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Polybius per PlayStation VR Recensione

La leggenda di Polybius torna ad ipnotizzarci su PlayStation VR, grazie ad un gioco folle, esagerato e fin troppo fine a se stesso.

recensione Polybius per PlayStation VR
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  • PS4
  • La storia di Polybius si perde nella notte dei tempi. Stando alla leggenda, si tratta di un cabinato misterioso che fece la sua comparsa in alcune sale giochi dell'Oregon nei primi anni Ottanta. Un gioco che creava assuefazione, portatore di messaggi subliminali. Strani figuri furono visti armeggiare regolarmente col cabinato, quando nessuno ci giocava. Qualcuno ipotizzava si trattasse di agenti governativi, che attraverso il titolo raccoglievano informazioni sull'esposizione del cervello a determinati stimoli e immagini. Un esperimento segreto. Leggende, per l'appunto, ma che nel corso degli anni hanno reso l'inesistente Polybius un vero e proprio oggetto di culto. Probabilmente fu tutta colpa di Tempest, lo sparatutto realizzato dal programmatore Jeff Minter nello stesso anno. Fatto sta che persino nel recente serial televisivo Dimension 404 c'è una puntata, intitolata Polybius, che rilegge in chiave demoniaca la nota leggenda. Niente spoiler, promesso.
    Se una storia così strampalata è sopravvissuta fino ai giorni nostri, un motivo ci sarà. Sarà per l'amore che i nerd nutrono per tutto ciò che è avvolto nel mistero, per le cospirazioni, l'Area 51, i lama.

    L'abito del monaco

    E chi può definirsi più nerd di Jeff Minter? È vero che l'abito non fa il monaco, ma nel caso di Minter l'abito è decisamente in linea col monaco. Stando a una nostra fonte che preferisce rimanere anonima, Minter vive in compagnia di numerosi animali - pecore, asini e lama - e fatica a viaggiare perché non è facile trovare un lamasitter. Minter ce lo immaginiamo un po' santone e un po' profeta, uno che vive in una realtà tutta sua, dalla quale emerge solo per diffondere il proprio verbo nel mondo. Verbo che coincide coi suoi giochi.

    Pur con alcune eccezioni, la produzione di Minter può essere ricondotta al grande archetipo dello sparatutto psichedelico sotto acidi. Tempest rimane probabilmente il suo titolo più celebre, ma nel corso degli anni l'autore inglese ha continuato a perfezionare e rifinire la propria creazione. Quasi fosse alla ricerca dell'opera d'arte totale. Sia Space Giraffe che TxK sono (valide) variazioni sul tema; lo stesso tema da cui emerge Polybius.

    L'ossessione acida

    I più maliziosi potrebbero parlare di ossessione, di un autore incapace di andare oltre se stesso e le proprie follie. La poetica di Minter è ormai chiara e ricorsiva, non ci stupiremmo se qualcuno la considerasse "esaurita".

    Si potrebbe liquidare Polybius come l'ennesimo gioco di uno sviluppatore incapace di rinnovarsi: l'oracolo ha parlato per dire ancora una volta la stessa cosa. La malizia è l'altra faccia della medaglia, uno dei due opposti. Rivela solo una parte della realtà e non bisogna rimuoverla del tutto. Se è vero che Minter continua compulsivamente a omaggiarsi, nel caso di Polybius introduce un elemento inedito e innovativo alla formula: la realtà virtuale. Sulla carta, i trip acidi di Minter sembrano aver trovato la propria dimora naturale. In pratica, Polybius è un atto di pura masturbazione artistica che non tiene conto delle esigenze del fruitore.
    Cinquanta livelli, un'astronave che si muove solo a destra e a sinistra all'interno di stage spesso piatti, il più delle volte sferici o semisferici, e di tunnel che sfidano la gravità. Un unico tasto perennemente pigiato, quello che consente di sparare a nemici e ostacoli. Portali da attraversare per guadagnare velocità, per lanciarsi in folli corse nella speranza di arrivare alla fine del livello. L'armonia sinestetica di REZ è un vago ricordo: qui sopravvive solo l'elogio della velocità, il gusto di spiazzare forzatamente il giocatore tra giochi di poligoni e colori psichedelici. L'equilibrio lascia posto all'eccesso. Come sparatutto, Polybius non funziona perché non richiede alcuna comprensione dello spazio, alcuna strategia, solo prontezza di riflessi. Diventa insomma un esercizio di stile, un viaggio in uno stato di trance che il corpo fatica a digerire.

    L'atto di fede

    Indossato il visore, Polybius colpisce per i primi minuti, disorienta letteralmente i sensi. Poi il cervello implode, l'esplosione di colori e forme diventa troppo persino per il giocatore più navigato. Anche supponendo di resistere al malessere fisiologico (che personalmente in Polybius ho avuto tutte le volte che ho indossato il visore), vien da chiedersi quale sia il senso di questa esplosione di forme e di stimoli, vien da chiedersi se questo retro-inno, sotto sotto, non sia fine a se stesso. Il sogno virtuale di ogni giocatore si scontra con la realtà dei fatti, l'immersività si trasforma in rigetto.

    Polybius racconta probabilmente l'essenza di Minter e in tal senso credo sia una tappa imprescindibile per qualsiasi storico o appassionato. Col visore è come entrare nella mente pazzoide di un illuminato, finché si sopporta. Senza visore si riesce a sopravvivere, a proseguire lungo livelli che via via aggiungono nuovi elementi: salti, gincane, pillole e space invaders. Non aspettatevi di capire: giocare è un atto di fede.

    Polybius PolybiusVersione Analizzata Playstation 4Polybius è un trip allucinato, una prova di resistenza che dà diritto ad accedere a un'altra dimensione: alla mente acida e assurda di Jeff Minter. Messa da parte ogni strategia, ogni livello è un tuffo psichedelico che dal punto A conduce al punto B. Sparare è un effetto collaterale, un atto necessario ma assai poco ragionato. Polybius è l'apoteosi della frenesia, un'opera ben lontana dall'armonia ritmica di un REZ ma fedele al percorso che da Tempest in poi ha visto l'autore inglese confrontarsi con innumerevoli variazioni sul tema. Un gingillo sfavillante che rischia di implodere in qualsiasi momento. La vanità fatta gioco.

    6

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