sarebbe meglio procedere.

    I seguaci di New Gerico propongono l'approccio più spavaldo e militarista: il loro capo Tobias West, che si fa chiamare il re filosofo, propugna una lotta senza quartiere contro gli invasori Pandora, in cui qualsiasi sacrificio è ammesso per il bene dell'umanità. West e New Gerico rappresentano dunque la classicità, riverberano i tempi in cui l'unica reazione era quella violenta, dove l'umanità, il sacrificio e l'onore erano esaltati.

    Ma West, e il cognome lo lascia intendere con chiarezza, rappresenta anche l'occidente: New Gerico è infatti una gerarchia alla cui testa c'è un "self-made man" che un tempo era un miliardario proprietario d'impresa. Tobias West è ossessionato dalla purezza, è spaventato dal diverso, per cui l'unica soluzione possibile per lui e per chi lo segue è la guerra. Proprio per questo New Gerico dispone di alcune delle tecnologie più potenti: armi, elicotteri e mezzi corazzati, ma anche di tecnici che schierano sul campo di battaglia delle temibili torrette automatiche.
    Dalla parte opposta di New Gerico ci sono i Discepoli di Anu, una religione sincretica che raccoglie alcuni dei culti che si sono sviluppati sul pianeta dopo l'apparizione delle creature Pandora. Appaiono come un culto mistico e misterioso (Snapshot Games si è ispirata alle civiltà mesopotamiche per disegnarne l'aspetto) e credono nella perfezione dell'animo umano, in contrasto con l'imperfezione della carne.

    Vedono nella mutazione del virus un modo per trascendere, per migliorare come individui: per loro Pandora non è una malattia o una maledizione, ma un modo per compiere un passo in avanti nel processo evolutivo. Sebbene combattano le creature per pura sopravvivenza, hanno intenzione di diventare un tutt'uno con il nuovo ambiente naturale e quindi non cercano di evitare la diffusione della bruma infetta. Se New Gerico rappresentava il rifiuto, l'opposizione, i Discepoli di Anu raffigurano l'accettazione, la fusione: qualora il progetto Phoenix decidesse di collaborare con loro usufruirebbe di modifiche genetiche molto interessanti e sarebbe capace di reclutare con più facilita dei sacerdoti con poteri psichici (probabilmente i soldati più forti dell'intero gioco). Sul piano delle meccaniche, l'alleanza con i Discepoli è forse quella più interessante.

    La fazione più originale delle tre è però Synedrion, un gruppo esteticamente conforme ai canoni dell'"high sci-fi"(dispone di armi laser e infiltratori dotati di gadget all'avanguardia) che si definisce anarco-sindacalista. Dopo che il terzo conflitto mondiale ha lasciato il pianeta quasi devastato, Synedrion è nata per portare avanti il sogno di un mondo senza più gerarchie. Al suo interno convivono correnti di pensiero che sono tra loro in contrasto, ma che vengono discusse in modo democratico e mai imposte da un'autorità centrale. Gli ecologisti, alcuni di essi ispirati dal filosofo americano Murray Bookchin, credono che una convivenza con Pandora sia possibile.

    Dall'altra parte ci sono però i terraformatori, i quali sostengono che la tecnologia debba essere impiegata per curare la terra dal virus e creare un ambiente migliore per gli uomini. La frangia degli ecologisti che ha l'obiettivo di scardinare l'antropocentrismo è, nel suo piccolo, rivoluzionaria in un gioco come Phoenix Point, poiché spinge a mettere in dubbio tanti elementi relativi ad alcune narrazioni mainstream che oramai si sono normalizzati. Purtroppo, però, questo germe iconoclasta non sboccia. La parte finale chiarisce infatti alcuni aspetti che sarebbe stato meglio fossero rimasti misteriosi, svilendo così il significato di alcuni messaggi. La canonica struttura alla X-COM, inoltre, non è ideale ad accogliere scelte narrative così in controtendenza: per dare senso compiuto a questa spinta innovativa, Snapshot avrebbe dovuto essere coraggiosa anche nell'aspetto ludico. La successione costante di battaglie tattiche a senso unico entra infatti in competizione con alcune delle scelte che possono esser fatte nel corso del gioco. Non esistono risposte diverse alla minaccia Pandora che siano ludicamente determinanti, e da questo punto di vista il lavoro di Gollop è pressoché identico a ciò che aveva fatto negli anni ‘90. La commistione nuovo e tradizionale non funziona insomma fino in fondo, e sebbene sia gradevole godere di approcci diversi alla narrativa, non possiamo fare a meno di pensare che Phoenix Point sia stata un'occasione mancata.

    Tattica a turni

    Seppur estremamente simile agli originali X-COM e al remake di Firaxis, Phoenix Point si riserva comunque di implementare alcune trovate inedite. Prima su tutte una modalità di mira manuale (molto simile allo S.P.A.V. di Fallout) che affianca la mira automatica più classica. Il gioco di Gollop sembra tenere molto in considerazione questo elemento, tanto che tutti i nemici che incontreremo durante l'avventura avranno delle caratteristiche legate ad alcune specifiche parti del corpo.

    Gli Arthron, ad esempio, sono dei grossi granchi bipedi che è piuttosto comune affrontare durante le battaglie: sebbene abbiano tutti più o meno lo stesso aspetto, può capitare di incontrarne delle versioni con uno scudo chitinoso e una chela, oppure con una mitragliatrice e un lanciagranate.

