The Division 2: la Recensione del nuovo gioco Ubisoft

Tre anni dopo il lancio, Ubisoft presenta il sequel di The Division, questa volta ambientato a Washington: ecco la nostra esperienza con The Division 2.

Tom Clancy's The Division 2
Recensione: Multi
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Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Quando si parla di titoli a sviluppo continuo, il requisito essenziale di un buon team di sviluppo, nonché la base per il successo a lungo termine di un prodotto di genere, è sicuramente la capacità di imparare il più possibile dai propri errori, elaborando il feedback dell'utenza per migliorare l'esperienza e adattarla alle esigenze del pubblico. Un percorso che gli uomini di Massive Entertainment si erano dimostrati in grado di seguire, come già accennato nella recensione di The Division, risorto dalla mediocrità dopo tre anni di alti e bassi.

    Questa parabola ascendente, seppur confortante, non garantiva affatto che il sequel sarebbe riuscito a conquistare la community, specialmente dopo una fase beta accolta piuttosto tiepidamente dalla platea internettiana. Fortunatamente per tutti gli agenti là fuori, dopo una sessantina d'ore passate a dispensare morte per le strade di Washington D.C., possiamo testimoniare che l'obiettivo di Massive è stato centrato. The Division 2 si presenta quindi al lancio con uno dei pacchetti più rifiniti e completi del panorama di genere ed è pure dannatamente divertente da giocare.

    Cartoline da Washington D.C.

    Abbandonato il tetro profilo di una New York cristallizzata nel tempo, in un eterno Natale spogliato di ogni connotazione felice, The Division 2 ci accoglie sotto il solleone di Washington D.C., alle prese con una torma quanto mai variegata di ceffi armati e minacce pandemiche. Come anticipato la scorsa settimana nella nostra anteprima di The Division 2, il secondo capitolo del franchise a sviluppo continuo di Ubisoft condivide con il predecessore una strutturazione narrativa piuttosto frammentata e scarsamente coinvolgente.

    Nei panni del nostro alter ego, dovremo quindi supportare i sopravvissuti nel tentativo di risollevare le colonne della società statunitense, contrapponendoci in punta di proiettile alla sanguinosa anarchia scatenata da una torma di fazioni dai nomi altisonanti. Per quanto la scrittura dei dialoghi, così come il doppiaggio in italiano, si attesti su buoni livelli, l'estrema diluizione dell'intreccio fa sì che il racconto appaia disorganico, un ricco insieme di attività prive di un obiettivo di fondo chiaramente riconoscibile. In questo senso, era sicuramente lecito aspettarsi qualcosa di più dal team di Massive Entertainment, sebbene l'aspetto in questione non influisca più di tanto sull'effettiva godibilità del prodotto, complice anche l'indiscutibile qualità di un'ambientazione che, seppur meno evocativa rispetto a quella proposta dal primo capitolo, brilla per varietà e cura dei dettagli. Tra decine di collezionabili, scorci scenici d'impatto e una valanga di interni carichi di loot, il tesoro monumentale della capitale a stelle e strisce accoglie gli agenti con un continuo invito all'esplorazione, che contribuisce a rimpolpare la narrazione con le storie secondarie raccontate da registrazioni e ologrammi Echo, spesso più interessanti rispetto a quelle delle missioni vere e proprie.

    Su queste note, vale la pena sottolineare l'evidente salto qualitativo compiuto da Massive sul fronte del level design, uno degli ingredienti più prelibati della ricetta ludica sfornata dallo sviluppatore svedese. La Washington poligonale costruita dal team di Malmö è un mosaico di pietre miliari e campi di battaglia caratterizzati in maniera sostanzialmente impeccabile, grazie a una direzione artistica che infonde in ogni scenario una quantità sorprendente di particolari, con conseguenze positive tanto sulla diversità estetica del contesto, quanto sulla percezione del gameplay in termini di varietà.

    Meno spugne e più tattica

    Per quanto ogni missione (Roccaforti incluse) segua sempre il medesimo copione, alternando zone di passaggio e sezioni "arena" culminanti nel conflitto con uno o più nemici d'élite, la messa in scena aggiunge una riconoscibile nota di epicità a ogni combattimento.

    Le caratteristiche proprie di ciascun terreno di scontro richiedono ai giocatori un'attenta valutazione di posizionamento e coperture, modellando l'approccio del momento in base alla conformazione architettonica dei dintorni e alle linee d'attacco delle falangi avversarie. Un fattore, quest'ultimo, da tenere in seria considerazione, visto che l'intelligenza artificiale dei malfattori, al netto di qualche evidente svarione "digital-cognitivo", fa un buon lavoro nel testare i limiti delle nostre tattiche guerresche, e si dimostra capace di sfruttare l'ambiente per guadagnare vantaggi sulla pelle degli agenti.

