Recensione Star Ocean: The Last Hope

Recensito il nuovo capitolo next gen di una delle saghe ruolistiche più famose di sempre.

Star Ocean: The Last Hope
Recensione: Xbox 360
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Xbox 360
  • PS3
  • Pc
  • PS4
  • The last hope?

    Chiunque segua più o meno da vicino il panorama dei jrpg da più di una generazione può facilmente notare come quest'ultima ondata di home console sia particolarmente avara nel soddisfare i gusti di chi fa di questa tipologia di gioco il proprio pane quotidiano.
    Sin'ora infatti nessuno fra i vari Lost Odissey, Eternal Sonata, Tales of, Blue Dragon o The Last Remnant è riuscito a strappare consensi unanimi da parte del pubblico, presentando di volta in volta una certa superficialità nella realizzazione, trame scontate e derivative, o un inspiegabile attaccamento agli stilemi del passato. Fra le concause di questa piccola "crisi creativa" vi sono senza ombra di dubbio anche le ultime performane di tri-Ace, che si è sempre distinta fino alla scorsa generazione di console.
    In generale, tuttavia, sembra essere l'intero settore dei giochi di ruolo giapponesi per home console ad avere un problema, quello di essere talmente indaffarato a rincorrere il pubblico occidentale da riuscire a perdere in certi casi quel fascino esotico che ha sempre attratto i fan del genere.
    Ai ragazzi di tri-Ace spetta però un onere in più oltre a quello di presentare un buon jrpg, ovvero quello di rialzare una saga, nata nel lontanto 1996 su SNES, che già dal tempo della sua ultima uscita (Star Ocean: Till the End of Time, edito per PS2) sembra aver subito una debacle.
    Star Ocean, sin dal suo primo episodio, è stata una serie che ha basato sullo sci-fi ed i viaggi spaziali tutta la sua attrattiva. Tri-Ace, responsabile della nascita della saga, non ha mai peraltro nascosto di essersi ispirata a fenomeni televisivi come Star Trek durante la sua ideazione.
    Fedeli alla linea dunque, The Last Hope non poteva non presentare un'ambientazione prettamente sci-fi. Sotto certi aspetti sembra addirittura enfatizzarla maggiormente rispetto ai suoi predecessori, sacrificando però una fondamentale componente fantasy che è sempre stata caratteristica vincente della serie.
    Vediamo quindi fino a che punto Star Ocean: The Last Hope è in grado di soddisfare le aspettative.

    Dalle ceneri di un pianeta distrutto.

    Anno Domini 2064.
    Lo scoppio della Terza Guerra Mondiale riduce il pianeta terra in ginocchio. In un batter d'occhio l'immenso arsenale di armi di distruzione di massa a disposizione delle super potenze continentali rade al suolo il mondo. La situazione al limite dell'apocalittico obbliga i contendenti di questa sanguinosa campagna alla negoziazione di un cessate il fuoco.
    Nonostante le battaglie siano terminate, gli effetti catastrofici sono indelebili.
    Con un ecosistema praticamente distrutto e l'umanità ormai dimezzata, costretta a vivere in città scavate nel sottosuolo, i maggiori paesi del mondo si uniscono per creare insieme la Grater United Nation, e per lanciarsi ad esplorare l'ultima frontiera, l'ultima speranza di sopravvivenza per l'intera civilità umana: lo spazio.
    Viene quindi creata all'ombra della GUN l'USTA, l'Universal Science and Technology Administration, nata con lo scopo primario di materializzare i sogni di sopravvivenza del mondo intero.
    Ed è finalmente nell'AD 2087 che inizia l'esplorazione spaziale, che verrà simbolicamente celebrata con l'istituzione del primo anno dello spacedate (SD) calendar: grazie al successo degli esperimenti del Professor Trillas Bachstein è stato possibile creare una tecnologia in grado di generare e controllare dei warp, fondamentali per percorrere le lunghe distanze astronomiche su cui si basa l'intero universo. Ormai i sogni di rinascita dell'umanità stanno per diventare realtà.
    Inoltre, l'USTA inizia segretamente a sviluppare un progetto chiamato SRF, ossia Space Reconnaissance Force.

