The Inpatient: Recensione del nuovo horror dagli autori di Until Dawn per PSVR

Dopo Until Dawn e Rush of Blood, Supermassive prova a stupirci per la terza volta con The Inpatient, nuovo horror in esclusiva per PlayStation VR.

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  • PS4
  • Considerateci tranquillamente dei fan di Supermassive Games. Da quando è stata promossa da diligente operaia a top team di PlayStation, questa software house inglese ha saputo stupire con due giochi decisamente superiori alla media, due motivi che ci hanno spinto inevitabilmente ad attendere questo The Inpatient con particolare trasporto. Until Dawn, per esempio, era volutamente un horror leggero, pensato per essere molto pop, ma funzionava come un orologio, divertendo il giocatore dall'inizio alla fine con tante trovate e una realizzazione tecnica (al netto dei denti bianchissimi dei personaggi) decisa, pulita e appariscente.
    Dopo Until Dawn è stata la volta di Rush of Blood, uno spin-off per la realtà virtuale che ha lasciato indifferenti alcuni utenti e mandato in estati tanti altri. Si tratta di un semplice shooter sui binari (nel vero senso della parola questa volta: il giocatore si trova infatti a bordo di un carrello da miniera) ma aveva e ha ancora oggi la capacità di trasformare il PlayStation VR nella cosa più simile a una tipica attrazione horror di un parco a tema, elevata all'ennesima potenza. Con The Inpatient, Supermassive Games non abbandona né il suo universo orrorifico fatto di demoni, leggende indiane, miniere stregate, né la realtà virtuale di casa Sony. Prova però a cambiare per la terza volta formula, con un risultato finale che ci ha lasciati decisamente perplessi.

    Il maniaco del tempo

    Questa volta l'ambientazione scelta riavvolge il nastro fino agli anni'50, imprigionando il giocatore in una sorta di manicomio criminale guidato da uno psichiatra ambiguo e senza scrupoli. A differenza di Rush of Blood, e di quanto si possa credere nei primi minuti di gioco dove saremo su una sedia a rotelle, The Inpatient permette di muoversi e interagire liberamente tra le sue circoscritte ambientazioni. Con grande coraggio, gli sviluppatori hanno anche cercato di dare un corpo al protagonista (ovvero a noi), e il risultato è un feeling di cui si intuiscono sì tutte le potenzialità ma anche tutti i limiti attuali. Nei giochi VR in prima persona (quindi quasi tutti) di solito la corporatura non viene renderizzata sulla scena nella sua interezza: quando è possibile muovere liberamente le mani, insomma, queste non sono collegate tramite le braccia alle spalle, per un limite soltanto apparente che comporta in realtà tantissimi benefici al gameplay. La soluzione di The Inpatient è da una parte positiva, è bello finalmente avere un corpo dopo tanti giochi in cui ci siamo limitati ad essere semplici ombre, mentre dall'altra risulta piuttosto negativa. Il problema è tutto o quasi nell'introduzione delle braccia, un elemento che dovrebbe dare maggior armonia all'immedesimazione ma che inevitabilmente restringe il campo d'azione del giocatore, non permettendogli di afferrare e manipolare oggetti che in qualsiasi altro universo virtuale sarebbero facilmente a portata di mano. Questo è un limite che va compensato con degli spostamenti più mirati, che il sistema di controllo attraverso i due PlayStation Move, indispensabili per poter interagire in modo realistico, rende purtroppo alquanto strazianti.
    Non è la lentezza dei movimenti il maggior guaio, quanto alcune scelte che trasformano uno schema comandi molto simile a quello utilizzato da Bethesda in Skyrim VR (quindi già testato e apprezzato per tantissime ore) in una trappola imprecisa con la quale combattere per tutta la durata del gioco. Eppure basterebbe pochissimo per rendere gli spostamenti più amichevoli, tanto che non è nemmeno impensabile una patch futura che introduca la possibilità di camminare all'indietro, o una forma di strafe legata alla direzione in cui si punta il Move.

    Anche se con un normale Dualshock questi problemi non si presentano, in The Inpatient muoversi a volte rimane uno strazio. L'altra grande idea del gioco è l'inclusione del riconoscimento vocale: proprio come nei sogni, è possibile scegliere le risposte da dare ai diversi personaggi che incontreremo semplicemente recitando il testo che comparirà su schermo.
    L'idea è sulla carta molto interessante, ma ora che i Supermassive sono riusciti finalmente a metterla in pratica dobbiamo ammettere che non si è rivelata molto divertente. Il fatto è che The Inpatient è già di per sé estremamente lento, e questa funzione rende i dialoghi ancora più dilatati, con pause che spezzano continuamente il ritmo dell'avventura. Fortunatamente, dal punto di vista tecnico le cose vanno decisamente meglio e, sebbene il dettaglio sia ridotto al minimo, il gioco può vantare una pulizia grafica sopra la media.

    L'incompreso

    The Inpatient non è certo l'unico gioco per la realtà virtuale a soffrire di problemi simili, e non sarebbe il primo verso il quale chiuderemmo volentieri un occhio in favore dei suoi aspetti migliori. Peccato che in questo specifico caso è davvero dura trovare dei punti di forza. L'ultima fatica Supermassive ha un problema che nessuna patch potrà risolvere: semplicemente non è divertente. L'esperienza è spezzettata, non c'è un andamento narrativo ben imbastito, e soprattutto non c'è gameplay. Di "walking simulator" ne abbiamo apprezzati tanti e sappiamo per questo che simile struttura di gioco va gestita con criterio, altrimenti si trasforma in un'agonia proprio come succede in The Inpatient.

    La narrazione, l'elemento che dovrebbe essere il più importante, è costantemente interrotta dalla necessità di svolgere mansioni di poco conto come mordere un tramezzino o rimettersi a letto, mentre l'esplorazione non può contare su una qualità scenografica che possa tenere alta l'attenzione fino ai titoli di coda. Ma la cosa più grave è che The Inpatient non fa paura: due buone scene da pochi secondi non bastano per salvare un horror che di psicologico ha davvero ben poco, e che si accontenta di sfruttare bassissimi espedienti tipici del genere, con un effetto prevedibile e fastidioso.

    The Inpatient The InpatientVersione Analizzata Playstation 4The Inpatient è un horror che non sa spaventare, se non con qualche semplicissimo trucchetto di bassa lega, che non sa raccontare una storia senza far sbadigliare e, cosa forse ancor più grave visto i precedenti di Supermassive Games, che non sa nemmeno utilizzare la realtà virtuale al meglio, eccezion fatta per uno o due timidi lampi di genio. Ci vogliono circa quattro ore per portare a termine questo prequel/spin-off di Until Dawn, e quel che rimane addosso è solo la spiacevole sensazione di un’incredibile occasione sprecata.

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