The Great C Recensione: da Venezia a Oculus Rift

Tratto da un racconto di Philip K. Dick, dopo aver partecipato alla Mostra del Cinema di Venezia, The Great C viene pubblicato sullo store di Oculus.

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  • I curatori dei festival cinematografici più importanti al mondo hanno ormai intuito che la Realtà Virtuale può essere una nuova modalità per scrivere, dirigere, girare e guardare un film. Ecco quindi che la VR è entrata a far parte della maggior parte delle rassegne, spesso con selezioni di esperienze dedicate e relativi premi. La Mostra del Cinema di Venezia non è da meno e propone ormai abitualmente parecchi titoli per Realtà Virtuale, alcuni interattivi, altri più passivi, sia registrati dal vivo con telecamere in grado di effettuare riprese sferiche, che calcolati in tempo reale sfruttando i classici engine utilizzati anche per lo sviluppo di videogiochi. Tra le numerose proposte di quest'anno, The Great C svetta sia perché ispirato, seppur blandamente, ad uno dei tantissimi racconti di Philip K. Dick, sia perché offre atmosfere e regia che ricordano molti dei titoli per PC e console che abbiamo giocato in questi anni.

    Tre domande per sopravvivere

    L'umanità ritratta dal racconto di Dick, uno degli scrittori più amati dai fan della fantascienza letteraria e la cui produzione è stata ormai saccheggiata dall'industria dell'intrattenimento, è sull'orlo del baratro: una non meglio identificata catastrofe ha ridotto i pochi sopravvissuti agli stenti, obbligandoli ad organizzarsi in tribù per aiutarsi l'un l'altro.

    Tim è tra i ragazzi di un gruppo abbastanza ampio, che deve però sottostare ad un rito tanto misterioso quanto necessario per continuare a vivere: ogni anno un giovane ha l'obbligo di intraprendere un viaggio fino alla rovine della città vicina, portandosi al cospetto di The Great C, un computer ancora attivo in grado di parlare ed accedere ad un immenso database di informazioni miracolosamente rimasto intatto. Il ragazzo dovrà portare con sé tre domande e solo se la macchina non riuscirà a rispondere ad una di queste potrà tornare sano e salvo al villaggio. Purtroppo nessuno è mai riuscito a superare la prova, quindi la tribù sta progressivamente perdendo i propri membri, spendendo moltissimo tempo ed energie nell'ideare domande che puntualmente vengono "sconfitte" dalla misteriosa divinità di metallo.
    Le similitudini tra il racconto e l'esperienza per Oculus Rift sono però limitate all'ambientazione, al protagonista e a pochi altri dettagli. Nella produzione digitale troviamo infatti un'entità di forma umana dalla pelle nera ed argento, un matrimonio con una giovane donna e una pistola: tre dettagli che permetteranno di capire che la trasposizione in VR del racconto vive di vita propria. Indossato il visore, quindi, si potrà seguire Tim nel suo viaggio, assistendo a numerose scene in maniera solo parzialmente interattiva: i controller Touch non vengono infatti sfruttati se non per mettere in pausa la narrazione e l'unica libertà concessa è quella di muovere la testa, guardando non solamente cosa accade di fronte a noi ma anche intorno.
    Lo stile, inizialmente molto scuro e lugubre, progressivamente si fa più luminoso ed incisivo, riuscendo a calare in maniera convincente nelle atmosfere del racconto e permettendo quindi di appassionarsi ai personaggi, tratteggiati in maniera più profonda rispetto allo scritto di Dick. Si tratta di un risultato ottenuto grazie al buon uso della grafica ma anche per la volontà di espandere la storia, aggiungendo dei comprimari che hanno lo scopo di ampliare il respiro del racconto, dando più concretezza al viaggio di Tim.

    Se in fase di scrittura il lavoro svolto su The Great C è encomiabile, meno riuscita è la messa in scena: percezione della profondità a parte, che riesce quasi automaticamente a massimizzare il coinvolgimento, a livello di inquadrature la VR appare sottosfruttata, in quanto le parti importanti della quasi totalità delle scene avvengono frontalmente, davanti ai nostri occhi, quindi si è spinti molto raramente a muovere la testa, esplorando con lo sguardo le ambientazioni.

    Risulta invece riuscito l'aspetto tecnico, con modelli e animazioni adatte al contesto seppur relegate alla fascia a medio budget delle esperienze per Realtà Virtuale, con un uso accorto dell'Unreal Engine che mostra il fianco solo nel cronico ritardo con cui vengono caricate e visualizzate le texture nei cambi di scena più complessi.

    The Great C The Great CVersione Analizzata PCThe Great C rappresenta un esperimento riuscito solo in parte, che sfrutta in maniera molto timida la Realtà Virtuale e riesce a coinvolgere più per lo stile che per l’uso di un visore. Il punto di riferimento per i cortometraggi non interattivi calcolati in tempo reale rimane quindi Henry: sebbene la sua durata sia di gran lunga inferiore a quella di The Great C, a distanza di anni il corto di Oculus Story Studio riesce ancora a risultare più interessante, coinvolgente ed innovativo della maggior parte delle produzioni simili proposte nei principali festival del mondo.

    6.5

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