The Long Journey Home Recensione

The Long Journey Home è un titolo esplorativo a sfondo Sci-Fi con qualche spunto interessante, ma che non riesce ad eccellere sotto alcun punto di vista.

recensione The Long Journey Home
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  • Pc
  • È verso lo spazio infinito, quel gargantuesco e misterioso ignoto che si estende oltre il cielo, che siamo soliti proiettare i nostri desideri. Non deve dunque sorprenderci se i videogiochi hanno da sempre cercato di omaggiarlo, specialmente attraverso esperienze di stampo sci-fi.
    Tuttavia, non tutti i titoli che giungono sul mercato hanno la stessa capacità di farci innamorare; magari con degli scorci evocativi di un pianeta alieno, con la silhouette eccentrica e particolareggiata di una nave spaziale, o, più semplicemente, con delle premesse narrative e ludiche in grado di farci imbarcare in un'avventura intima e a suo modo indimenticabile. Tra questi può senz'altro ascriversi The Long Journey Home, un esploration game fantascientifico che tenta di spilluzzicare qua e là da numerosi congeneri, salvo poi dare vita a un'esperienza di gioco che, sebbene presenti qualche spunto interessante, non riesce purtroppo ad eccellere in nessuna delle sue componenti principali.
    Dopo averlo provato direttamente ad Amburgo presso gli studi di Daedalic Entertainment, abbiamo finalmente potuto testarlo nella sua versione completa. Eccovi la nostra recensione.

    Il lungo viaggio verso casa

    Quello di The Long Journey Home è uno dei più classici incipit che si possano trovare in un'avventura a tema spaziale: dopo aver vissuto l'alba delle prime, rudimentali spedizioni, l'umanità, forte dei suoi incredibili progressi nel campo della tecnologia aerospaziale, sta cercando di spingersi sempre più in là nell'esplorazione della galassia. Tuttavia, dopo una breve toccata e fuga su Marte per effettuare gli ultimi rifornimenti prima del viaggio successivo, la nave di cui prendiamo inizialmente i comandi si ritrova inspiegabilmente con i sistemi di guida in avaria nel bel mezzo di un salto nell'iperspazio, finendo alla deriva a oltre trentamila Parsec dal sistema solare.
    Ci troviamo dunque così di punto in bianco sperduti nello spazio aperto, con l'enorme mappa galattica (generata proceduralmente all'inizio di ogni partita) punteggiata di centinaia e centinaia di pianeti sconosciuti, sui quali potremo (e dovremo!) recuperare tutte le risorse necessarie per riuscire a raggiungere, sistema dopo sistema, l'estremo opposto dell'universo, laddove è ben visibile la nostra, amata Terra.
    The Long Journey Home, tuttavia, non è solamente un interessante mix tra uno "scavenging" game fantascientifico e un survival procedurale, ma è a tutti gli effetti un'avventura single player che tenta di porre una certa enfasi sull'aspetto narrativo, contaminando il suo gameplay esplorativo con alcune dinamiche tipicamente ruolistiche. Tutti gli eventi che si affrontano nel corso del lungo viaggio verso casa, infatti, sono corroborati da una scrittura particolarmente densa a livello descrittivo, aspetto decisamente raro per un genere in cui solitamente è il gameplay a fare da traino dell'intera esperienza. In questi momenti narrativi (che possono avvenire magari durante l'esplorazione di alcune antiche rovine planetarie, oppure, perché no, nel bel mezzo di uno scambio di battute con alcuni bizzarri alieni), inoltre, ci viene dato modo di compiere delle scelte, ognuna delle quali può avere delle conseguenze più o meno evidenti (e talvolta persino letali) sulle condizioni della nostra nave e del suo equipaggio, con quest'ultimo che non si risparmierà mai nel darci i suoi pareri in merito, oltre a suggerirci la prossima mossa da compiere. Le sopracitate conversazioni con gli alieni, comunque, non solo rappresentano una delle occasioni migliori per riuscire a recuperare alcune preziose informazioni sulla galassia e sulle sue particolarità più curiose (come ad esempio la funzione di alcuni artefatti speciali, oppure alcune parole del loro linguaggio), ma sono anche una delle più comuni soluzioni per imbattersi in una delle numerosissime quest secondarie che il team di sviluppo ha disseminato per l'intero universo, ognuna delle quali può darci accesso a delle ricompense extra, oltre che ovviamente a un nuovo, piccolo binario narrativo. Di queste, ce ne sono di svariate, dal più semplice trasporto merci verso un altro sistema alla raccolta di qualche particolare risorsa che potrebbe tornarci utile per assemblare alcuni strumenti davvero utilissimi per aumentare le possibilità di tornare a casa.
    Ma non tutti gli incontri nello spazio aperto sono sempre rose e fiori: talvolta, infatti, potrebbe capitarci di trovare sul nostro cammino alcune navi aliene tutt'altro che amichevoli, che ci potrebbero obbligare a sfoderare le nostre armi per evitare di essere polverizzati.