    Siamo nell'anno SD 0010, inizia la prima missione ufficiale dell'SRF e la nostra avventura, nei panni di Edge Maverick. Dopo un atterraggio di emergenza sul pianeta di destinazione Edge si trova presto a capo della nave SRF-003 Calnus e di una crew di compagni, pronti ad esplorare le infinità dello spazio per fermare una forza oscura intenta a soggiogare l'intero universo.

    Su una durata di circa trenta ore complessive, nonostante delle premesse interessanti anche se dal sapore di "già visto", si snocciola però un plot narrativo che, passo dopo passo, conferma essere nel complesso inconcludente e farcito di una buona quantità dei cliche tipici dei jrpg meno ispirati e più mediocri, il tutto accompagnato dalla pessima sceneggiatura che i personaggi si trovano a recitare.
    Una cosa che colpisce, in un'ambientazione futuristica, è notare come il gruppo di personaggi combatta con armi antiquate come spada ed arco anziché affidarsi ad un qualche tipo di arma futuristica. Perchè dei guerrieri dello spazio profondo dovrebbero combattere con armi medievali? In generale tutto l'arsenale del party sembra completamente anacronistico. A questo punto ci si aspetterebbe una giustificazione sensata al perchè, sul primo pianeta visitabile, la minaccia aliena sia immune alle armi da fuoco ma subisca danni mortali da oggetti così retrogradi rispetto al contesto; in realtà il gioco fallisce miseramente nel dare una spiegazione plausibile a questo fenomeno.
    La mancanza di giustificazione al perchè una spada sia più efficace di una pistola è un caso emblematico dei problemi che affliggono The Last Hope, la cui origine sembra essere principalmente la pigrizia di tri-Ace.
    Altro caso significativo di quanta superficialità abbia afflitto il lavoro del team di sviluppo è la mancanza di coerenza fra Edge e ciò che accade attorno a lui in vari frangenti della storia: questo è l'universo di Star Ocean, il giocatore (oltre al team di sviluppo) è consapevole che farà conoscenza con svariate razze aliene durante lo svolgersi della storia, ma il punto focale è che anche Edge sembra aver assorbito in maniera pregressa questa conoscenza, vivendo con abbandono una scena semplicemente cult per qualsiasi opera di science-fiction, ovvero il primo incontro ravvicinato con una razza aliena, dopo il quale si limita a dire più o meno: "oh".
    Le stesse razze aliene, poi, paiono prive di ispirazione, tutte simili agli umani se non per particolari come orecchie a punta o ali angeliche sulle spalle.

    Non tutte le stelle del firmamento brillano.

