Recensione Q.U.B.E.

Portal incontra una miriade di blocchetti Lego

Versione analizzata: PC
recensione Q.U.B.E.
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Esistono due categorie fondamentali di Indie Games: quelli votati all'innovazione più sfrenata -come il pluripremiato Minecraft di Markus "Notch" Persson- e quelli che tendono a svilupparsi attorno a progetti già affermati, traendo ispirazione dal lavoro altrui: lo stesso prodotto di Mojang ha fatto da musa -anche qualcosa in più- per gli sviluppatori del "Best Indie Game 2011" Terraria. Il progetto che ci accingiamo a recensire, Q.U.B.E. (acronimo di Quick Understanding of Block Extrusion), è un puzzle game in prima persona che strizza decisamente l'occhiolino al celebre Portal di Valve, anch'esso nato come progetto indipendente studentesco e trasformato in fenomeno cool dalla facoltosa casa di Steam. Quanto dell'opera di Valve hanno trasmesso i britannici Toxic Games al proprio primogenito?

La guerra dei cloni (sterilizzati)

L'incipit è il medesimo di Portal e del film "The Cube": i protagonisti si svegliano improvvisamente in una stanza asettica senza sapere dove, come e soprattutto perché ci son finiti, provando un claustrofobico senso di smarrimento prima di muovere i primi -incerti- passi ed interagire col misterioso ambiente che li circonda. In Q.U.B.E. il primo sguardo dell'ignoto ed ignaro eroe di turno è per i particolari guanti che indossa, sicuramente predisposti dalla mente contorta che lo ha scaraventato in questo inferno geometrico. Il candido corridoio che ci si para innanzi è composto da misteriosi cubi, tra cui ne spicca uno rosso rubino in fondo alla stanza: l'intuizione spinge ad interagire con esso attraverso i "magici" guanti e, dopo averne carpito il funzionamento, si prende atto dello sconcertante status di "cavia da laboratorio". Nelle stanze successive si moltiplicano i colori ma non il concetto di base: se vogliamo provare a scappare da questa follia è necessario darsi da fare con la logica e completare i puzzle proposti, stanza dopo stanza. Questo è ciò che ha da offrire Q.U.B.E. Non ci sono cubi da compagnia o pazze intelligenze artificiali come GLaDOS o il logorroico Wheatley, non c'è una trama o un qualcosa che spinga a proseguire, se non la disperata fuga step by step risolvendo puzzle sempre più intricati.

Tocco magico

L'anonimo protagonista di Q.U.B.E. non dispone di portal gun o dei cancerogeni Gel della Aperture di Cave Johnson, tuttavia i suoi guanti a doppia azione -attivante e disattivante- sono sufficienti per risolvere ogni tipologia di puzzle presente, dal più semplice sino a quelli intricatissimi della seconda parte del gioco. La curva d'apprendimento è ottima ed il bilanciamento della difficoltà ben calibrato: alla stregua dei migliori puzzle game, livello dopo livello vengono aggiunte nuove soluzioni adattative e mescolate fra loro per amplificare le problematiche (leggi spremere le meningi). Nel bianco mondo di Q.U.B.E i cubi colorati sono la chiave di volta per aprirsi il varco al prossimo livello: i rossi si elevano come una singola colonna dalla superficie, i gialli hanno la medesima funzione ma si muovono sempre in trittico, i blu si trasformano in pedane per saltare, i viola ruotano intere sezioni degli stage ed i verdi devono essere spostati affinché fungano da scalino. Proseguendo, le carte in tavola si mescolano ulteriormente trasformando i puzzle di logica in sfide sempre più complicate ed interessanti, sino alle fasi finali quando viene data la possibilità di "verniciare" alcuni cubi bianchi per farne regolare la funzione al giocatore. Potete immaginare il rigoroso caos matematico di Q.U.B.E., a volte amplificato da stanze buie, fasci di luce da coordinare e movimenti da ricordare a memoria. Di tanto in tanto viene proposta una variazione sul tema in cui è necessario far giungere al traguardo una sfera: intelligenti e sofisticati, questi livelli stuzzicano il giocatore con soluzioni davvero intriganti e rappresentano la miglior esperienza del titolo. Purtroppo il motore fisico di Q.U.B.E. è un poco incerto: il protagonista non può interagire con pezzi che -almeno teoricamente- potrebbero essere spostati col corpo, inoltre i cubi verdi, deputati alla funzione di gradino semovente, non sono influenzati dalla forza di gravità. Restano incollati e sospesi alle superfici anche se poggiano su di esse col 5% della propria area di base: immaginate un'auto che si regge su un precipizio solo poggiando sulle due ruote posteriori. L'effetto è visivamente infelice e sicuramente doveva e poteva essere rivisto dai programmatori britannici. I comandi con tastiera e mouse sono assolutamente perfetti e ben calibrati: col tasto sinistro e destro della periferica si comandano le due funzioni principali ed opposte per i blocchi (ad esempio solleva o abbassa il cubo rosso), mentre il salto, come di consueto, è controllato dalla barra spaziatrice. La longevità è buona e si attesta sulle 6/8 ore in base all'astuzia del giocatore, ma purtroppo non vi è nessuna modalità al di fuori di quella principale. E' naturalmente possibile rigiocare i livelli completati dall'apposito menù.