    Va detto, tuttavia, che molto spesso il titolo rende tutto il sistema di decisioni una mera formalità, ponendoci al cospetto della tipica "offerta che non si può rifiutare". È tutt'altro che raro, infatti, ritrovare su certi pianeti alcuni campioni o artefatti di origine aliena (una pianta esotica, una tecnologia apparentemente sconosciuta, delle uova che contengono chissà quale creatura), il cui recupero diventa giocoforza scontato. D'altronde, chi se la sentirebbe di abbandonare al suo destino un misterioso manufatto alieno? Il tutto viene reso ancora più ordinario dal fatto che gran parte delle scelte effettuate non porta ad alcuna reale conseguenza (come nel caso, ad esempio, di un attacco deliberato contro alcuni vascelli alieni, i quali se ne restano passivi senza fare alcunché).
    Se da una parte, insomma, la scelta di accompagnare l'avanzamento con uno storytelling globalmente interessante e curato risulta certamente apprezzabile, dall'altra ci si trova di fronte a una componente ruolistica che, dopo la piacevole sorpresa iniziale, fatica poi realmente a valorizzare le numerose ore spese nell'esplorazione della galassia, allontanando inesorabilmente l'esperienza di gioco dai fasti di titoli del calibro di Sunless Sea, che ha fatto di questa rara amalgama uno dei suoi principali cavalli di battaglia.

    Salta. Esplora. Raccogli. Ripeti.

    Come detto, in The Long Journey Home le nostre priorità sono principalmente due: esplorare la galassia e raccogliere le risorse necessarie per sopravvivere e raggiungere la Terra. Pur conoscendo la nostra destinazione, infatti, il viaggio ci pone di fronte a un universo disseminato di centinaia di pianeti ignoti, ognuno dei quali è caratterizzato da una serie di pro e contro che potrebbero scombussolare prematuramente i nostri piani.

