The Evil Within 2 Recensione: un nuovo incubo per Sebastian Castellanos

A tre anni di distanza dal lancio di The Evil Within, Bethesda pubblica il sequel dell'apprezzato survival horror di Shinji Mikami.

The Evil Within 2
Videorecensione
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

The Evil Within sembrava spuntato - redivivo! - da una stagione ludica vecchia di almeno vent'anni, sintesi e celebrazione della visione creativa di Shinji Mikami. Quando uscì, tre anni fa, fu considerato a ragione il vero erede di Resident Evil, più fedele agli stilemi della saga Capcom di quanto non fossero stati gli episodi dell'epoca, e sicuramente più tradizionalista del (pur ottimo) settimo capitolo. Il feeling era quello dei Survival Horror di fine anni '90, da cui The Evil Within recuperava non soltanto un'atmosfera sporca e "sgraziata", ma anche un immaginario contorto e disturbante. Per tanti giocatori, memori ancora dei tempi di Silent Hill e Dino Crisis, fu un incontro entusiasmante, segnato dal sottile piacere della nostalgia.
Che The Evil Within 2 voglia guardare avanti, ammodernare un po' la sua struttura e abbandonare almeno in parte la simbologia criptica del suo predecessore, è chiaro fin dalle prime battute. Assumendo il ruolo di produttore esecutivo e non partecipando direttamente allo sviluppo di questo sequel, Mikami ha lasciato il passo ad un team di talento, che ha saputo liberare la serie dal citazionismo estremo per dargli un carattere in parte nuovo. Qualcosa forse si è perso, in termini stilistici, ma tanto si è guadagnato in fatto di completezza e varietà.
Non crediate, comunque, che The Evil Within 2 abbia poco a che spartire con il suo predecessore: il titolo non solo recupera il gameplay dello scorso episodio, ma si configura, narrativamente parlando, come la seconda parte di un racconto iniziato quattro anni fa. Per poter comprendere appieno tutte le sfaccettature della trama c'è bisogno quindi di conoscerne gli antefatti, e di avere una visione d'insieme sulla storia e sulla psicologia dei personaggi.
Se siete incuriositi dalla serie Bethesda, insomma, il consiglio è quello di giocare il primo atto. Per via di questa forte continuità, per altro, vi anticipiamo che l'analisi del racconto conterrà alcune importanti rivelazioni sulla trama del precedente capitolo.

The Evil Within 2 comincia distruggendo le poche certezze del suo protagonista, il detective Sebastian Castellanos. Il nostro (anti) eroe scopre infatti che la figlia creduta morta è stata in verità rapita dalla Mobius, e usata come "nucleo" del tremendo progetto della corporazione. La volontà della società segreta è quella di connettere l'umanità intera allo STEM, una sorta di simulazione virtuale in cui intrappolare le menti degli uomini. Il collante di questo esperimento è appunto la piccola Lily Castellanos, una bambina così pura e immacolata da essere il fulcro perfetto per una coscienza collettiva e indistinta, in cui la felicità del singolo si trasforma in felicità globale.
Purtroppo, all'interno della simulazione qualcosa è andato storto: gli abitanti dello STEM hanno iniziato ad impazzire, trasformandosi in esseri perversi e corrotti. Lily (o meglio: la sua proiezione virtuale) è sparita, e le squadre di recupero inviate a cercarla sono state sopraffatte dagli orrori di un mondo irrimediabilmente marcito.