Bianco e spoglio

Dal punto di vista squisitamente tecnico il titolo Toxic Games è piuttosto sterile e semplicistico, nonostante qualche "guizzo" nella seconda fase del gioco dove si avverte il decadimento della struttura in cui si è intrappolati. Il fascino delle stanze basilari ed asettiche di Portal (il primo) in quest'opera perde molta della sua originalità e si trascina dunque per quasi tutto il gioco, sebbene sia perfettamente in linea con l'idea di "labirinto per topi". L'unica nota di colore è data proprio dai cubi e dai fasci di luce nei livelli avanzati: la sensazione è che i programmatori avrebbero potuto osare un poco di più per arricchire i livelli, come è stato fatto in una parte del software. Con le due nostre configurazioni di prova (i5 750 O.C. 3.2 Ghz, crossfire di HD5870 con 8 Giga di Ram e portatile Acer Aspire 5750G con Nvidia GT540M 2GB) Q.U.B.E scorre fluido senza perdere un colpo al massimo del dettaglio e della risoluzione, tuttavia, nonostante la forzatura tramite driver, è evidente un poco di aliasing, in particolare sui cubi bianchi che compongono le pareti. Il level design è totalmente votato al gameplay ed accenna ad un briciolo di estro artistico nella seconda parte del gioco, la più ricca in termini di situazioni e contenuti visivi. La soundtrack è tanto evanescente quanto insipida, alla stregua degli effetti sonori che sono praticamente a corollario delle mosse del giocatore. L'aspetto meno riuscito dell'opera Toxic Games risiede comunque nella più totale assenza di una trama da consumare, di un qualcosa che ci spinga a proseguire che non fosse il meccanicistico incedere di livello in livello. Da questo punto di vista gli sviluppatori avrebbero dovuto osare un poco, almeno con qualche riga di testo o un finale degno dell'intrigo logico-geometrico che si è combattuto.

Q.U.B.E. Il titolo Toxic Games si inoltra nel terreno audace della clonazione, reimpostando i concetti Valve secondo nuovi canoni -cubi colorati al posto di portali e gel- ed offrendo del sano e logico divertimento al giocatore, pur in assenza di modalità secondarie ed alternative alla principale. Immaginate di giocare a Portal con strumenti diversi. Questo è fondamentalmente Q.U.B.E, che trova la sua personalissima vocazione negli stage in cui rotolano sfere. Ma cosa sarebbe un Portal senza GLaDOS? Senza la flebile voce delle torrette? Un ottimo puzzle game in prima persona, senza dubbio: Q.U.B.E è dunque un pregevole clone d'abbacchio. E' l'apoteosi della sterilità e nel complesso ha il carisma di un mattoncino Lego in mano ad un bambino di 2 anni: sarà pure interessante da montare ma senza fantasia resta un pezzo di plastica. Bello senz'anima.

7

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