    L'approccio iniziale alla partita è comunque determinato dai quattro membri dell'equipaggio selezionati prima dell'incipit (a scelta tra una decina di profili), ognuno dei quali possiede un background differente, oltre a fornire un oggetto speciale o un bonus alla nostra bagnarola spaziale (come la riparazione migliorata dello scafo o dei kit per ispezionare e ricavare risorse dalle rovine). Anche la nave stessa può essere scelta tra più versioni, che differiscono soprattutto per quanto concerne la durabilità dello scafo, la capienza del serbatoio e della stiva, e per la fondamentale distanza massima che è possibile coprire con un singolo salto nell'iperspazio (sulla mappa viene infatti sempre visualizzato -mediante una sorta di anello circolare- il range massimo della nave). Allo stesso modo è possibile selezionarsi il cosiddetto "lander", ovvero l'unità che viene sfruttata per far discendere un membro dell'equipaggio sui vari pianeti incrociati, e che può variare nelle medesime statistiche sopracitate per la nave madre, ma anche nell'efficacia della raccolta delle risorse (tramite trivellazione o assorbimento).
    Dopo essere decollati dalla Terra, ci si trova subito impegnati al timone del vascello. Per pilotarlo al meglio il consiglio è quello di utilizzare un controller, così da rendere tutte le manovre molto più fluide e intuitive, sia che si piloti la nave che il ben più pericoloso lander, i cui retrorazzi richiedono una certa prontezza di riflessi. La prima dinamica con cui si fa conoscenza nello spazio aperto è quella delle orbite. Ogni pianeta, infatti, presenta una sorta di "fascia di gravità" entro cui è necessario avvicinarsi per poter successivamente effettuare lo sbarco sulla superficie. Per farlo, bisogna cercare di rendere la traiettoria della nave (sempre ben visibile a schermo) il più circolare possibile attorno al pianeta, mediante la sapiente combinazione dell'analogico sinistro e dei due tasti dediti al controllo della velocità. In qualsiasi situazione, possiamo contare su due tipologie di accelerazione: una "standard" adatta alle manovre più semplici e delicate, e una "boost" più efficace nei rapidi cambi di direzione, ma che porta a un consumo maggiore di carburante. "Agganciata" la giusta orbita intorno al pianeta, è finalmente possibile sfruttare il lander per atterrare sulla sua superficie. Questa è strutturata come una piccola porzione 2D a scorrimento orizzontale, ove sono presenti diversi punti di interesse tra cui possiamo muoverci sfruttando i sopracitati retrorazzi del lander. Ci sono giacimenti minerari da trivellare, sacche di gas da assorbire fluttuandogli sopra, e naturalmente diverse tipologie di accampamenti, rovine, o più piccoli siti scientifici.

    In poche parole, non è possibile mettere fisicamente piede sul pianeta ed esplorarlo liberamente (come avviene, ad esempio, in No Man's Sky o in Osiris: New Dawn), aspetto che finisce alla lunga per rendere tutte queste sequenze davvero poco evocative ed estremamente ripetitive.
    Il team, d'altro canto, ha tentato di rendere il più vario possibile il "modello di pilotaggio" del lander, mettendoci spesso in balia di condizioni meteo avverse e pericolose. Tutti i pianeti, infatti, oltre che nella tipologia delle risorse disponibili sulla loro superficie, differiscono per quanto concerne le correnti di vento e la forza di gravità, incidendo in maniera decisa sulla maneggevolezza del lander. Pilotarlo, dunque, diventa spesso tutt'altro che semplice, obbligandoci ad affidarci alle sue due propulsioni (una verso l'alto e l'altra verso il basso) per gestire la velocità ed evitare di andarci a schiantare (specialmente subito dopo aver oltrepassato l'atmosfera), cosa che potrebbe danneggiare gravemente lo scafo e ferire il suo pilota (con conseguenti bonus negativi sulle sue capacità). Ma le manovre vanno ottimizzate anche per gestire al meglio il consumo del carburante (che si esaurisce anche eseguendo le operazioni di raccolta delle risorse), che se dovesse finire causerebbe la disattivazioni dei sistemi di supporto vitale e la morte per asfissia del suo occupante. Terminata l'esplorazione della superficie planetaria, è possibile ritornare a bordo della nave principale, e procedere alle eventuali riparazioni degli scafi (con i minerali) o al rifornimento dei serbatoi dedicati al motore propulsivo della nave (con i gas) e al salto nell'iperspazio (con i fosfati). Allo stesso modo è possibile installare tutti i device tecnologici recuperati, così da migliorare le prestazioni della nave e del lander (come l'efficienza della trivellatrice o l'estensione della capacità di salto).
    Per la maggior parte degli oggetti "alieni", invece, è necessario rintracciare nello spazio qualcuno che ne conosca l'effettiva utilità, oppure tentare la sorte e testarli direttamente sull'equipaggio.
    Compiute tutte le dovute operazioni, si può effettuare il jump verso uno dei sistemi a portata della nave, cercando naturalmente al contempo di avvicinarsi il più possibile alla Terra.
    Ma quanto tempo ci vuole per arrivare finalmente a casa? Dipende. Se si opta per un itinerario deciso verso la meta, evitando perciò di esplorare ogni singolo pianeta di ogni singolo sistema, potrebbero bastare una decina di ore, mentre adottando un approccio da completisti (posto che comunque stiamo pur sempre parlando di un universo procedurale, e quindi di per sé sempre differente a ogni partita), potrebbero essere necessarie decine e decine di ore. Va comunque considerato che The Long Journey Home è un titolo dalle evidenti sfumature survival, e che perciò buona parte della sfida va ricercata proprio nel riuscire a sopravvivere il più a lungo possibile nello spazio.

