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Shadow of the Tomb Raider Recensione: l'ultima avventura di Lara Croft

Eidos Montreal e Square-Enix chiudono il cerchio della nuova trilogia con un action adventure solido e convincente.

Shadow of the Tomb Raider
Recensione: Playstation 4
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Tomb Raider è un nome imponente, ingombrante, quasi sacro. Là fuori potrà anche esserci qualcuno che non li ha mai giocati, ma tutti sanno chi è Lara, e questo è un fatto inoppugnabile. Parlare di lei è un po' come parlare della Zarina dei videogiochi, ma anche di un'icona pop, che indifferentemente dai poligoni o dalle curve ha conquistato copertine su copertine per più di vent'anni. Lei, che come nessun altro ha cambiato faccia, dalla console al grande schermo, rendendosi protagonista di una delle più grandi (e riuscite) ristrutturazioni mediatiche di sempre; dal sex symbol astratto, all'eroina moderna e profondamente umana che abbiamo conosciuto in quel nuovo esordio datato 2013. Ma questo è già il passato, e almeno noi non siamo qui per fare archeologia, bensì per raccontarvi l'ultima grande avventura di Lady Croft, la fine del viaggio, che già dal titolo non manca di esibire i suoi tratti cupi e solenni.
    Shadow of The Tomb Raider è infatti il capitolo conclusivo di una trilogia, vuole esserlo, e come tale detiene -in primis- l'arduo compito di tirare le fila della sua storia, concludendo anche il tanto celebrato percorso psicologico della protagonista. La maturazione dell'eroe è una parabola, e in questo caso passa anche per la responsabilità, il desiderio e un inedito quanto profondo senso di colpa; dimensioni interessanti, per nulla facili da narrare. Nella faretra di Lara, però, non c'è solo la questione dell'identità: all'ombra delle giungle del Sud America si cela anche la volontà di raffinare ulteriormente la formula di gioco tradizionale, sempre più incentrata sul connubio fra esplorazione avventurosa e lo sporco mestiere della sopravvivenza. Questo nuovo capitolo, poi, esalta la componente stealth ed il "sempreverde" crafting, e ci presenta spazi che non solo si fanno più grandi, sontuosi e articolati, ma sono anche realizzati con una tecnica e una direzione artistica che ha tutta l'intenzione di confrontarsi direttamente con l'eccelsa concorrenza Naughty Dog.
    A ben vedere, dunque, l'ultima impresa di Lara Croft ha molte responsabilità sulle spalle, e al contempo anche la possibilità di eccellere, soprattutto in nome delle conquiste fatte dal suo predecessore. Eppure, duole ammetterlo, al netto di qualche importante miglioramento, molti dei difetti conclamati della serie sono ancora lì. Shadow of The Tomb Raider è riuscito a trasportarci in un mondo magnifico, mostrandoci alcune delle ambientazioni più appassionanti (e visivamente convincenti) che abbiamo mai avuto il piacere di esplorare; addirittura riesce a brillare sul versante delle attività secondarie relative alle Tombe, eppure si rifiuta pigramente di scagliare l'ultimo affondo, sia sul piano narrativo che sull'aggiustamento delle meccaniche di shooting. L'esperienza costruita da Eidos Montreal e pubblicata da Square-Enix è comunque avvolgente, senz'altro importantissima in quanto a valore produttivo, tuttavia era legittimo aspettarsi qualcosa di più, e a tal proposito, è anche naturale chiedersi se con la paternità di Crystal Dynamics le cose sarebbero andate diversamente...

    Umano, troppo umano?

