Recensione Tekken: Dark Resurrection

Il Re è arrivato. Niente sarà più come prima!

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  • Ps3
  • Psp
  • Una svolta senza precedenti

    Lasciate perdere tutto quello che avete visto su PsP fino ad oggi. Liberatevi di ogni pregiudizio legato alla limitatezza tecnica di un apparecchio dalle dimensioni così contenute. Sgombrate la mente da qualsiasi preoccupazione che non sia strettamente necessaria al regolare svolgimento delle vostre funzioni vitali (mangiare, bere, dormire ecc.) perché, nel preciso istante in cui prenderete in mano Tekken Dark Resurrection, non avrete più bisogno di nient’altro.

    Tutto il resto è noia

    Basta una manciata di secondi per rendersi conto della grandezza di questo titolo, giusto il tempo che separa la meravigliosa sequenza introduttiva in Computer Grafica dalla schermata del menu iniziale. Coloro che credono di trovarsi di fronte ad una versione “mutilata” del prodotto casalingo, rimarranno letteralmente a bocca aperta nello scoprire quante novità e migliorie sono state introdotte rispetto all’ultimo capitolo apparso su Ps2 (ovvero Tekken 5). Ad ogni modo, prima di passare al setaccio le numerose innovazioni proposte nella versione portatile è meglio precisare fin da subito che, nonostante la significativa opera di perfezionamento, Dark Resurrection si rivela un Tekken a tutti gli effetti, mantenendo inalterate tutte quelle caratteristiche che hanno portato la serie tra i primi posti nell’olimpo dei picchiaduro.

    Come era da aspettarsi, uno dei punti fermi della produzione Namco Bandai risiede ancora una volta nell’ormai consolidata ed universalmente acclamata meccanica di gioco, consacrata da un sistema di controllo semplice ed intuivo in grado di rendere il gameplay veramente alla portata di tutti, compresi i giocatori più imbranati. Sotto questo punto di vista, Dark Resurrection si dimostra perfettamente coerente alle passate edizioni, offrendo una gamma di mosse (anche inedite), davvero ampia e diversificata per ciascuno dei 35 personaggi selezionabili: dalle rapide combinazioni di calci e pugni ai colpi singoli dalla potenza inaudita, dagli attacchi a distanza alle spettacolari prese corpo a corpo. L’enorme versatilità di questo sistema di combattimento, tuttavia, viene fortemente penalizzata dalla rigidità della croce direzionale, difetto tecnico che affligge PlayStationPortable fin dalle origini e che avrebbe potuto essere facilmente aggirato servendosi del più elastico joystick analogico. Intendiamoci, l’esistenza di questo problema non è così grave da mettere a repentaglio l’eccezionale giocabilità di questo titolo ma rende necessario uno sforzo maggiore nell’apprendimento dei vari movimenti.

    Tra le folte schiere di vecchie conoscenze (Jin, Eddy, Xiaou, Jack-5, Lei, Kazuya, Heihachi ecc.) ed attesi ritorni (Armored King) fanno il loro ingresso nel Torneo del Pugno di Ferro due nuovi partecipanti: Lili, graziosa quanto letale figlia di un magnate del petrolio monegasco e Dragunov, freddo e impenetrabile soldato elitario di origine russa. Malgrado l’inserimento di questi due nuovi volti contribuisca ad accrescere il già cospicuo assortimento di lottatori, la vera chicca in termini di varietà è senz’altro costituita dall’enorme grado di personalizzazione del proprio alter-ego. Nonostante si tratti di un’applicazione già vista nel quinto capitolo, gli oggetti (accessori, vestiti, acconciature, gradazione cromatica dei tessuti ecc.) a disposizione per modificare ed alterare l’aspetto del soggetto selezionato sono di gran lunga maggiori, il che si traduce nella piena e concreta possibilità di plasmare il proprio guerriero in maniera estremamente appagante. A differenza di quanto accadeva in precedenza però, tutti i characters, anziché essere sbloccabili in maniera graduale, sono disponibili sin dall’inizio; una scelta azzardata che molto probabilmente non verrà condivisa dalla totalità degli utenti e che, a dire il vero, avrebbe potuto compromettere la longevità del titolo se questo piccolo neo non fosse stato egregiamente compensato dalle numerose modalità di gioco presenti.

