Recensione Space Hulk

Qualche difetto di troppo intacca una riproduzione perfetta del boardgame Warhammer 40.000.

Versione analizzata: PC
recensione Space Hulk
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Per gli appassionati di giochi da tavolo e miniature l'universo di Warhammer 40.000, edito dalla celebre Games Workshop, è indubbiamente contemplato tra i più affascinanti e meglio concepiti, considerando anche la ultraventennale carriera di successi fra le varie edizioni a partire dal 1987, quando Rick Priestley immaginò un wargame futuristico e fantascientifico da affiancare a Warhammer Fantasy. In questo vastissimo universo, ricco di razze, avventure e mondi da esplorare, ha saputo distinguersi con carisma il filone denominato Space Hulk, liberamente ispirato alla saga di Alien e che vede in contrapposizione la fazione umana difesa dagli Space Marines contro quella degli alieni Genostealers, sottogruppo dei brutali Tiranidi.
La trama narra che gli “xeno”, dotati di potenti poteri psichici ed artigli affilatissimi, si sono impadroniti degli enormi agglomerati spaziali di astronavi e detriti - gli Space Hulk - per diffondersi nello spazio, mentre gli uomini sono attratti da queste miniere fluttuanti per le preziosissime risorse in esse disperse. Questo, a grandissime linee, l'incipit dietro ai primi contatti ed ai sanguinosi scontri fra le due specie nella Sin of Damnation, un'enorme nave spaziale scomparsa da secoli.
Sorretto da regole semplici ma eccezionalmente equilibrate, il boardgame nel corso degli anni ha fatto breccia nei cuori di moltissimi fan, esasperando anche il concetto di collezionismo; l'ultima edizione del 2009 è infatti introvabile da tempo e le vecchie confezioni, anche se malmesse, vengono vendute a prezzi notevoli sui mercatini di mezzo mondo e sul famoso sito di aste online eBay. Dunque cosa c'è di meglio che poter godere di una versione digitale del suddetto gioco sul monitor del proprio PC, ad un costo decisamente più accessibile e con la possibilità di sfidare amici e sconosciuti sparsi per il mondo? Space Hulk, sviluppato dalla danese Full Control e pubblicato da Games Workshops, altro non è, infatti, che la riproduzione videoludica del gioco in scatola del 2009, con tutti i pro ed i contro che ciò comporta. Il titolo rappresenta inoltre una sorta di remake del titolo omonimo uscito nel 1993 e sviluppato da Elecrtonics Arts per Amiga e PC, cui si aggiunse nel 1996 il seguito Space Hulk: Vengeance of the Blood Angels pubblicato anche su Playstation.

Sergeant of the squad, accept your orders

Trattandosi di una declinazione videoludica pura del gioco da tavolo originale, in essa ritroviamo esattamente le medesime regole, con l'unica ed ovvia differenza nel fondamentale lancio dei dadi, simulato dalla cpu. In linea di principio, lo scopo del gioco consiste nel dispiegare i propri Space Marines - chiamati Terminators - nella mappa di gioco suddivisa in tasselli, uccidere un determinato numero di Genostealers, sopravvivere ai loro attacchi, distruggere obiettivi e portare a casa sana e salva la pellaccia del numero di soldati richiesto. Sì perché in Space Hulk le perdite sono un ingranaggio fondamentale delle dinamiche di gioco, dovendo fare massima attenzione ad ogni singola mossa e disponendo le “pedine” col fine di preservare la vita di quelle necessarie per conseguire la vittoria. Ciascun Terminator, un marine spaziale corazzato di tutto punto, possiede un totale di quattro Action Points (AP) in verde, sfruttabili per il movimento sulla mappa, per cambiare direzione, attaccare e difendersi. A questi possono essere aggiunti i Command Points (CP) in arancione, utilizzabili da qualunque membro della squadra e rinnovati al termine di ciascun turno grazie al lancio di dadi, che ne fornisce da 1 a 6 in base alla “fortuna” del giocatore.