Sarà quindi Castellanos a connettersi alla macchina e investigare sugli eventi che hanno portato alla scomparsa della figlia. Da queste premesse, il racconto di The Evil Within 2 procede in maniera abbastanza classica ed esplicita: il viaggio del protagonista è un'indagine sulle perversioni umane, sulla sete di potere, ed un percorso interiore di superamento del senso di colpa. La trama è sicuramente più chiara rispetto a quella del predecessore, sulle prime un po' meno affascinante, ma in fin dei conti più che riuscita. Grazie alla presenza di alcune personalità piuttosto interessanti, capaci di ricoprire in maniera convincente il ruolo della nemesi, il racconto funziona, ed arriva - verso la fine - ad inscenare persino alcuni momenti sinceramente memorabili. La psicologia del protagonista viene esplorata a fondo, e la sequenza conclusiva ha un ritmo trascinante capace di tenere in tensione il giocatore (e di stupirlo con qualche sorpresa e ottime trovate di regia).
A mancare è forse la dimensione allucinata del primo episodio, il tema dell'incubo e della degenerazione cerebrale, che affiora solo a tratti (ed in alcuni dei momenti più destabilizzanti e riusciti dell'intera produzione). Sono questi leggeri accenni alle tematiche del vecchio The Evil Within a rappresentare il lascito di Mikami, avvertibile anche se non più prioritario: una firma "silenziosa" ed un tributo alla visione del maestro, che in questo capitolo lascia spazio ad un plot meno enigmatico, ma non per questo meno riuscito.
Quando ci si acquatta dietro un riparo improvvisato, aspettando che le deformità che infestano lo STEM ci diano le spalle, quando si corre a perdifiato cercando di sfuggire da un ammasso sconquassato di carne e metallo, quando si prende la mira per far saltare il cervello dei corrotti urlanti, si avverte che la sostanza di The Evil Within 2 è, in fondo, al stessa del predecessore. I movimenti di Castellanos sono leggermente più fluidi, l'inquadratura meno soffocante, ma il gioco resta convintamente ancorato al canone dei Survival Horror di qualche decade fa. C'è ancora una certa "ruvidità" di fondo, legata alle animazioni affannate ed alla mira incerta, che mette il giocatore in condizione di non essere mai troppo sicuro. Affrontare a viso aperto le aberrazioni dello STEM non è mai la soluzione preferibile, ed è meglio avanzare con cautela per non trovarsi in situazioni di spiacevole inferiorità numerica, rischiando di sprecare preziosi proiettili.
Che il titolo abbia deciso di calcare nuove strade, comunque, lo dimostrano le nuove sezioni a libera esplorazione, la prima delle quali si incontra dopo un incipit particolarmente turbolento. In queste fasi, che esitiamo a definire open-world, abbiamo la facoltà di ignorare l'obiettivo principale per inseguire segnali radio, superstiti in fuga e preziose scorte nascoste negli angoli più disparati.

È innegabile, insomma, che il bilanciamento dell'esperienza di gioco abbia fatto un passo più deciso in direzione delle meccaniche Survival, tanto che la raccolta di risorse e materie prime (con cui costruire munizioni e oggetti curativi) qui diventa importante tanto quanto lo è in The Last of Us (una produzione a cui Tango Softworks non potrà negare di essersi ispirata).
E tuttavia, lo ribadiamo una volta di più, le aree non sono mai troppo dispersive, le missioni secondarie mai troppo banali, ed il level design sempre attento. É come se le zone più aperte fossero dei "macro livelli" pieni di case da esplorare, edifici infestati, magazzini da ripulire. Allo sviluppo esclusivamente lineare del primo The Evil Within si aggiunge quella che potremmo quasi definire una "spruzzatina" di Silent Hill.
Il gioco, per altro, sfrutta delle soluzioni molto originali per riportare l'utente in una dimensione più intima e agghiacciante. Di tanto in tanto, nel bel mezzo di quella che sembra una side quest di poco conto, Castellanos si trova intrappolato dai suoi incubi: orrende creature lo riportano nelle stanze del Beacon Mental Hospital, lo costringono a nascondersi, lo braccano come carnefici degenerati, instillandogli il dubbio che tutto, anche l'esistenza stessa della Mobius e dello STEM, sia il turpe delirio figlio di un trauma insuperabile.
Più avanti, poi, le stesse aree che rischiavano di diventare troppo sicure vengono infestate da creature molto più letali, così che pure in queste fasi il giocatore non si senta mai al sicuro, spronato ad utilizzare soprattutto un approccio stealth.
Sia chiaro, anche, che in The Evil Within 2 non mancano sequenze più tradizionali, "pilotate", più attente dal punto di vista della regia. Ci sono, anzi, interi capitoli in cui l'avanzamento si avvicina a quello del primo episodio, facendosi claustrofobico, ansiogeno e teso.

