Recensione That Dragon, Cancer

La terribile lotta di un bambino contro il tumore diventa un videogame scritto dal padre e dalla madre. Un viaggio catartico, terapeutico, per uccidere un drago spietato e crudele.

Versione analizzata: PC
recensione That Dragon, Cancer
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Sergio Pennacchini Sergio Pennacchini Giornalista freelance, scrive di videogame da troppo tempo per ricordarsi esattamente quando ha iniziato. Vive a Londra ma non è un cervello in fuga perché mancano le basi, cioè il cervello. Lo trovate su Facebook e Twitter.

È il finale che ti spezza le gambe, quella scritta "Thank you for playing", nera su fondo bianco, semplice e schietta. Seguita, un attimo dopo, da "for Joel Evan Green". E poi da foto di Joel insieme ai fratelli, ai genitori, allo zoo mentre guarda gli animali, come mille altri bambini qualunque. Solo che Joel non è così fortunato, perché allo zoo, in quella foto, ha tubicini di plastica che escono dal naso, cerotti sulla guancia, niente capelli. Joel è malato di cancro, un terribile tumore al cervello che lo ha colpito all'età di un anno. That Dragon, Cancer è la sua storia, quella della sua famiglia, del papà Ryan e della mamma Amy. È la lotta estenuante contro un drago feroce, spietato, un mostro ancora più terribile perché non dà motivazioni, non ha logica: quel drago ha scelto Joel, e Joel morirà. Levo le cuffie, le getto sulla scrivania. I miei occhi sono gonfi, umidi, ho i brividi: non vorrei piangere, la storia di Joel non è la mia storia, e di bambini che muoiono di cancro o per altri tremendi motivi ce ne sono ogni giorno, a migliaia. Ma non riesco a trattenermi, quella scritta e quelle foto mi hanno colpito forte, è uno tsunami di realtà che affonda quel mondo virtuale che poco prima stavo esplorando e che mi ricorda una volta per tutte che That Dragon, Cancer è vero, è tutto vero. Mi alzo, un po' tremolante. Sono le tre del pomeriggio, non ho ancora mangiato. Vado in stanza di mia figlia, quattordici mesi. La osservo mentre dorme, con le sue braccine all'insù. Un'altra lacrima mi riga il volto.

Per te, Joel

That Dragon, Cancer non è un videogame, ma è una storia, una confessione. È la dimostrazione di quanto questo medium sia maturato, di quanto i suoi confini si siano allargati a dismisura. That Dragon, Cancer fa riflettere su quanto ormai sia anacronistica la parola videogame, inadatta ad esprimere al meglio i contenuti che queste opere interattive sono ormai in grado di offrire. Non è un gioco, anche in quei momenti in cui usa la metafora del videogame per raccontare la lotta di Joel, come in quel livello in cui si corre stile Mario Kart, spingendo il carrettino dove è seduto, con la flebo che svolazza a ogni curva e medicine al posto di power up. O come quando Joel il Cavaliere deve affrontare il drago, in un platform bidimensionale dove non si può vincere, solo morire. That Dragon, Cancer non è divertente, in nessun momento, non è quello il suo obiettivo. È la voglia di una famiglia di far conoscere a tutti la storia di Joel, un doloroso e terapeutico percorso per accettare il fatto che tuo figlio è malato di tumore al cervello e morirà. Joel se ne è andato nel 2014, a cinque anni, dopo una lunghissima battaglia durata mille e quattrocento giorni. Ma è anche un messaggio di speranza, la celebrazione di un'anima che ci ha lasciato troppo presto: con That Dragon, Cancer decine di migliaia di persone potranno conoscere la storia di Joel, decine di migliaia di persone lo ricorderanno.

Un pic-nic ai confini del mondo

In That Dragon, Cancer vivrete questa storia lungo quattordici diverse ambientazioni, dove dovrete utilizzare il mouse per esplorare l'ambiente circostante e muovervi, fino a quando non farete partire il prossimo dialogo, la prossima scena. Non c'è altro. In alcuni momenti dovrete interagire con l'ambiente circostante. In una scena, ad esempio, dovrete muovere un'anatra verso Joel mentre vi tira delle molliche di pane.