    La mira manuale di Phoenix Point ci consente dunque di eliminare, attraverso la menomazione, una specifica parte del corpo, e di conseguenza rendere inutilizzabili armi o abilità relativi all'arto. La mira generica risulta proprio in virtù di questa caratteristica, molto meno efficace. Per di più Phoenix Point non mostra le percentuali di successo come fanno invece gli X-COM, quindi accertarsi che nella linea di tiro non ci siano degli ostacoli o, ancor peggio, degli alleati, è imperativo quando non si è assolutamente certi che il colpo andrà a segno.

    Sparare a casaccio è infatti una scelta che potrebbe compromettere l'intera partita, visto che il titolo di Snapshot include delle limitazioni "hardcore" anche piuttosto stringenti. È ad esempio presente il fuoco amico, dunque bisogna pianificare attentamente il posizionamento e spostare il cono della modalità di guardia (il cosiddetto "overwatch", che in Phoenix Point va direzionato manualmente) in modo che un eventuale proiettile di risposta non danneggi alcun alleato.

    L'arma ha poi un quantitativo limitato di munizioni che dipende dal numero di caricatori presenti nell'inventario (che ha un limite di slot e peso). Le missioni richiedono insomma molta pianificazione e una gestione delle risorse attenta, specialmente negli ultimi livelli di difficoltà, dove potreste rimpiangere amaramente di aver lesinato sui medikit o sul numero di caricatori per il fucile a pompa.
    L'approccio più radicale del gioco di Snapshot obbliga a vigilare attentamente su qualsiasi piccola azione o movimento, il che è un bene se quel che si cerca è un gioco che dà importanza ad ogni mossa e che raramente ammette errori. Però si ha alle volte la percezione che tutti questi aspetti, dai più macroscopici ai più piccini, siano degli ostacoli che rendono più macchinoso e frustrante il gameplay, senza davvero arricchirlo. I nuovi X-COM, nonostante fossero più indulgenti e semplici rispetto al nuovo lavoro di Gollop, erano comunque profondi e, alle volte, persino spietati. Phoenix Point va oltre, diventa frustrante per piccolezze come l'involontario fuoco amico, che può rendere un combattente incapace di usare qualsiasi arma (costringendoci a ricaricare un salvataggio), oppure per alcuni mancati automatismi del sistema di spostamento (i soldati non si sporgono in automatico da alcuni ripari, vanno spostati manualmente). Sono piccoli problemi che pian piano si accumulano e si fanno sempre più pressanti, soprattutto nel corso dei livelli più avanzati.

    È in ogni caso difficile dire se Phoenix Point sia un gioco impegnativo, visto che molto dipende dalla composizione del team, dal tipo di armi e da eventuali "build" dei soldati. Di sicuro, però, il gioco soffre di grossi picchi d'improvvisa difficoltà, che coincidono con un bilanciamento molto scarso dei vari livelli. La causa principale di questo problema risiede nel grosso apporto che l'algoritmo procedurale ha nella generazione del roster dei nemici da affrontare, in accoppiata con un level design in alcuni casi buono e in altri davvero pessimo.

    Possono capitare mappe in cui c'è una penuria di coperture e si è di fronte ad una schiera di nemici specializzati negli attacchi a distanza: bastano un paio di turni per comprendere che le possibilità di vittoria sono scarsissime o passano per un insostenibile sacrificio. Non bisogna vergognarsi di sfruttare il sistema di "save" e "reload" che in questi casi risulta salvifico, soprattutto perché caricando un livello prima del suo inizio modifica anche il tipo di nemici da affrontare.

    La frustrazione relativa a questi artificiali innalzamenti del grado di sfida viene incentivata anche dalla struttura fortemente ripetitiva del titolo di Snapshot. Gran parte del gioco sarà infatti composta da sessioni di esplorazione nella mappa del mondo e missioni secondarie, tutte con aree ed obiettivi scarsamente variegati. Facendo un automatico paragone con X-COM vengono fuori delle differenze piuttosto evidenti: il gioco di Firaxis ha certo beneficiato di risorse maggiori, ma la sua struttura era più contenuta proprio per arginare una altrimenti inevitabile sensazione di noia.

    Phoenix Point è paradossalmente più grosso e vasto di X-COM, pur basandosi su investimenti molto più esigui. Fortunatamente il gioco si compone di un numero limitato di missioni obbligatorie, ma che vanno comunque affrontate dopo aver portato a termine qualche incarico opzionale. Almeno se si vuole arrivare allo scontro finale con qualche chance di sopravvivenza.

    Phoenix Point Phoenix PointVersione Analizzata PCPhoenix Point è un gioco molto cauto, una riproposizione quasi tale e quale della formula degli X-COM originali e di quelli realizzati da Firaxis. Il titolo sviluppato da Snapshot tenta di fare qualche passo avanti, di smontare alcuni cliché della fantascienza con un approccio alla narrativa molto più all’avanguardia rispetto ai congeneri, ma dissolve gran parte delle intenzioni perché volontariamente intrappolato nel tradizionalismo. Un tradizionalismo che comunque non gli impedisce di introdurre delle regole di gioco non presenti nel materiale originale, alcune riuscite altre un po’ meno. Non sempre piacevole neppure l’approccio più radicale alla formula, con una strizzatina d’occhio ai vecchi fan che alle volte nasconde delle limitazioni frustranti e fuori luogo. Phoenix Point resta in ogni caso un titolo solido e piacevole, ma è più simile ad un lavoro “di mestiere” che ad un’interessante rilettura dei giochi a cui si ispira.

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