    Star Ocean: The Last Hope è un action-rpg con combattimenti in tempo reale basati su combo di colpi; una volta toccati i nemici sempre visibili sulla mappa di gioco l'azione si sposta su un campo di battaglia predisposto ad hoc. Questa caratteristica permette quindi di aggirare l'annoso problema della frequenza degli incontri casuali.
    Il battle system riesce a preservare la piacevole impronta action che ha caratterizzato la serie, rendendo gli scontri appassionanti, frenetici e dal ritmo piuttosto sostenuto. Ma nonostante il già ottimo BS degli episodi precedenti della saga, Star Ocean The Last Hope introduce anche alcune migliorie.
    The Last Hope cambia rispetto a Till the End of Time, riportando sul terreno di scontro un totale di ben quattro personaggi, tutti controllabili dal giocatore e switchabili premendo i laterali dorsali del pad. Durante le fasi di battaglia è attivabile una "Rush Mode", che permette di distribuire colpi critici con maggior frequenza della norma, di evitare knock-back da combattimento, e se usata in combinazione con degli attacchi speciali di concatenare combo con altri membri del gruppo; inoltre, a disposizione dei personaggi, c'è un set di symbolic techniques (magie). E' possibile cambiare in tempo reale lo stile di combattimento dei propri personaggi, attraverso quello che è stato definito BEAT (Battle Enhancement Attribute Type) system, in tre configurazioni: Strike, Neutral o Burst.
    Piacevole constatare come sia rimasta la presenza delle Private Actions (PA), delle relazioni di causa-effetto fra le azioni in-game che interessano alcuni personaggi e che sono in grado di modificare il rapporto fra di essi: le PA sono utili per l'acquisizione di nuove abilità e per alcuni sviluppi della storia.
    Ennesima aggiunta vincente, se non la più importante che tri-Ace ha apportato al BS è senza ombra di dubbio la possibilità di effettuare schivate. Buona parte del sistema di combattimento poggia le sue fondamenta sulla creazione di combo aere, effettuabili scagliando l'avversario in aria con un apposito tasto e calcolando il giusto ritmo con cui eseguire gli attacchi successivi.
    Siamo dunque di fronte ad un battle system estremamente solido, collaudato e vincente in grado di rapire ed ammaliare grazie al feedback estremamente soddisfacente che ritorna al giocatore dopo il termine di ogni singolo scontro. Purtroppo però questa eccellenza resta uno dei pochi aspetti potenzialmente interessanti del titolo; inoltre, anche questo settore stenta a raggiungere la perfezione, parzialmente rovinato da una gestione degli attacchi che vanifica la libertà di movimento: di fatto, effettuando un attacco in corpo a corpo quando il nostro personaggio è lontano da un nemico, il combattente non si limiterà a mancare il target a causa dell'eccessiva distanza, ma si avvicinerà al nemico così da poter tentare il colpo da una posizione che gli assicura il bersaglio entro la portata della sua arma.
    Il sistema di controllo risponde molto velocemente, mentre durante l'esplorazione i personaggi hanno un periodo di latenza fra il movimento dello stick e quello del personaggio che rende scomoda la navigazione nelle mappe. Piuttosto che correre mediante pressione di un tasto i programmatori hanno scelto l'inspiegabile implementazione di una modalità di corsa attivabile premendo una singola volta il grilletto destro. Una volta cliccato il personaggio non camminerà più, bensì correrà sempre.
    A causa dell'inutile grandezza delle mappe, i programmatori hanno pensato bene di inserire lo scatto: premendo il tasto Y il protagonista effettuerà uno sprint che durerà alcuni secondi durante i quali, però, sarà difficilmente controllabile.
    Inutile dire che la confusione del sistema di movimento unita ad una telecamera completamente incapace di seguire l'azione (e con completamente incapace intendiamo che si incastrerà in ogni singolo anfratto di ogni location che visiterete) può rendere una dura impresa anche aprire il più stupido degli scrigni.
    Il personaggio a volte, attivando o disattivando la modalità di corsa, a causa di un bug smette di essere controllabile e camminerà per conto suo. Come un sistema di controllo di cotal fattura venga inserito in un gioco che viene venduto regolarmente sugli scaffali di tutto il mondo resta inspiegabile.
    La customizzazione dei membri del party è un'altro dei punti di forza di Star Ocean.
    I personaggi guadagnano degli skill point durante i level up, questi punti possono essere assegnati ad abilità che possono essere sia di combattimento che "extra" combattimento. Con questi punti, ad esempio, è possibile incrementare anche l'abilità di crafting dei membri del party, oltre a questa ci sono molte altre skill, che vanno dalle magie ad abilità passive. Durante l'esplorazione del mondo, mentre si completano quest, si aprono forzieri o si rimuovono barriere, gli skill point vengono aggiunti ad un "fondo comune". Gli skill point presenti in questo fondo possono essere usati sia sui personaggi che per la creazione di oggetti.
    Il titolo presenta un semplice ed accessibile sistema di crafting, con cui si possono creare oggetti come armi, accessori e cure: ogni personaggio è virtuoso in uno degli otto tipi di artigianato, e piazzando ogni personaggio in una linea di produzione alla Till The End of Time questi genereranno nuove ricette. Una volta che la ricetta è stata creata, l'oggetto può essere costruito all'infinito senza rischio di fallimento, finchè si possiedono i materiali necessari. La sintesi, già introdotta in Till The End of Time, torna anche in quest'ultimo episodio, molto più accessibile, senza essere rovinata da requisiti esorbitanti. Grazie alla sintesi è possibile prendere un oggetto come un'arma o un'armatura ed unirlo a materiali come bacche o erbe rosse. Il risultato di questa sintesi comporterà un potenziamento dell'oggetto equipaggiabile con dei bonus caratteristici per ogni materiale utilizzato.