    Tante cose da fare e così poco tempo!

    Accanto alla intramontabile Story Mode che ha come fine ultimo la conoscenza delle vicissitudini dei vari personaggi con annessa conquista del titolo di Re del Torneo, sono presenti le altrettanto classiche opzioni Survival, in cui la sfida si protrae ad oltranza finchè non si esaurisce la barra di energia, Practice, indispensabile guida ai controlli di base (anch’essa corredata da diverse variazioni sul tema), Time Attack, il cui scopo è quello di terminare il gioco nel minor tempo possibile e infine Quick Battle che, come dice la parola stessa, permette di cimentarsi in scontri brevi contro la CPU scegliendo tra una lotta uno contro uno oppure formando due team rivali fino ad un massimo di 8 personaggi. All’interno della modalità Arcade, invece, il giocatore viene chiamato a menare le mani contro degli “utenti virtuali” chiamati Ghost (letteralmente “fantasmi”) al fine di aumentare il proprio livello di combattimento e poter così scalare la vetta della classifica. Si tratta di un aspetto indubbiamente degno di nota poichè in realtà questi particolari oppositori non sono altro che individui in carne ed ossa che hanno registrato e condiviso in rete il loro personaggio (e relative varianti estetiche) per renderlo accessibile a tutti. In poche parole, una volta eseguito il download di uno o più ghost characters, questi entra a far parte del vostro campionario, diventando un avversario a tutti gli effetti. Il rischio di fronteggiare sfidanti molto più esperti viene drasticamente ridotto grazie ad una efficace classificazione del grado di esperienza, compreso tra un minimo di Beginner ed un massimo di Dark Lord, che serve sì a farvi scegliere un antagonista adatto alle vostre capacità ma soprattutto a farvi un’idea di come ve la cavate a livello mondiale.

    In aggiunta a quelle appena menzionate, sono presenti due opzioni nuove di zecca che meritano un discorso a parte, ovvero Gold Rush e Tekken Dojo. La prima, caratterizzata da semplici match in cui ad ogni colpo inflitto (a seconda della potenza) corrisponde una certa somma di denaro, risulta un ottimo sistema per rimpinguare le proprie tasche in tempi brevi ed è particolarmente adatta agli utenti che hanno fatto della personalizzazione una condizione irrinunciabile dell’economia di gioco. La seconda, invece, consiste in una sorta di percorso attraverso diversi “centri di allenamento” (i dojo, appunto) situati nel territorio di Gorin, sperduta isola in mano alla Mishima Zaibatsu. L’obiettivo principale, anche in questo caso, rimane quello di guadagnarsi un posto di rilievo nella graduatoria partecipando, ma soprattutto vincendo, tutti i mini-tornei che vengono proposti: per poter accedere al dojo successivo, difatti, il giocatore deve prima conquistare il primo posto in quello precedente e, come potete ben immaginare, non sarà propriamente un gioco da ragazzi visto che il grado di difficoltà aumenterà proporzionalmente all’avanzamento dei vostri progressi.

    Oltre ad essere piuttosto duratura ed impegnativa, quest’ultima modalità è estremamente vantaggiosa per sbloccare vari contenuti extra come filmati (contenuti, insieme alle musiche del gioco, nella sezione Theater), accessori e minigiochi (es. Tekken Bowling) e concorre ad allungare di parecchio la longevità del titolo assieme all’opzione multiplayer, assolutamente gratificante e coinvolgente, giocabile tramite collegamento Ad Hoc sia con chi dispone di una copia del gioco, sia inviando i dati a chi invece ne è sprovvisto: quest’ultima eventualità, rispetto all’altra richiede però dei tempi di caricamento più lunghi, sebbene pienamente accettabili. Un piccolo rammarico in questo senso viene dall’assenza dell’opzione Infrastruttura, che viene sfruttata unicamente per il download di ghost characters e contenuti speciali e per l’upload dei dati relativi al proprio personaggio.