    Comincia tutto con un aereo che precipita (perché c'è sempre qualcosa che precipita o si schianta), poi qualche inquadratura presa in prestito dal volo charter di Indiana Jones e il tempio Maledetto. Infine arriva il flashback, come vuole il manuale dei grandi film d'avventura. Shadow of the Tomb Raider è ambientato poco dopo gli avvenimenti di Rise of the Tomb Raider, e cerca spesso di agganciarsi al passato, ma senza mai forzare la mano. Questa volta Lara e Jonah sono dalle parti di un arcipelago Messico, in una piccola cittadina nel pieno dei festeggiamenti per il Día de Muertos: una location che colpisce subito al cuore in quanto suggestiva e riuscitissima. I due sono in incognito, sulle tracce di un artefatto Maya, e anche dell'immancabile Trinità, che però resta sempre un passo avanti a loro.
    Dopo un primo, semplice percorso lungo la scogliera (qui è impossibile non riconoscere la Skull Island di Uncharted 4), Lara riesce a trovare per prima l'artefatto, un pugnale maledetto, e nonostante gli avvertimenti e i presagi, decide di rubarlo, un po' per toglierlo dalle grinfie della Trinità, ma anche perché la sua anima di tombarola non può farne a meno. Ciò darà il via ad una serie di sciagure, fra cui maremoti e terremoti, e tutto il tragico programma incluso nelle profezie Maya. Le conseguenze sono subito catastrofiche, le perdite numerosissime, e tutto ricade sulla protagonista, che assiste impotente agli esiti delle sue azioni. Come se non bastasse si presenta il villain di turno, che ruba a sua volta il pugnale, minacciando il mondo con un epilogo ancora peggiore. Lara è divorata dal senso di colpa, ma deve proseguire, perciò insieme al fidato collega si imbarca per un viaggio che la porterà fino alle giungle del Perù dove, fra civiltà sepolte e divinità sovrannaturali, scoprirà di essere parte di un disegno ancora più grande. E ora purtroppo arrivano le note dolenti.

    A giudicare dall'incipit quello di Shadow of the Tomb Raider si potrebbe definire un plot infallibile per un'avventura; inossidabile, sulla carta. Eppure non funziona, arranca, in prima istanza perché ancora una volta gran parte delle informazioni sono opzionali e nascoste fin troppo bene, ma soprattutto perché la scrittura è davvero troppo debole. Di nuovo: non stiamo pretendendo l'autorialità fuori dagli schemi, piuttosto una sceneggiatura e dei dialoghi funzionali alla trama. E invece no, ci sono un'infinità di cutscene, adornate spesso da un'ottima regia, recitazione alle stelle e movimenti di macchina assai più elaborati rispetto a quanto visto nello scorso capitolo (anche se ancora lontani dalla concorrenza), ma il racconto continua a sembrare troppo lento.

    Ci sono dei guizzi ben riusciti, momenti ricchi di genuino pathos, con tanto di magnifiche citazioni riprese talvolta da un Apocalypto di Mel Gibson o addirittura da un Apocalypse Now di Coppola, ma ecco che poco dopo arriva il cliché, o una didascalia assolutamente non necessaria, o uno "spiegone" di troppo. Il più delle volte sarebbe bastato anche un semplice sorriso alla Harrison Ford, o un magico silenzio, e invece c'è sempre una battuta di troppo, spesso banale. Altre volte invece è difficile comprendere i veri intenti dei personaggi, e Lara sembra addirittura regredita: persino il suo senso di colpa risulta poco definito, lamentoso, incompleto.
    Per fortuna dopo le prime ore l'impasto migliora, il ritmo aumenta, soprattutto quando il gioco decide di essere "action-adventure", e infatti è proprio lì che ci troviamo davanti a sequenze sinceramente spettacolari, indubbiamente superiori alla vecchia eredità. Alla fine non si può neanche dire che non ci sia un'evoluzione psicologica, perché la traccia c'è, soltanto che i dialoghi, alcuni personaggi, e pure il pensiero stesso dell'eroe, finiscono per sembrare -davvero- troppo superficiali. Insomma, in altre parole la storia è semplice, e con l'approccio giusto e leggero riesce a traghettarvi fino alla fine, però ecco: fa rabbia pensare che, per molti versi, quella di Rise of Tomb Raider risulti più efficace.