Mentre si diverte a sperimentare (ad esempio con un breve intermezzo in prima persona che sembra uscita da Resident Evil 7), il titolo non arriva mai ad essere un horror destabilizzante, esplicito: resta invece, così come le prime opere di Mikami, un thriller con il gusto del macabro, capace di non far sentire il giocatore mai completamente al sicuro, eppure mai completamente indifeso.
Il livello di difficoltà sempre avvertibile ed il numero di premature dipartite a cui inevitabilmente si va incontro testimoniano un attento lavoro di bilanciamento: nonostante i potenziamenti che è possibile installare sulle armi, e i miglioramenti delle capacità di Castellanos che invece si sbloccano grazie al gel verde raccolto dai cadaveri nemici, la morte è sempre in agguato, pronta a sorprendervi per una minima disattenzione. Il sistema di sviluppo del protagonista e dell'equipaggiamento, comunque, è anche il motore che spinge l'utente a curiosare in giro, trovare i cadaveri degli agenti Mobius, disfarsi silenziosamente degli avversari: un bel meccanismo che invita ad avanzare con cautela, incrementando in maniera naturale e non forzata il conteggio del tempo di gioco, che nel nostro caso è arrivato a quattordici ore prima al momento, dopo i titoli di coda, di attivare il New Game +.
Tra le sequenze più memorabili dell'avventura, per altro, si registrano anche alcune boss fight ispirate e impegnative, contro alcune creature dal design malato e perverso, ormai marchio di fabbrica della serie.
Che il team di sviluppo abbia chiamato il suo motore STEM Engine è un piccolo tocco di classe: una maniera per ironizzare sulla virtualità dei mondi di gioco, paragonandoli così a quelli costruiti dalla Mobius per le sue deliranti macchinazioni.
La tecnologia alla base di The Evil Within 2, in ogni caso, è una derivazione dell'idTech 5, che viene sfruttato in maniera più che competente, ma eredita pure alcuni dei suoi difetti storici. Non mancano, ad esempio, ritardi evidenti nel caricamento di alcuni elementi scenici e delle texture, e la qualità di queste ultime non è sempre uniforme.
D'altro canto è ottimo il lavoro sugli shader, e i modelli poligonali dei protagonisti sono ben dettagliati. Asset e oggetti "di scena" sono invece meno d'impatto. Restano ancora un po' innaturali, infine, diverse animazioni.

Convince senza riserve, invece, il lavoro sull'illuminazione, che riesce a costruire sempre la giusta atmosfera. Quando un freddo silenzio cala per annunciare l'arrivo della nostra nemesi, e la luce della torcia sembra farsi timida e slavata, o quando invece il suo lampo si infrange con le superfici sporche e consumate degli edifici abbandonati, è facile restare compiaciuti di fronte ai passi avanti compiuti sul fronte tecnico e scenico.
Note positive per il doppiaggio italiano, espressivo e quasi mai "fuori fuoco". L'accompagnamento sonoro non esibisce brani particolarmente memorabili, preferisce invece valorizzare l'impasto di rumori ambientali che rompe i (molti) silenzi della produzione, e sottolineare i momenti di tensione con un'alternanza ben dosata di lugubri vibrazioni.

The Evil Within 2 The Evil Within 2 è un punto d'approdo e - si spera - un nuovo inizio per la serie Bethesda. Il racconto riesce a chiudere in maniera più convincente ed esplicita le (dis)avventure di Sebastian Castellanos, costruendo sulle fondamenta narrative gettate dal primo capitolo. Stavolta, però, il titolo ribadisce di poter camminare sulle proprie gambe, senza il bisogno di reggersi su un evidente citazionismo. The Evil Within 2 gioca ancora (e meno male!) con i ricordi dei più attempati fan del Survival Horror, stuzzica i centri nevralgici della nostalgia, ma poi trova anche altri valori. Guarda ad esponenti più moderni della categoria, allarga i confini dei livelli di gioco (senza mai cedere alle lusinghe dell'open world), tratteggia un bel sistema di progressione. L'assenza di Mikami alla direzione si fa sentire non tanto nel mancato dialogo con l'immaginario di Resident Evil, quanto nell'evidente diminuzione di sequenze allucinate, surreali e introspettive. Ma, come dicevamo, è un “sacrificio” necessario e opportuno. Più "Survival" del suo predecessore, ma comunque ansiogeno e angoscioso, stimolante e impegnativo, The Evil Within 2 si lascia giocare con piacere dall'inizio alla fine. Non cerca l'originalità a tutti i costi, e non vuole inventare niente dal punto di vista delle meccaniche di gioco, ma si presenta come un prodotto solido e coinvolgente, con qualche guizzo inaspettato e un finale intenso. Più che un incubo ad occhi aperti, è un thriller molto calcolato: un'avventura nervosa, violenta ed esplicita quanto deve, scandita da un'ottima alternanza di situazioni. Se Resident Evil VII ha rappresentato una delle possibili strade per valorizzare un genere che si credeva sparito, The Evil Within 2 è il sentiero parallelo: sicuramente più conservativo, ma ugualmente in grado di mettere in risalto la giusta combinazione di tensioni, orrori e suspense.

8.2

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