    I dungeon, oltre a denotare un level design sostanzialmente povero, sono inutilmente giganteschi, facendo quindi pesare in maniera netta la mancanza (se non verso le ultime fasi di gioco) di qualsiasi tipo di "quick travel" e l'estrema rarefazione dei save point, il tutto è farcito da un sacco di periodi di latenza inutili, come l'apertura dei forzieri che richiede fin troppi secondi soltanto per l'annuncio di aver ottenuto oltre all'oggetto contenuto ben (!) tre punti esperienza. A peggiorare la situazione ci pensa una discreta quantità di cut-scene dalla durata decisamente folle, che in certi casi supera addirittura la mezz'ora. Alla lunghezza eccessivamente elevata dei filmati non corrisponde nemmeno una qualità che si possa definire buona, in quanto nella maggior parte dei casi saremo messi a far da spettatore solo ad una serie di dialoghi futili e ripetitivi.
    Il poco senso degli enormi livelli creati da tri-Ace diventa una triste certezza non appena ci si rende conto che in tutto questo spazio non è stato piazzato nulla da fare o da trovare che giustificasse un minimo di esplorazione, poichè proprio l'esplorazione è inutile ai fini di scoprire side-quest, dungeon segreti, boss, o eventi, e porta soltanto a trovare forzieri da aprire.
    Queste pessime scelte di level design intaccano sotto certi aspetti anche il buon sistema di crafting: è frustrante tornare ogni volta alla nave per realizzare qualcosa di utile, probabilmente la maggior parte dei giocatori riterrà superflua una perdita di tempo così elevata per accaparrarsi qualche oggetto extra.

    Più luci che ombre per la pace dei nostri sensi.