    El corazón de las tinieblas

    Lo sappiamo, fa male parlare così di miss Croft, ma dovevamo toglierci la spina dallo stivale per poi correre più forte nella giungla, e vi garantiamo che da adesso andrà molto meglio. Infatti qui sta il bello, perché tutti sappiamo che in Shadow of The Tomb Raider coesistono due anime. A tal proposito, è bene fare una premessa: la campagna principale dura un po' meno del capitolo precedente, e se tirate dritti senza fermarvi fino alla fine vi porterà via poco più di una decina di ore, ma così facendo si potrebbe dire che siete appena a metà strada. Questa volta le due dimensioni ludiche sono dei compartimenti stagni, e vi basti pensare che proseguendo in linea retta sarete costretti a cacciare soltanto un paio di volte, e così facendo vi state perdete tutta l'adrenalina dell'elemento survival, ed anche enormi (e bellissime) aree opzionali.
    Sarebbe ingiusto, perché Shadow of Tomb Raider dà il suo meglio proprio all'infuori della storia, grazie ad una valanga di attività riuscitissime e assolutamente consigliate. Innanzitutto va detto che le aree non sono solamente più grandi, ma sono anche estremamente più complesse e ricche di segreti, e inoltre sono state introdotte anche delle vere e proprie città che fungono da hub (alcune grandi e comunque tutte ben caratterizzate), con tanto di questgiver, npc "pour parler" e mercanti. Questi ultimi sono soltanto una manciata, ma aggiungono un senso importante alle spedizioni esplorative nell'outback peruviano; vendere e scambiare minerali e risorse in cambio di armi e potenziamenti fa in modo che ci sia un momento di distensione -reale- fra una sessione action e l'altra, dal valore quasi strategico, ben diverso dal semplice accampamento presso i comuni falò.

    Le vere missioni secondarie purtroppo non sono tantissime, e tranne alcune rare eccezioni si svolgono principalmente come delle semplici fetch quest, ma molte di queste hanno un vantaggio: vi spingono ad esplorare e a perdervi per il mondo di gioco, vi portano in posti che normalmente non riuscireste a trovare, e a mano a mano che le portate avanti, recuperate nuove armi, documenti e indizi che vi aiutano a svelare i misteri dell'Amazzonia. Ci sono anche le sfide, che partecipano allo stimolo facendovi -letteralmente- perdere nel profondo della giungla, ma tutti sappiamo che il piatto forte di Tomb Raider sono, appunto, le tombe, e infatti è proprio lì che siamo diretti.

    Quelle che una volta erano costituite da una navata e qualche androne, oggi sono più grandi, complesse e articolate che mai, e per giunta più difficili da trovare. Vi capiterà più volte di aprire la mappa alla ricerca di qualche zona inesplorata, farneticando pronostici e ipotizzando passaggi segreti, e ciò rappresenta senza dubbio uno dei momenti più riusciti della produzione.

    Per raggiungere le tombe bisogna destreggiarsi in cunicoli sotterranei, lunghe sessioni di apnea fra murene e piranha, nonché avventurarsi in zone apparentemente inutili, armati soltanto di arco e piccozza; della serie, siate curiosi e il gioco vi ripagherà. Una volta trovato l'ingresso, comunque, dovrete sempre vedervela con sfide e puzzle ogni volta differenti, tutti curatissimi, che richiedono il giusto quantitativo di concentrazione e dedizione. Le tombe sono nove in tutto, esattamente come nel capitolo precedente, ma finiscono per sembrare molte di più, sia per quanto riguarda la qualità che per la reale estensione della superficie. Lo stesso discorso vale anche per le cripte, praticamente invariate per quanto riguarda il concept, ma molto più variegate e articolate di quanto visto in passato.
    Si avanza così, fra un'arrampicata dinamica e un segreto nascosto, finché non arriva il momento di combattere, ma anche in questo caso c'è qualcosa da dire. Nelle prime ore si combatte poco, quanto basta per capire che -purtroppo- lo shooting non ha subito migliorie. Tempi di reazione lenti, una fastidiosa sensazione di pesantezza affligge ogni torsione, per un mix che risulta ancora troppo farraginoso, eppure ci si abitua, soprattutto per via della "svolta stealth" che il titolo sembra voler intraprendere in maniera piuttosto esplicita. Il level design è rimasto praticamente lo stesso, ma stavolta ammettiamo che tutto funziona meglio: uno, due e talvolta anche tre livelli su cui muoversi. Ma non è solo una questione di piani, è il setting stesso a migliorare il livello di sfida. La giungla è più difficile da "leggere", soprattutto con una telecamera ravvicinata, e i nemici, nonostante non siano particolarmente intelligenti o intraprendenti, hanno tutti i decimi al posto giusto e al primo errore ci piombano addosso mandandoci sottoterra. Il basso profilo, quindi, non è solo uno sfizio, è anche consigliato, soprattutto per la difficoltà superiore a quella normale: va detto insomma che in questo caso Eidos è riuscita a confezionare un'ottima esperienza.

