The Inner Friend Recensione: ci vorrebbe un amico

Il primo videogioco del team canadese PlayMind è un viaggio tra le paure infantili più recondite: un pot-pourri ludico che, purtroppo, non lascia il segno.

recensione The Inner Friend Recensione: ci vorrebbe un amico
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  • Leggendo molti articoli di analisi videoludica, compresi quelli di chi vi sta scrivendo, potreste aver notato come sia usanza riferirsi alla fruizione dei giochi parlando di "esperienze". Si potrebbe obiettare che un po' tutti i prodotti dell'industria culturale, in effetti, portino chi ne usufruisce a vivere un'esperienza, ma è anche vero che quando c'è l'interattività di mezzo, come nel caso del videogame, i creatori di contenuti possano spingere l'acceleratore sul fattore immersività come con pochi altri medium, forse addirittura con nessun altro. Ne sa qualcosa la PLAYMIND di Emmanuel Sévigny, studio canadese che, tra creazioni in Realtà Aumentata, sperimentazioni in VR e installazioni audiovisive, si è sempre dimostrato incline all'idea di fruizione come esperienza immersiva, tanto che anche il primo videogioco a suo marchio, The Inner Friend, si pone esattamente in quest'ottica. Andando più nello specifico, il titolo si presenta come uno di quegli esperimenti che vorrebbe assurgere allo status di progetto artistico e concettuale, rappresentazione per immagini di alcune tra le più comuni paure infantili rese ludicamente sotto forma di ermetico viaggio nel subconscio del protagonista. Un proposito sicuramente affascinante, che però, a PC acceso, non riesce purtroppo a trovare una quadra adeguata.

    L'ombra di se stesso

    Riassumere cosa effettivamente The Inner Friend metta in scena è un'impresa piuttosto ardua. È il tipico titolo, quello di PLAYMIND, che rifugge le logiche di una narrazione immediatamente e perfettamente comprensibile, preferendo giocare di richiami e suggestioni per lasciare il giocatore libero di dare una propria interpretazione ai fatti che si susseguono sullo schermo. Si consideri ad esempio l'incipit, in cui l'inquadratura mostra un corpo umano di adulto dimenarsi mezzo nudo nel suo letto, senza requie. Una scena che ha un non so che di perturbante, anche per via dal fatto che l'uomo sfoggia un'intensa fonte di luce al posto del volto in cui la camera virtuale subito s'insinua, catapultandoci infine nella cameretta di un ragazzino come tanti. Lì ci scopriamo vestire i panni di una sorta di piccolo omino di porcellana, la cui "pelle" è in parte incompleta e in parte cosparsa di crepe. È -forse- la proiezione mentale di quella parte dell'adolescente scampata ai suoi timori di bambino, ora chiamata a fronteggiarli e permettere al suo involucro di "andare oltre". Per farlo, l'avatar dovrà seguire i passi di un'ombra - forse, la rappresentazione di quella parte di psiche rimasta ingabbiata nella paura - che, stage dopo stage, si avventurerà attraverso una serie di scenari da incubo, ognuno tematizzato in base a uno specifico trauma irrisolto. Si passa dalla riproduzione delle angosce che più comunemente potrebbero attanagliare una mente giovanissima -l'ansia di andare a scuola, di finire in ospedale, di vagare nel buio- a quadri dagli argomenti assai meno leggibili, forse concepiti per tratteggiare delle ansie personali degli autori (come ad esempio un'intera fase ambientata in un bizzarro museo di arte contemporanea). The Inner Friend racconta questa storia privando i suoi protagonisti di una voce. Semmai, essi comunicano tra loro soltanto tramite gesti e versi a noialtri incomprensibili, un po' come fanno Trico e il suo piccolo alleato in The Last Guardian. Ce la racconta, poi, sfruttando i mezzi tipici dell'horror psicologico, per cui le immagini utilizzate nella costruzione dei mondi che l'utente dovrà varcare sono tutte piuttosto cupe e disturbanti, puntellate da suoni sinistri e improvvisi, insomma desiderose di turbare chiunque vi rimanga invischiato.
    Dalle parole ai fatti, The Inner Friend non riesce a incanalare i propri propositi nella direzione di uno storytelling in grado di trasmettere un messaggio forte o quantomeno di farsi ricordare, risultando piuttosto come un pot-pourri di pochi livelli quasi a se stanti, accomunati da un filo rosso - la vicenda del protagonista e dei suoi alter ego subcoscienti - fin troppo sottile. È anche, probabilmente, un problema di mancata capacità di plasmare un'atmosfera sufficientemente coesa e tangibile. Non è un caso se altre produzioni che trattano la medesima macro-tematica (il rapporto tra l'essere umano e le sue paure più recondite), forti di una visione teorico-artistica più definita, siano ancora oggi radicate nella memoria di tanti videogiocatori. Basti pensare a un progetto recente come Little Nightmares o, scendendo per i pendii del mercato indipendente, all'universo in scala di grigi di LIMBO - il terrificante ragno gigante in silhouette lo ricordiamo tutti, vero?

    Oltre al problema stilistico, per altro nient'affatto sostenuto da una resa grafica dettagliata né particolarmente piacevole, The Inner Friend appare come esperimento interattivo dalla forma sconclusionata anche sotto il profilo puramente ludico. La base di gameplay è senza possibili fraintendimenti quella di un platform game molto essenziale, ove il nostro personaggio può semplicemente saltare e interagire con alcuni oggetti di scena oppure, ad avventura avanzata, con l'altro etereo comprimario. Ogni quadro, poi, declina queste dinamiche principali in maniera lievemente diversificata. Il suddetto stage del museo, ad esempio, si configura come una classica sfida stealth, per cui è necessario sfuggire allo sguardo vigile di alcune statue-sentinelle. In un altro setting, quello cioè del salone da parrucchiere, bisognerà invece scappare da un mostro antropomorfo impaziente di tagliuzzarci con una forbice, secondo un'impostazione da survival horror molto blanda. Ancora, nel livello della centrale elettrica sarà d'uopo risolvere qualche enigma ambientale, per altro condito con una sezione trial & error piuttosto campata per aria. Come per la narrazione, l'offerta di gioco pecca di eccessiva frammentarietà e di scarsa coerenza interna, senza contare che tutti i generi proposti, pur presi a se stanti, non vantano qui un sistema di meccaniche sfaccettato né rifinito, correndo il rischio di lasciare il giocatore indifferente fin nel breve periodo. Non salva la situazione nemmeno l'aggiunta della sfida opzionale dedicata al raccoglimento dei collezionabili, ovverosia di alcuni item sparsi per gli scenari che, se intercettati, possono poi essere riportati nella cameretta del ragazzo per completarne il ricordo. Un compito terribilmente tedioso e fine a se stesso, giacché infine non premia l'utente in alcun modo, né con un ending alternativo - e credeteci: ce ne sarebbe davvero stato il bisogno - né con qualche extra succoso.

    The Inner Friend The Inner FriendVersione Analizzata PCChissà dove The Inner Friend volesse andare realmente a parare. Allo stato dei fatti, il primo videogioco di PLAYMIND è un guazzabuglio di situazioni da psychological horror mal riuscito, un accostamento raffazzonato di meccaniche e generi videoludici, un’esperienza dalle mire sperimentali che, tuttavia, converge soltanto in un unicum confuso, sostanzialmente incolore. Ambiziosa, ma al tempo stesso impaurita, più di quelle paure che tanto vorrebbe raccontare.

    5

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