Recensione Shadwen

Direttamente dai creatori di Trine, arriva uno stealth-game dalle ottime potenzialità, minato però da una narrazione superficiale e da un gameplay davvero troppo ripetitivo per poter competere con altri esponenti del genere.

Versione analizzata: PC
recensione Shadwen
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
Angelo De Martini Angelo De Martini è un famelico appassionato di videogiochi, dategliene uno di qualsiasi genere e ne farà un boccone in compagnia del suo fidato PC. Se potesse scapperebbe con lui in Giappone, continuando ad amare la scrittura e a videogiocare come un matto. Lo potete trovare su Facebook.

La trilogia di Trine è stata una delle sorprese più piacevoli nell'ambito dei puzzle/platform, con trovate di gameplay interessanti e un comparto artistico davvero ispirato. L'ultimo capitolo, tuttavia, sebbene poggiasse su una formula di gioco ormai consolidata e persino rinnovata grazie all'interessante apertura verso la terza dimensione, ottenne un tiepido riscontro da parte del pubblico e della stampa specializzata, lasciando presagire che forse era giunto il momento per i finlandesi di Frozenbyte di voltare pagina e sfidare il mercato indipendente con una nuova IP. Detto, fatto. Abbandonata la sognante atmosfera fantasy di Trine, il team ha scelto, con Shadwen, di imbastire un'avventura stealth in terza persona dalle tinte cupe e misteriose. Gli sarà bastato per fare nuovamente breccia nel cuore dei giocatori?

Kill or not to kill?

Shadwen è un'assassina tutto d'un pezzo, di quelle che nella vita hanno patito così tanta sofferenza da risultare insensibili persino di fronte alla morte. Il regno medioevale in cui è nata e vissuta, dopotutto, è diventato negli anni l'ombra di se stesso, ridotto in ginocchio dalla malsana amministrazione di un sovrano che per tutta la sua reggenza se ne è stato comodamente rintanato nella sua mastodontica roccaforte, mentre le sue rozze guardie pattugliavano le strade e la popolazione pativa le sofferenza della guerra. Cosa fare, dunque, per riportare un briciolo di umanità per le decadenti strade di Rivendon? Non rimaneva che un'unica soluzione, fredda e spietata come la lama di un coltello: uccidere il re e ristabilire la pace. Comincia proprio così Shadwen: con la giovane assassina che porta il pugnale alla gola del sovrano e segna ineluttabilmente la fine del malvagio dominio. Ma in quel momento, nella sala del trono, non è l'unica presenza indesiderata: con lei, infatti, si trova una bambina dai lunghi capelli biondi, scioccata dalla cruenta esecuzione consumatasi davanti ai suoi occhi ancora purissimi. Il perché si trovi lì, in compagnia dell'assassina, non ci è dato saperlo, visto che la scena terminerà bruscamente catapultandoci indietro di qualche ora alla sera che ha preceduto il tremendo regicidio. È qui, nei panni di Shadwen, che avremo finalmente modo di prendere le redini dell'avventura, intenti ad infiltrarci nel villaggio entro cui sorgono le imponenti mura del castello del re, per compiere la nostra missione di liberazione. Giunti in prossimità dei giardini reali, però, incapperemo senza volerlo nell'interrogatorio di una bimba indifesa, quella stessa bimba intravista nella cutscene introduttiva, accusata da una guardia di aver rubato alcune mele dagli splendidi alberi del re. Accantonando per un attimo la furia vendicativa e abbracciando invece una compassione quasi materna, non ci resterà che liberarla e portarla con noi, senza ovviamente svelarle il nostro cruento piano. Bastano le prime battute tra i due personaggi per scoprire che Lily (questo è il nome della bambina) è un'orfanella che ha perso entrambi i genitori durante la guerra, ritrovandosi sola a racimolare il cibo nei luoghi più disparati e pericolosi di Rivendon. Ci troviamo, insomma, al cospetto di un background sufficientemente cupo e misterioso, dal grande potenziale narrativo, arricchito dalla presenza di una coppia di protagoniste non proprio comunissima nell'immaginario videoludico. Tuttavia gli sviluppatori hanno scelto di raccontarci questo inusuale rapporto affidandosi unicamente a rarissime cutscene animate (sulla falsariga di quelle fumettistiche di Deadlight) e a dei frettolosi dialoghi "fuori campo" durante le schermate di caricamento tra un livello e l'altro, rendendo quindi sostanzialmente impossibile affezionarsi alle due giovani protagoniste. La scelta di uccidere o non uccidere le guardie che si pareranno sul nostro cammino, al fine di non urtare la sensibilità della piccola Lily, non sarà sufficiente a farci sentire il peso delle nostre azioni: l'unica reazione della piccola, del resto, sarà quella di parlarci con toni più diffidenti e piccati durante i dialoghi di fine livello, nel caso in cui avessimo scelto l'approccio più brutale. La trama di Shadwen, insomma, è davvero troppo insipida e secondaria, appiattendo di fatto le ottime potenzialità offerte dal contesto narrativo e dalle sue protagoniste femminili.

Questione di fisica o di chimica?

