Praey for the Gods Recensione: un deludente clone di Shadow of the Colossus

No Matter Studios debutta con un clone di Shadow of the Colossus che si schianta sotto il peso delle sue stesse aspettative.

Praey for the Gods
Recensione: Multi
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Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • PS5
  • Xbox Series X
  • Se, come si suol dire, "l'imitazione è la più sincera forma di adulazione", allora è quasi certo che i creatori di Praey for the Gods nutrano un'autentica venerazione per Shadow of the Colossus, l'immortale capolavoro firmato Fumito Ueda pubblicato nel 2005 su PlayStation 2 (per approfondire, ecco la recensione di Shadow of the Colossus su PS4).

    L'opera prima di No Matter Studios, trio di San Francisco all'esordio con un progetto nato nel 2016 su Kickstarter e in ritardo di ben quattro anni - il debutto era infatti originariamente previsto per dicembre 2017, mentre a gennaio 2019 è iniziata la fase di Accesso Anticipato - risulta in effetti a dir poco influenzata dal fenomenale modello messo in scena dall'acclamato cult del Team Ico. La malinconica Odissea di Wander e Agro si è dimostrata sin da subito un vero e proprio monumento di game design, che con la sua avanguardia concettuale è riuscita a ispirare tantissimi altri videogiochi (recuperate ad esempio la recensione di Titan Souls). Nello specifico tuttavia Shadow of the Colossus è diventato sia un riferimento da cui attingere in maniera francamente troppo pedissequa, ricalcando elementi e meccaniche quasi 1:1 senza avere la medesima autorialità, sia un termine di paragone alquanto ingombrante.

    Davide (Praey for the Gods) contro Golia (Shadow of the Colossus)

    Una landa abbandonata e rimasta isolata da tutto, stretta nella perenne morsa di un gelo mortale. Un'eroina solitaria e taciturna, avviata verso una missione empiamente sovraumana. Un mistero legato al perdurare di un inspiegabile inverno senza fine, da scoprire sopravvivendo a una natura selvaggia per confrontarsi testa a testa con le stesse titaniche divinità un tempo riverite.

    Le premesse di Praey for the Gods sono vaghe eppure ricche di genuino fascino, per una storia appena tratteggiata da ricostruire attraverso documenti che si possono reperire tramite l'esplorazione di un contesto open-world di dimensioni generose - e soprattutto con una verticalità accentuata, fatta di valli innevate e picchi scoscesi da cui gettarsi planando dolcemente. Certo a mancare, sia per i comprensibilissimi limiti di una produzione che non può necessariamente avere a disposizione le risorse di un blockbuster sia per la monotonia anche cromatica di uno scenario in cui dominano i ghiacci, è ovviamente quella sontuosa meraviglia di fondo che tanto ha reso unica e inequivocabile la poetica di Fumito Ueda (se volete approfondire, leggete il nostro speciale su mito, amore e morte in Shadow of the Colossus). Lo spontaneo senso di riverenza, di sacralità ancestrale e di ammirato stupore che di continuo si provava in Shadow of the Colossus qui trova un corrispettivo semplicemente imparagonabile, compromesso dal goffo design di divinità che risultano tanto scopiazzate dagli originali negli archetipi quanto sgraziate nell'aspetto. Mere mostruosità da abbattere piuttosto che incomprensibili idoli fatti di pietra e carne, testimoni di chissà quali misteri e di chissà quante epoche passate.

    Copiare sì, ma come?

    A livello ludico vale il medesimo principio: Praey for the Gods recupera l'idea di una serie di boss inarrestabili da far fuori in una determinata successione per ristabilire un non ben precisato equilibrio, con i mastodontici avversari che in virtù delle loro sbalorditive dimensioni si trasformano in veri e propri livelli (o quantomeno in puzzle...) da risolvere, ancor prima che in rivali da affrontare in un combattimento tutt'altro che ad armi pari.