    Sotto il profilo tecnico Star Ocean: The Last Hope presenta una serie di elementi negativi che purtroppo (su una console next-gen, ma anche old gen) non possono essere ignoranti.
    Partendo da una disamina personaggi, si può via via intravedere come tri-Ace abbia svolto un lavoro superficiale ed abbozzato, che segna una caduta di stile nel curriculum del noto sviluppatore nipponico.
    Innanzitutto, il look dei personaggi si allontana dai canoni della serie, proponendo sì delle vesti ultratecnologiche che però mal si sposano con la caratterizzazione dei protagonisti: un esempio piuttosto calzante di questo problema si può rintracciare nel protagonista stesso, Edge Maverick, che ricorda vagamente un Tidus (Fina Fantasy X) in veste spaziale e dall'indecifrabile età (contrariamente a quanto scritto nel libretto, sicuramente underage non che al limite dell'ambiguità sessuale).
    Inoltre, si potrebbe dire che a causa delle proporzioni a metà tra il realismo e il manga i volti dei personaggi siano quasi inquietantemente alieni. Questo è probabilmente uno dei pochi aspetti che avvicina l'intero look cosmetico a qualcosa di plausibilmente simile allo sci-fi.
    A risollevare un chara design decisamente sottotono non aiuta certamente la presenza di comprimari come la kitschissima Welch, la cui palette vira unicamente sulle tonalità del viola e il cui atteggiamento la accomunerebbe piuttosto che ad una navigator super intelligente ad una idol lolita. Oppure Crowe, lo stereotipato rivale vestito di una ben poco futuribile armatura cremisi.
    I personaggi più sobri del party sembrano, come nel caso di Reimi, più digeribili solo a causa di alcuni sottili dejavu: la pedante co-protagonista non vi pare un po' somigliante a Feiyen (Virtual On)?
    In generale, comunque, tutti i personaggi sembrano avere qualche tipo di debito sia con il lavoro svolto da Sega su Phantasy Star Online sia con il lavoro svolto dai ragazzi di BioWare per l'ipertecnologia alla Mass Effect.
    A complicare ulteriormente la situazione contribuiscono significativamente le animazioni dei personaggi durante le cut-scene, una via di mezzo tra le imbarazzanti performance degli attori dei super sentai e le marionette di team america: una gran quantità di movimenti inutili misti ad una totale mancanza di espressività. Delude inoltre anche la gamma di smorfie e contrazioni facciali dei personaggi, in particolare dei protagonisti, che durante la quasi totalità dei dialoghi si limitano ad assumere la solità maschera con gli occhi sgranati con tanto di sguardo vitreo e vacuo da bambolotto. Le cut-scene, dalla regia quasi banale, presentano tutta una serie di inquadrature statiche che pongono in risalto i problemi espressivi di cui sopra.
    Di seconda categoria inoltre sembra la varietà di mostri, non molto ampia e variegata come ci si sarebbe potuti aspettare per un titolo di questo calibro.
    In generale sono gli ambienti l'aspetto più convincente (se di convincente si può parlare), sufficientemente complessi a livello poligonale ma poveri a livello di texture, inoltre a volte si riscontra una certa ripetitività.

    Una scelta incomprensibile, al limite della follia, è il lavoro di localizzazione svolto in ambito grafico, che riguarda sia l'interfaccia dei menu che i ritratti dei personaggi: ad un bellissimo stile manga curato da Katsumi Enami (che alcuni ricorderanno per Baccano) si è preferito sostituire dei freddi ritratti in CG, senza arte ne parte, senza spessore e con il solo risultato di ridurre il già poco carisma dei personaggi.

    Passando al sonoro, risulta deludente il lavoro di Motoi Sakuraba, che tanto aveva stupito proprio con Star Ocean 3: piuttosto che deliziarci con melodie progressive ha deciso per il nuovo capitolo della saga di accostarsi a ben più tranquilli accompagnamenti di sottofondo.
    Il doppiaggio non è assolutamente al livello delle produzioni viste in qualunque recente rpg o ancor meglio nelle produzioni Square-Enix: con ben poche eccezioni chi presta la voce dei personaggi pronuncia le frasi con poca enfasi, quasi atterrito dall'imbarazzante goffaggine e più in generale sempre annoiato dalla piattezza della sceneggiatura.

    Star Ocean: The Last Hope Star Ocean: The Last HopeVersione Analizzata Xbox 360Star Ocean: The Last Hope risulta nel complesso un titolo mediocre, che conferma il trend negativo che la serie ha subito già con l'ultimo capitolo, Till The End of Time, edito per playstation 2. tri-Ace tenta di risollevare la saga sterzando maggiormente su una componente sci-fi a dispetto di quella fantasy. Il risultato però non è dei migliori, a causa soprattutto di quella che sembra essere una velata mancanza di ispirazione e di un level design completamente negativo. Il titolo dunque rimane consigliato solamente a coloro che sono in astinenza da jrpg e a coloro che desiderano staccare per un po' dai generi che vanno per la maggiore su Xbox360, anche per la mancanza di alternative. Per tutti gli amanti dei giochi di ruolo giapponesi invece, The Last Hope rappresenta un titolo privo di qualsiasi elemento di interesse.

    5.5

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