    Come te non c’è nessuno

    Tekken Dark Resurrection presenta una realizzazione tecnica talmente accurata da rasentare la perfezione. La raffinatezza del lavoro svolto dal team Namco Bandai viene messa in evidenza non solo dai sublimi e frequenti filmati in CG disseminati nel gioco ma anche dalla grande attenzione dimostrata nella cura dei particolari: l’enorme quantità di items a disposizione ne è una prova lampante. La bellezza visiva non risiede solamente nella brillantezza dei colori e nella sorprendente qualità della texture ma viene ulteriormente rafforzata dalle eleganti movenze dei lottatori, ottimamente animati e ben definiti anche nei momenti più ingarbugliati: la gestione automatica della telecamera, specialmente in questi frangenti, si dimostra impeccabile e fulminea, andando a sottolineare un frame rate ai massimi livelli.

    E che dire a proposito delle 19 ambientazioni che fanno da sfondo ai vari stages? Una vera gioia per gli occhi, non solo dal punto di vista prettamente artistico (tetre foreste illuminate dalla luna piena, infinite distese artiche rischiarate dall’aurora boreale, ponti di relitti pieni zeppi di dobloni d’oro, prati in fiore che lasciano intravedere antiche rovine in lontananza, arcani templi orientali, melense stanze piene di peluches enormi e regali) ma soprattutto sotto il profilo dinamico ed interattivo. La maggior parte degli scenari è accompagnata da svariati oggetti in movimento (es. foglie autunnali svolazzanti, palloncini e animali di vario genere) nonché provvista di zone interattive che reagiscono alle azioni dei contendenti: è il caso di pareti, pavimenti, finestre e vetrate che vanno in frantumi a seguito di un impatto più o meno violento. Gli effetti legati a questi eventi, così come quelli relativi ad esplosioni, mosse speciali e quant’altro, sono piuttosto gradevoli e scenografici così come gli effetti audio che vanno a completare una quadro d’insieme già nettamente positivo.

    L’ottima campionatura di suoni e rumori rende l’esperienza di gioco ancor più coinvolgente ed esaltante; per non parlare dell’azzeccatissima colonna sonora che, sebbene non particolarmente originale, si compone di un notevole quantitativo di brani musicali diversificati e perfettamente aderenti ad ogni tipo di atmosfera di gioco: violini stridenti in un tetro castello, musica pop sul terrazzo di un palazzo in centro e così via. Anche il doppiaggio suona molto convincente e verosimile, soprattutto perché, oltre ad alternarsi tra giapponese ed americano a seconda del personaggio che sta parlando, è coadiuvato da espressioni facciali veramente credibili.

    Tekken: Dark Resurrection Tekken: Dark ResurrectionVersione Analizzata PSPSignore e signori, ci troviamo senza ombra di dubbio di fronte ad un prodotto eccellente. Grafica e sonoro ai massimi livelli, elevato grado di personalizzazione, innumerevoli modalità di gioco, giocabilità eccezionale, longevità pressoché infinita, opzione multiplayer: Tekken Dark Resurrection possiede sicuramente tutti i requisiti necessari al disfacimento di qualsiasi vita sociale ma, del resto, che senso avrebbe possedere una PsP senza una copia di questo gioco? Stiamo parlando di un titolo che riuscirebbe a stregare chiunque e che, lanciato in concomitanza con l’uscita della console, avrebbe potuto dimostrarne le reali ed incredibili potenzialità, aumentando in maniera vertiginosa le vendite della piccola console di casa Sony. E’ fuori discussione, si tratta di una produzione che segna, tecnicamente parlando, una netta linea di confine tra tutti i giochi che sono usciti fino a questo momento e quelli che verranno. Dark Resurrection è, e rimarrà per molto tempo, il miglior picchiaduro disponibile su PsP. Punto.

    9

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