    Alla formula concepita con genialità da Fumito Ueda oltre quindici anni or sono, No Matter Studios aggiunge poi una componente di sopravvivenza inedita, che riprende almeno in parte un altro trionfale classico moderno: The Legend of Zelda: Breath of the Wild. Dal titolo Nintendo Praey for the Gods trae non soltanto le (trascurabilissime) interazioni bellicose con i nemici di taglia "ordinaria" che di tanto in tanto si presentano in giro per la mappa, quanto soprattutto il sistema di crafting e di usura degli equipaggiamenti.

    Spade, asce, archi e soprattutto l'utilissimo rampino - perfetto per aggrapparsi anche ad alcune parti dei giganti, lanciandosi in un istante verso l'alto - sono infatti soggetti con l'uso al progressivo danneggiamento, e occorre esplorare l'isola per recuperare risorse utili a creare nuovi strumenti.

    Il tutto senza dimenticare una spruzzata di elementi survival, con fame, sonno e freddo che diventano parametri da gestire per mantenere in vita la nostra gagliarda protagonista (rimanere ad esempio per troppi secondi in acqua farà drasticamente scendere la temperatura corporea, provocando la morte entro qualche minuto). Peccato che, all'atto pratico, l'insieme di suggestioni da riferimenti tanto celebrati funzioni in maniera estremamente problematica. Quando Praey for the Gods si limita a copiare in modo spudorato, come accade per gli scontri con gli dei, nel migliore dei casi non fa danni, benché manchi in tutto e per tutto il brivido della contesa impari data dal senso di scala e dalle animazioni teatrali. A dispetto della buonissima colonna sonora non c'è eleganza, non c'è suspense, non c'è quella peculiare genialità data dalle interazioni in stile puzzle con i titani, che qui si limitano a pallide imitazioni degli escamotage ludici architettati dal Team Ico. Insomma, siamo dalle parti di un compitino che fa vagamente il suo, certo senza sussulti.

    Discutibili scelte di game design

    Il guaio subentra invece nel momento in cui Praey for the Gods prova ad affrancarsi dalla traccia di Shadow of the Colossus, finendo vittima di poca lucidità e di gravi errori di bilanciamento (se non persino di game design). Vi basti un esempio pratico: per costruire un rampino servono una quantità davvero ingente di risorse piuttosto rare, ben al di là di quelle necessarie ad esempio per un arco - senza contare che gli archi spesso e volentieri si trovano abbandonati qua e là in accampamenti deserti, i rampini no.

    Ebbene durante la mia avventura, che ha richiesto sette ore per arrivare ai titoli di coda prendendomi il giusto tempo per vagabondare, è capitato che il rampino si rompesse nel bel mezzo della lotta con l'ultimo "colosso". Alla fine della stessa si è avviata, ahimè senza preavviso e anzi in automatico, la scontatissima battaglia finale: così, senza permettermi di tornare neppure per un istante all'open world, e costringendomi di fatto a combattere ancora senza uno strumento che per quella boss fight è pressoché indispensabile.

    Risultato: letteralmente un'ora di orologio di tentativi ed acrobazie improbabili, per rimediare a una falla di design accentuata dalle solite hit box superficiali e dai frequenti spigoli di un gioco non esattamente rifinito a dovere. Non proprio quello che ti aspetteresti da chi ha deciso di seguire con così tanta superficiale minuziosità la lezione di un capolavoro.

    Praey for the Gods Praey for the GodsVersione Analizzata PlayStation 5Non è mai piacevole assegnare un’insufficienza, a maggior ragione se a al debutto di un team minuscolo che con tanta passione si affaccia per la prima volta al mercato. Purtroppo però Praey for the Gods finisce schiacciato sotto il peso delle sue stesse ambizioni, vittima di una realizzazione altalenante e problematica: anche evitando in qualsiasi modo il paragone diretto con i suoi illustrissimi punti di riferimento, l’action-adventure di No Matter Studios risulta difficile da consigliare. Non bastano insomma le buone intenzioni a salvare questo emulo di Shadow of the Colossus: meglio indirizzare i vostri 29.99€ e il vostro tempo altrove.

    5.5

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