    Sporcarsi di fango ci permette di nasconderci meglio nella boscaglia, o di appiattirci su di un muro rivestito di rampicanti, in silenzio, aspettando la nostra preda.
    Funziona meglio della Siberia, anche al netto di qualche incertezza prettamente meccanica, e il merito è anche delle abilità di Lara, che ci permettono di pianificare strategicamente ogni attacco. Concentrazione, Stoicismo e Percezione rivestono un ruolo centrale, e anche l'utilizzo dei classici diversivi e delle trappole amplia positivamente le nostre tattiche di guerriglia. Ovviamente se ne può fare anche a meno, magari uscendo e allo scoperto e freddando tutti con qualche headshot, ma contro i nemici più ferini e imprevedibili risultano fondamentali, soprattutto nelle sezioni di caccia opzionali, dove ci si ritrova immersi nell'acqua fino al petto, armati soltanto di un arco e qualche freccia.

    Lo skill tree, per contro, è rimasto fedele a sé stesso, se non per qualche trascurabile aggiunta e un restyling grafico, ma va detto che il crafting è stato approfondito, e adesso offre più possibilità che in passato, grazie soprattutto all'introduzione dei costumi e dei set di vestiario. Oltre a far sembrare Lara una vera autoctona, questi ultimi le forniscono anche vantaggi unici, come il passo silenzioso e una migliore capacità d'apnea; la loro utilità pratica è limitata, soprattutto nelle fasi finali del gioco, ma di certo rappresentano una piacevole aggiunta, nonché un gran passatempo per i collezionisti.

    Una giungla di dettagli

    E veniamo anche all'altro gran pregio della produzione firmata Eidos Montréal, ovvero il comparto tecnico, che come vi abbiamo già anticipato merita più di una semplice nomination.

    Paititi te quiero! (Il peso della direzione artistica)La potenza è nulla senza il controllo, così come la grafica è inutile senza una direzione artistica ispirata. Non è certo il caso di Shadow of The Tomb Raider, che invece sfoggia una caratterizzazione magnifica in ogni suo scorcio, lasciandoci toccare con mano le meraviglie e i colori accecanti di un mondo lontano e primordiale. Non è solo l'immensità giungla, talmente profonda da oscurare il sole, e neanche le tombe, che spaziano dallo stile precolombiano a quello piratesco dei primi settecento, ma sono soprattutto i centri abitati a spiccare fra le numerose location proposte. Paititi, l'hub di gioco principale, riveste sicuramente un ruolo importante in tutto ciò: visivamente stupenda, architettonicamente complessa e stratificata, la città sacra è realizzata con la perizia propria del modellismo, graziosa in ogni suo vicolo, esotica in ogni sua piazza, maestosa in ogni suo tempio. È incredibile notare quanto impegno sia stato profuso nella realizzazione dell'atmosfera e della mitologia sud/mesoamericana, soprattutto per quanto riguarda il doppiaggio originale della popolazione nativa del posto (che vi consigliamo vivamente di attivare). Certo, ogni tanto fa strano sentire gli scambi in scioltezza fra gli autoctoni e la inglesissima Lara, ma forse possiamo anche passarci sopra...