    Un passo avanti che va a braccetto con la revisione del sistema di combattimento, ora dotato di un ritmo molto più compassato rispetto al primo The Division, cui però non corrisponde un rilancio al ribasso del livello di tensione complessivo. La maggiore efficienza mortale dei predoni impone una gestione più accurata di coperture e posizionamento, e scoraggia il ricorso ad assalti diretti che, nella gran parte dei casi, finiscono col condurre gli utenti diritti nella tomba.

    Il risultato è un continuo susseguirsi di battaglie serrate e impegnative, che obbligano gli agenti a mantenere un elevato livello di attenzione e premiano l'uso sapiente delle proprie dotazioni belliche, specialmente se in squadra con altri tre giocatori. L'accresciuta letalità degli avversari corre di pari passo con quella dei nostri avatar, che ora non sono più costretti a fare i conti con nemici "spugna" in grado di assorbire diverse tonnellate di piombo prima di finire con la faccia nel fango.

    La matematica legata alla natura ruolistica del titolo è ancora presente, e si fa sentire con più forza negli scontri con boss e soldati di alto livello, ma l'opera di bilanciamento messa in atto da Massive rende il gunplay molto più appagante, ed evidenzia meglio le caratteristiche di ciascuna bocca da fuoco.

    Un vantaggio non da poco, considerando l'ampiezza pantagruelica di un arsenale costellato di strumenti letali per tutti i gusti, ognuno caratterizzato - nei limiti del possibile - da un feedback riconoscibile e piuttosto soddisfacente. Ogni pezzo d'armamentario può inoltre essere personalizzato con una lunga serie di mod craftabili, mentre la varietà delle caratteristiche speciali delle armi più rare contribuisce ad alimentare il valore di un sistema di equipaggiamento complesso ma tutt'altro che criptico. Comporre il proprio set tenendo in debito conto questi perk (e i bonus garantiti dai set) diventa un nodo essenziale della progressione dopo aver ottenuto il level cap (30), momento in cui la gestione delle build assume un'importanza cardinale.

    Uno dei migliori endgame di lancio

    Se già nel precedente articolo avevamo infatti elogiato le dinamiche di progressione di The Division 2, sia in termini qualitativi che quantitativi, l'ingresso nell'endgame ci ha permesso di estendere queste lodi anche alle attività di alto livello, chiave di volta della godibilità a lungo termine dei titoli a sviluppo continuo e spesso sede delle maggiori criticità strutturali di questo genere di produzioni.

    Una volta raggiunto il livello 30 e completata buona parte delle missioni principali, comprese le tre Roccaforti (istanze simili ai classici dungeon, in genere con una propria loot table), assisteremo dunque all'invasione di Washington da parte di una fazione particolarmente virulenta: la Black Tusk. L'arrivo di questi guerrafondai d'élite causerà il reset di insediamenti, missioni avamposti, Roccaforti e incarichi open world, costringendo il giocatore a riconquistare - battaglia dopo battaglia - i quartieri di Washington, accumulando nel frattempo equipaggiamento di grado crescente in modo da rimpinguare il suo "Gear Score", ovvero la potenza complessiva del personaggio in base all'attrezzatura in dotazione.

    Sbloccare e reclamare nuovamente le Roccaforti innescherà un aumento del "tier" del mondo di gioco (per un massimo di 5 volte), con il conseguente innalzamento del livello di sfida e delle ricompense offerte da ogni attività, fino allo sblocco dell'assalto finale alla base dei Black Tusk, l'istanza più ardua del pacchetto base di The Division 2.

    Per quanto la struttura dell'endgame non alteri in maniera significativa le dinamiche di gameplay, il nuovo filone della progressione, legato anche alle Specializzazioni (classi di prestigio con armi e perk aggiuntivi, e un proprio sistema di avanzamento), si dimostra capace di tenere i giocatori impegnati per decine di ore oltre la cinquantina necessaria al raggiungimento di questa fase. Tempo impiegato per "droppare" e comporre il proprio loadout perfetto, per mettere insieme un concerto di bonus e statistiche tale da assecondare alla perfezione il proprio stile di gameplay, bilanciando al meglio l'efficacia di armi e abilità schierate.
    L'impressione è che, forte del feedback elargito dalla community negli ultimi 3 anni, Massive sia riuscita a comporre un'offerta contenutistica "di base" tra le più solide mai viste nel panorama del titoli a sviluppo continuo, specialmente al lancio. Nel paniere delle attività finiscono anche obiettivi giornalieri, settimanali e mensili, taglie da incassare e difficoltà aggiuntive per rendere ancor più ostici gli incarichi endgame, ovviamente in relazione al "livello" del mondo di gioco.