In un'altra, invece, dovrete svolazzare nei panni di un gabbiano tra scogli e relitti, mentre Amy e Joel sono una barca a remi e cercano di raggiungere un faro in lontananza. In un'altra, ancora, dovrete rivivere il momento in cui il team medico annuncia a Ryan e Amy che, purtroppo, non c'è niente da fare e Joel ha un'aspettativa di vita di massimo quattro mesi. Il sistema di avanzamento da un'ambientazione all'altra non è fatto bene: ci sono momenti in cui si preme a caso per cercare di andare avanti, non c'è un filo logico, manca una guida, un'indicazione. Alcune scene, inoltre, non mi hanno colpito, non mi hanno emozionato come forse avrebbero voluto gli autori. Sono rimasto freddo, impassibile. Altre, invece, le ho trovate di una bellezza unica: come quella in cui vi risvegliate nella stanza di Joel accerchiati da biglietti d'auguri. Potrete aprire ogni singolo biglietto e ognuno conterrà auguri o ricordi di altre persone scomparse per il cancro. È opprimente. Uscendo dalla stanza troverete altre decine di biglietti, sparsi ovunque, appesi alle pareti, sui tavoli, sulle sedie, nelle altre stanze. Ognuno contiene un ricordo di qualcuno che è morto davvero per questa malattia. È angosciante, ma ti costringe a fare i conti con la realtà, è uno di quei momenti in cui That Dragon, Cancer ti sbatte contro un muro e ti ricorda che non è un gioco, nemmeno un po'.

That Dragon, Cancer Il dolore per la morte di una persona cara è qualcosa di estremamente personale. Lo si capisce vedendo le diverse reazioni di Ryan e Amy. Ryan è più cinico, cerca una ragione per un dramma così terribile, un modo perché la vita del figlio abbia un significato. Amy, la madre, fino all’ultimo crede in un miracolo di Dio, trova conforto nella fede, provando a sfruttare ogni giorno in più che le viene concesso insieme a Joel. Vedere il loro dolore prendere forma attraverso mondi tridimensionali onirici, visioni fantastiche e preziose metafore è un’esperienza che ognuno di noi vivrà in modo diverso. Non c’è niente di male nel dirlo: nonostante la sua poesia, nonostante la bellezza di alcune scene, nonostante tutto quello che c’è dietro e nonostante la sacralità della morte di una creatura di appena cinque anni, non a tutti piacerà That Dragon, Cancer. Perché il dolore è, appunto, una cosa personale e non tutti vogliono condividerlo, non tutti vogliono sapere quello che hai provato. Ci sono persone che il dolore lo evitano, lo scansano, e non c’è niente di male in questo. That Dragon, Cancer invece te lo sbatte in faccia, ti fa stare vicino al lettino di ospedale di Joel mentre questo piange, dilaniato dal tumore, senza che tu possa farlo smettere. E ti fa pensare, quasi vergognandoti: “basta, smettila, non ce la faccio più”. Se insomma girerete il volto dall’altra parte, non c’è nulla di male. Il dolore, anche quando diventa opera interattiva, va rispettato, sempre, ma non necessariamente condiviso. Allo stesso tempo That Dragon, Cancer è anche una storia di speranza, di profondo e incondizionato amore, di estrema umanità. Ed è bellissimo pensare che, proprio grazie a questo gioco, la storia di Joel potrà toccare e ispirare migliaia di persone o magari aiutare altre persone afflitte dallo stesso male a uscire allo scoperto, a chiedere aiuto, a sentirsi meno sole. Perché That Dragon, Cancer alla fine è soprattutto questo: la storia di un bambino che i genitori vogliono che sia ricordato, per dare un senso a qualcosa che non ha logica, solo malvagità. Ed è splendido pensare che un videogioco possa raggiungere un risultato simile. Quel drago, alla fine, Joel è riuscito a ucciderlo.

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