    Talvolta, infatti, ci si ritrova in situazioni in cui ricominciare la partita diventa sostanzialmente necessario, come nel caso in cui la nave sia troppo danneggiata (magari per colpa delle forti radiazioni presenti in alcune sistemi, oppure in seguito a un combattimento) e non si hanno a disposizione le risorse necessarie per la sua riparazione, oppure quando si perde prematuramente il lander durante l'esplorazione planetaria, cosa che ci obbliga a viaggiare per la galassia in cerca dei cosiddetti Entrope, una razza di droidi senzienti sulle cui stazioni è possibile effettuare -in cambio di crediti- svariati assemblaggi (tra cui appunto quello il lander), riparazioni, e acquistare potenziamenti speciali. La filosofia portante di The Long Journey Home, insomma, pesca anche a piene mani dal filone roguelike: ovvero cercare, partita dopo partita, di migliorare la propria efficienza nella gestione di tutte le diverse componenti che animano il titolo.
    Venendo all'aspetto tecnico, nonostante l'impiego dell'Unreal Engine 4, The Long Journey Home è un titolo sci-fi dal design piuttosto minimale. L'art direction, dobbiamo dirlo, è però abbastanza freddo, privo di spunti creativi degni di nota, sia per quanto concerne l'aspetto delle nave che dell'equipaggio e degli alieni. Anche i pianeti, pur presentando delle ambientazioni sufficientemente variegate e con fondali piuttosto curati (spesso animati da effetti geologici e meteo), non riescono a conquistare per via dell'eccessiva limitatezza delle loro porzioni esplorabili, riducendone perciò di molto l'effetto "wow".

    The Long Journey Home The Long Journey HomeVersione Analizzata PCThe Long Journey Home ci era stato presentato come un indie dalle premesse davvero interessanti: il team voleva realizzare un roguelike sci-fi con un'evidente vena ruolistica e narrativa, così da incorniciare al meglio il gameplay esplorativo che sospinge l'avanzamento. Purtroppo, però, queste promesse non sono state realizzate appieno. La componente eplorativa e "scavenging" del titolo, complice soprattutto l'assenza di un mondo di gioco vario ed evocativo, finisce per risultare poco appagante e ripetitiva, trasmettendo fin da subito l'impressione che il team di sviluppo abbia sfruttato la proceduralità semplicemente per diluire oltremodo l'esperienza di gioco, riservando perciò molta meno attenzione ai piccoli dettagli ludici che ne sostengono le singole componenti. Dal punto di vista narrativo, invece, il titolo cerca inizialmente di sorprenderci con un'interessante amalgama tra un survival game e un gioco di ruolo, accompagnando ogni evento con una buona narrazione descrittiva, e fornendoci spesso la possibilità di effettuare delle scelte. Tuttavia, queste decisioni portano troppo spesso a degli esiti poco approfonditi e scontati, inficiando sulla credibilità generale dell'intera struttura narrativa, e finendo inevitabilmente per rendere meno sostanziosa e d'intrattenimento una progressione che già di per sé fatica a tenere botta per le decine di ore necessarie a portare a termine il “lungo viaggio verso casa”.

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