Per fare alcuni esempi, muovere un Terminator di sei caselle richiede quattro Action Points verdi più due Command Points arancioni, voltarsi costa un Action Point ed attivare l'utilissimo Overwatch - non dissimile da quello presente in X-Com - ne costa due. Con quest'ultimo comando il nostro marine spaziale spara ad ogni Genostealers nel suo raggio visuale, tuttavia anche in questo caso l'esito del confronto dipende dal fato, che potrebbe, ad esempio, far inceppare l'arma nel momento più critico. Il gioco è dunque una continua partita a scacchi contro gli avversari, nella quale si cerca di prevedere le mosse occupando strategicamente i tasselli e favorendo l'avanzata dei marine prescelti verso l'obiettivo. Inutile sottolineare quanto sia elevato il livello di tensione nello svolgimento di ciascun turno, soprattutto giocando contro avversari umani; la cpu non sembra infatti dotata di grande intelligenza artificiale e fa leva principalmente sull'aggressione diretta piuttosto che sulla tattica. Un singolo lancio di dadi sfortunato e sul quale si era costruita l'intera impalcatura della propria strategia può inoltre avere esiti catastrofici, poiché i Genestealers, oltre a comparire in numero indefinito, possono ucciderci semplicemente venendo a contatto con noi, come il più affamato dei Clickers di The Last of US.

Squad Lorenzo

Oltre ai normali Terminator il giocatore può contare sui pezzi forti della propria squadra, ovvero sui Sergeants e sui Librarians che generalmente dispongono di statistiche superiori, miglior equipaggiamento ed opportunità strategiche alternative. Sul fronte dell'arsenale si sottolinea una discreta varietà che può trarci di impaccio nelle situazioni più delicate; del resto tenere a distanza i Genostealers rappresenta il fulcro del gameplay. L'arma di base è un classico fucile d'assalto chiamato Storm Bolter, il cui utilizzo costa un Action Point e che può essere sfruttato per il cosiddetto “Move&Fire”, ovvero la fondamentale strategia di avanzare e liberare la strada qualora si incrociassero dei Genestealers sul percorso. Il loro numero non è mai certo ed i cosiddetti blips, ologrammi di colore rosso rilevati dai sensori, possono nascondere da uno a tre alieni. L'Assault Cannon ha un numero limitato di munizioni (la ricarica costa 4 AP) ma maggiore potenza di fuoco dello Storm Bolter, mentre il lanciafiamme “Heavy Flamer” rappresenta probabilmente l'arma più importante ed utile di tutto il gioco, poiché, oltre a fare danni ingenti, produce un fuoco di sbarramento su diverse caselle ed è in grado di bloccare l'avanzata aliena. Il Power Fist, le Lightning Claws, la Power Sword, il Thunder Hammmer e la Force Axe sono armi corpo a corpo più o meno rare, con capacità di offesa piuttosto elevata e che garantiscono ulteriori benefici tattici in battaglia, oltre che la possibilità di distruggere porte che ci sbarrano la strada e vari materiali. Combinando sapientemente le diverse caratteristiche dell'equipaggiamento con l'acume tattico-strategico si riesce ad avere la meglio sugli ostici alieni, ciò nonostante va sottolineata la frustrazione nel veder sfumare il proprio approccio a causa di ripetuti ed infausti lanci di dadi, in particolare contro l'IA. Giocare al boardgame con un'altra persona di fronte, del resto, offre emozioni del tutto differenti soprattutto in queste circostanze.

La campagna principale, chiamata Sin of Damnation, è composta da 12 missioni piuttosto lunghe e complesse - anche a livello di difficoltà Easy - più altre tre che fungono da tutorial introduttivo. Sebbene ben strutturata, il senso di progressione della campagna è minato in parte dalla scelta opinabile degli sviluppatori di non dare nessun peso specifico ai membri della squadra, ritrovandoci con gli stessi marine missione dopo missione, anche dopo esser stati uccisi. Gli appassionati di giochi strategici sanno bene quanto diventi forte l'empatia verso le proprie truppe (basti pensare alle celebrazioni di X-Com), e veder trattato in modo così superficiale questo aspetto non può certamente essere un punto a favore della produzione Full Control. Completate le missioni in single player è possibile utilizzarle nella cosiddetta modalità “Hotseat”, ovvero nel multiplayer locale contro un amico, che prende ovviamente il controllo degli alieni Genostealers, per i quali, tuttavia, non esiste un tutorial specifico. Per accedere alla modalità multiplayer online è necessario predisporre un account attraverso una procedura un poco macchinosa, ma ciò è giustificato dalla natura cross-platform della produzione. Alcuni bug nell'interfaccia, negli script di attivazione e persino nel conteggio delle caselle effettuato talvolta dalla cpu, rendono l'esperienza più difficoltosa del previsto, tuttavia saranno sufficienti semplici patch per sistemare questi inconvenienti, oltre ai vari errori di battitura che curiosamente compaiono nei menù di gioco, completamente in inglese.