Venendo al gameplay, Shadwen mette sul tavolo alcune trovate capaci di risollevare appena leggermente le sorti della nuova IP dei Frozenbyte. Come detto, siamo al cospetto di uno stealth-game in terza persona, dove, nei panni di Shadwen, oltre a dover avanzare furtivamente tra una copertura e l'altra per non farci scoprire (evitando così l'immediato game over), dovremo aiutare la piccola Lily (guidata dall'intelligenza artificiale) ad aggirare le guardie che pattuglieranno i vari livelli di gioco, i quali, ovviamente, cresceranno progressivamente in ampiezza e complessità. Per riuscire a cavarcela potremo adottare unicamente due tipi di approcci: uccidere le guardie con il pugnale (rischiando, come detto, di arrecare un "forte" disagio alla bimba o di farci scoprire) oppure distrarle creando degli utili diversivi; non sono invece previsti tramortimenti alla Metal Gear Solid o alla Splinter Cell, ma d'altronde non siamo nient'altro che assassini spietati. È proprio qui che entrano in gioco le principali peculiarità del titolo, ereditate da Trine ma anche da altri titoli spiccatamente arcade, come Superhot e Just Cause 3. In Shadwen, infatti, proprio come nel titolo diretto da Piotr Iwanicki, il tempo scorrerà solamente quando faremo muovere l'assassina, potendo anche contare, nel caso commettessimo un errore di valutazione o venissimo scoperti dalle guardie, su un comodissimo "flashback" per riavvolgere il tempo e tornare al momento desiderato per ripetere la sequenza. Il problema è che questa meccanica finisce per abbassare ulteriormente il già non eccezionale livello di difficoltà del titolo. Il senso di sfida è basso anche per colpa di un'intelligenza artificiale davvero inefficace, che ci permetterà di beffarne fino a quattro o cinque soldati alla volta con dei trucchetti molto banali. Avanzando negli scenari, infatti, oltre a poterci comodamente nascondere in alcuni cespugli diventando immediatamente invisibili allo sguardo nemico, potremo interagire con determinati oggetti (sopratutto cataste di casse e barili), spingendoli, facendoli rotolare e rompendoli per attirare le guardie verso una determinata posizione, permettendo così alla piccola Lily di avanzare indisturbata verso il nascondiglio successivo.
Da Just Cause 3, invece, Shadwen eredita la possibilità di utilizzare un rampino per spostarsi tra una sporgenza e l'altra, sfruttandolo anche per trascinare gli oggetti a distanza e farli cadere sulla testa dei poveri malcapitati sottostanti. Il problema, anche qui, oltre ad un'evidente imprecisione nei punti d'aggancio del rampino, è che le guardie sembrano essere sprovviste di capacità visive adeguate ad un essere umano in salute, dato che spesso spenderanno tantissimi secondi ad ispezionare un oggetto sospetto e non faranno una piega nemmeno se gli faremo passare il rampino a pochi centimetri dal naso, o se la stessa Lily gli correrà tra le gambe. Inoltre, la presenza di sole due tipologie di guardie, una semplice e una in armatura pesante (con quest'ultima che non potrà essere assassinata alle spalle), non aiuta a costruire situazioni sufficientemente varie e divertenti. Alla luce di questo, risulta anche risibile l'inserimento di alcuni oggetti (come esche e trappole di vario tipo) che potremo craftare raccogliendo i progetti e i materiali sparsi nelle casse disseminate per le varie ambientazioni. Gli oggetti perderanno quasi subito ogni attrattiva, facendoci ripiegare sull'uso della daga e del rampino, più che sufficienti per affrontare l'intera avventura.

Il problema di Shadwen, insomma, risiede in una ripetitività di situazioni a dir poco disarmante, che finirà via via per nuclearizzare persino quel poco di buona volontà che gli sviluppatori hanno messo nel rendere il level design progressivamente più ampio e meglio strutturato. Dal punto di vista tecnico Shadwen si lascia guardare, ma non brilla in nessuno dei suoi aspetti più importanti. Ogni ambientazione, che vedrà l'ossessivo riutilizzo dei medesimi asset sia per quanto riguarda gli interni che gli esterni, ci darà la sensazione di attraversare un livello già affrontato in precedenza, con la stessa tipologia d'illuminazione ed una palette cromatica abbastanza smorta. I modelli poligonali delle protagoniste sono appena sufficienti, così come l'espressività facciale, incapace di trasmetterci la giusta empatia. La fisica di gioco, dando per scontato che in un titolo indie del genere è accettabile prendersi delle licenze, restituisce raramente il giusto peso degli oggetti trascinati, mentre il rampino ci permetterà spesso e volentieri di assistere a situazioni inverosimili e poco esaltanti dal punto di vista delle animazioni, soprattutto quando ci ritroveremo a penzolare con eccessiva legnosità appesi a qualche sporgenza.

Shadwen Shadwen avrebbe dovuto rappresentare una sorta di rinascita per il team finlandese dei Frozenbyte che, dopo la tiepida accoglienza dell'ultimo capitolo di Trine, si era trovato in carenza d'ossigeno per riuscire a supportare ulteriormente la sua serie più celebre e meglio riuscita. Per quanto il radicale cambio di rotta vada apprezzato, è un peccato che Frozenbyte abbia deciso di imbastire un'avventura in terza persona all'interno di un genere abbastanza spinoso. Dovendosi confrontare con prodotti come Hitman, Metal Gear Solid e persino Thief, è difficile riuscire ad imbastire meccaniche originali e interessanti. L'impresa si è dimostrata dannatamente ardua, tanto da far sfigurare un team che ha dimostrato di avere ottime capacità. Shadwen, purtroppo, si è rivelato un pasticcio confuso di idee senza una precisa direzione, incapace di far presa sul giocatore sia dal punto di vista della trama che grazie alle meccaniche di gioco. Dispiace soprattutto per il contesto narrativo, interessante sulla carta ma sviluppato troppo superficialmente. Lo stesso si può dire del gameplay, costruito intorno ad un'accozzaglia di idee prese qua e là da altri titoli e inserite nel gioco quasi senza coesione. Insomma, se siete alla ricerca di un titolo stealth profondo e divertente, forse vi converrebbe guardare altrove.

5

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