    Prima di tutto c'è una veste grafica imponente, un colpo d'occhio strepitoso per densità e qualità dei modelli, che rapisce lo sguardo del giocatore sin dalle prime rocambolesche sequenze. L'illuminazione, soprattutto nei numerosi ambienti interni come grotte e templi, raggiunge momenti di puro fotorealismo, simulando luci dirette sulle superfici colpite e anche una buona resa dei volumi aeriformi (chissà cosa sarebbe successo con il ray tracing!). Buonissimi anche i particellari, l'effettistica in generale, e una speciale menzione va agli shader utilizzati per le "acque torbide", alla realizzazione del fumo, e soprattutto alla vegetazione: davvero eccellenti.
    La regia è notevolmente migliorata, ed anche molte animazioni specifiche sono state raffinate e meglio "sfaccettate", senza parlare della recitazione e del motion performance (che già in passato avevano raggiunto livelli altissimi), ora in pieno stato dell'arte. Su questi ultimi due elementi, però, va detto che l'avventura di Nathan Drake detiene ancora il primato, e non soltanto per quanto riguarda la texturizzazione dei volti, che in Tomb Raider alle volte appare leggermente semplificata (fatta eccezione per i capelli, ovviamente), ma anche per una padronanza superiore delle inquadrature e dei piani sequenza, di fatto più audaci e "autoriali". Rispetto al vecchio capitolo, e confronto a gran parte di quello che troviamo in giro oggi, non c'è proprio paragone, soprattutto se siete su Xbox One X e decidete di propendere verso la qualità e la risoluzione. Infine, meriterebbe un premio anche la colonna sonora, sempre azzeccata e a tratti incredibile, peccato forse per un doppiaggio italiano altalenante e spesso fuori fuoco, ma insomma, se avete chiaro il primo paragrafo, avrete anche intuito che non cambia poi così tanto...

    Shadow of the Tomb Raider Shadow of the Tomb RaiderVersione Analizzata Playstation 4Lara Croft ritorna dopo tre anni in un’ultima, grande avventura, quella che avrebbe potuto consacrarla nell’olimpo dei capolavori di questa generazione, ma che forse manca il passo decisivo. L’impianto è lo stesso dei capitoli precedenti, quello di un action-adventure in terza persona solido, con l’accento posto sull’esplorazione e il combattimento stealth, e in questo The Shadow of The Tomb Raider riesce a migliorarsi e a progredire notevolmente, ma i problemi sono altrove. La storia, per esempio, sarebbe stata anche sufficiente di per sé, ma la scrittura è troppo debole, e così si avverte la mancanza di personaggi incisivi, indimenticabili, capaci di sorreggere il peso di un’opera. La trama scorre, lasciandoci spesso indifferenti, ed è curioso osservare come i momenti meglio riusciti (ce ne sono comunque a volontà) siano quelli sfacciatamente spettacolari, o persino alcune sequenze vagamente “horror”, insomma: dove manca l’approfondimento psicologico. Oltre a questo e ad una longevità non proprio altissima, latita anche la volontà di svecchiare alcune meccaniche come lo shooting, ancora troppo ingessato, e pure una sistema di missioni secondarie che, a parte qualche raro caso, risultano veramente poco interessanti. Paradossalmente, il titolo mostra il meglio di sé quando ci si abbandona alla ricerca dei segreti, alla caccia e al completamento delle tombe e delle cripte. La longevità è praticamente raddoppiata (e anche qualcosa di più), e il gioco diventa avvincente come pochi altri hanno saputo fare nel suo genere. Inoltre, aggiungeteci anche che il comparto tecnico è sicuramente uno dei migliori che vedremo in quest’epoca, capace di regalarci panorami ed atmosfere mozzafiato, arricchiti da una direzione artistica meticolosa e accurata. Insomma, Shadow of The Tomb Raider è un titolo riuscito, per certi versi stupendo, che però, proprio sul più bello, manca del coraggio necessario per giungere alla vetta. Se avete amato i precedenti capitoli, questo non vi deluderà di certo, ed anzi supererà anche le vostre più rosee aspettative.

    8.3

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