The darkness

L'elemento più debole della produzione Full Control risiede indubbiamente nel comparto tecnico, che si limita a svolgere il proprio compitino senza orpelli né tecnologie all'ultimo grido, soffrendo fra l'altro di scarsa ottimizzazione anche su macchine prestanti. Le opzioni grafiche si contano sulle dita di una mano ed oltre alla risoluzione, all'attivazione del vsync ed al livello qualitativo globale, da “Fastest” a “Fantastic”, non offrono assolutamente nulla in termini di settings avanzati. Il count poligonale è inoltre decisamente povero, le texture semplicistiche e le animazioni sin troppo lente e legnose per essere giustificate dalla pesante corazza dei Terminator. Del resto anche i Genostealer soffrono delle medesime problematiche, soprattutto nelle scriptate sequenze di morte che appaiono grottesche e con esplosioni di sangue quasi parodistiche. Praticamente non pervenuti gli effetti particellari. Buono invece il design dei vari comparti della Sin of Damnation, contraddistinti dal caratteristico ed ispirato stile gotico-fantasy di Warhammer 40.000, sebbene le grandi aree nere al di fuori della mappa esplorabile avrebbero potuto essere arricchite con qualche elemento di contorno. Interessante, ma totalmente inutile ai fini del gameplay, la visuale in prima persona osservabile in una finestra nella parte destra dello schermo, che ci mostra cosa sta esattamente osservando il nostro Terminator selezionato.

Abbiamo testato il gioco con due configurazioni di prova (i5 3570k con Gainward 680 GTX Phantom e 8 Giga di Ram; portatile Acer Aspire 5750G con i5, Nvidia GT540M e 4 Giga di Ram) ottenendo buoni risultati con entrambe, tuttavia a causa della scarsa ottimizzazione, il framerate - in particolare con la configurazione meno potente - risulta altalenante in determinate circostanze. E' evidente che in un titolo del genere il comparto tecnico non giochi un ruolo da protagonista e sia del tutto funzionale, ciò nonostante l'importanza della licenza avrebbe sicuramente meritato un trattamento più raffinato e meno grossolano, soprattutto per rispetto dei numerosissimi fans di Games Workshop. Chiudono il quadro tecnico una soundtrack ridotta ai minimi termini e campionamenti audio che svolgono sufficientemente il proprio dovere, laddove risulta particolarmente convincente la voce narrante che strizza l'occhiolino a quella dei vecchi Space Hulk.

Space Hulk Come sottolineato in sede di recensione, Space Hulk rappresenta una riproduzione pura del boardgame, e Full Control è riuscita a riassumere le atmosfere opprimenti ed oscure di Warhammer 40.000. Sarà dunque amato alla follia dagli estimatori del brand. Ciò nonostante, la produzione danese presenta alcuni difetti e bug che debbono essere necessariamente rettificati con apposite patch: script che talvolta non si avviano, un errore nell'interfaccia della modalità Hotseat ed altri bug minori si accompagnano inoltre ad un comparto tecnico mediocre e dimenticabile, laddove il lato videoludico avrebbe potuto emergere per distinguersi con classe dalla controparte in scatola. L'assenza di un editor si fa inoltre sentire e le 12 missioni della campagna, per quanto ben strutturate, mancano di coesione a causa di alcune scelte nello sviluppo, che le rendono più che altro un insieme di singole sfide. Alcuni aggiornamenti annunciati da Full Control ed il paventato supporto a Steamworks potrebbero radicalmente cambiare le carte in tavola, ma al momento per 27,99 Euro Space Hulk non ha moltissimo da offrire. Nel complesso, tuttavia, ci troviamo innanzi ad un buon titolo strategico, molto meno permissivo e più claustrofobico del pluripremiato X-Com di Firaxis, col quale condivide alcune analogie nel gameplay di base. Potreste dunque amare o odiare a morte la produzione Full Control, per questa ragione è consigliabile provare qualche missione prima di procedere all'acquisto, soprattutto se avete un amico col quale condividere l'esperienza. I fan del gioco da tavolo possono però stare tranquilli: per loro Space Hulk sarà sicuramente interessante.

6.5

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