    PVP da rivedere e qualche inciampo tecnico

    Se The Division 2 porta sugli schermi degli appassionati un prodotto che supera il predecessore sotto praticamente ogni punto di vista, le attività PVP della Zona Nera continuano a rappresentare uno dei punti deboli dell'offerta ludica di Massive.

    Concretamente parlando, questa porzione del titolo risulta sostanzialmente sovrapponibile rispetto a quella del primo capitolo, e continua a palesare notevoli problemi di bilanciamento. Malgrado le modifiche al matchmaking e alle dinamiche di gioco, non è raro finire a terra per un singolo colpo ben piazzato, e la frustrazione non viene mai controbilanciata da ricompense realmente appetitose.

    Al momento, infatti, il bottino offerto delle tre Zone Nere non vale l'impegno richiesto, nella misura in cui la gran parte degli oggetti raccolti si allineano, per valore, con quelli della controparte PVE del titolo, e si sente la mancanza di una loot table riservata. Anche i deathmatch a squadre, accessibili con una coda dedicata e privi dei vantaggi derivanti dall'equipaggiamento, rendono palese il fatto che il gameplay di The Division 2, per quanto eccellente in PVE, non funziona particolarmente bene sul versante del multiplayer competitivo, che rimane una componente secondaria, inserita nell'impasto senza gli adeguati accorgimenti.

    La speranza è che lo studio svedese operi al più presto qualche modifica sostanziale che riequilibri la giocabilità del comparto PVP, in modo da elevarla agli ottimi standard del resto della produzione. Anche sul fronte strettamente tecnico, il profilo qualitativo The Division 2 mostra qualche cedimento evidente. Seppur dotato di un frame rate piuttosto solido, al netto di qualche occasionale calo e desync, il gioco soffre di un chiaro problema di streaming degli asset, che si manifesta con un ritardo consistente nel caricamento delle texture e con fenomeni di pop-in alquanto fastidiosi.

    Più in generale, l'effettistica è l'aspetto della produzione con il maggior numero di alti e basse, tra dinamiche climatiche di grande impatto e una tra le peggiori rappresentazioni digitali del fuoco viste di recente. Complessivamente, lo Snowdrop Engine si rivela in grado di offrire al pubblico un discreto colpo d'occhio, sebbene il livello del comparto grafico si confermi altalenante e molto disuguale. A sostenere l'asticella ci pensa però una direzione artistica attenta e ispirata, non solo per quel che riguarda la caratterizzazione degli ambienti ma anche per quanto concerne la diversità e il design dei nemici. Le diverse fazioni mostrano inoltre piacevoli differenze comportamentali, che contribuiscono efficacemente alla varietà del gameplay. Un plauso va fatto anche all'affidabilità del netcode, quasi sempre adamantino, e alla stabilità generale del gioco, che in oltre 60 ore ci ha "tradito" con un singolo crash. L'ultima nota, dolente, riguarda un'interfaccia utente a tratti confusionaria, che manca di chiarezza nell'indicare gli obiettivi e il percorso da seguire per raggiungerli. Vale la pena sottolineare che buona parte degli attuali difetti del gioco risultano risolvibili con un adeguato supporto post lancio e, considerando lo storico eccellente di Ubisoft in questo senso, non possiamo che nutrire ragionevoli speranze.

    Tom Clancy's The Division 2 Tom Clancy's The Division 2Versione Analizzata MultiDopo aver passato tre anni ad elaborare efficacemente il feedback della community del primo capitolo, Massive Entertainment ha composto un pacchetto ludico divertente e ben tornito, che si lascia alle spalle molti dei difetti del suo predecessore. The Division 2 non rappresenta certo una rivoluzione per il segmento dei titoli a sviluppo continuo, ma riesce comunque a proporre un'offerta ludica articolata ed efficace, che scansa molti degli inciampi tipici di questo genere di produzioni. A fronte di una mole contenutistica pantagruelica, il titolo di Ubisoft propone un sistema di progressione complesso e appagante, che non cede neanche nell'endgame, strutturato in modo da offrire alla platea dei giocatori motivi più che validi per continuare a massacrare nemici in quel di Washington. La piega tattica del gameplay si dimostra quindi una mossa vincente, così come la revisione di un gunplay meno "spugnoso" rispetto a quello del capitolo d'esordio. Per quanto la trama continui a rimanere un elemento di contorno, assieme a un comparto PVP ancora non a perfettamente a fuoco, la qualità delle dinamiche di gioco qualifica The Division 2 come uno dei loot-shooter a mondo condiviso più rifiniti dell'attuale panorama videoludico. Un riconoscimento che tiene conto anche dei meriti di un level design brillante e funzionale, che riesce a compensare piuttosto bene la ripetitività connaturata nel genere, per quanto il comparto tecnico, nell'insieme, non faccia certo urlare al miracolo. Una promozione netta, quindi, che offre una base decisamente solida al futuro dell'opera targata Ubisoft.

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