The Textorcist Recensione: come esorcizzare il demonio a suon di proiettili

Mescolando bullet hell e typing game, il team italiano Morbidware ci insegna a liberarci dalle forze del male in The Textorcist: The Story of Ray Bibbia.

recensione The Textorcist Recensione: come esorcizzare il demonio a suon di proiettili
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  • Le nuove idee, nel mondo dei videogiochi di oggi, sono sempre più difficili da trovare. È la conseguenza di un mercato iperproduttivo che ha battuto quasi ogni strada immaginabile, per poi fermarsi e lasciare l'inventività - quella più sperimentale - in mano ai piccoli sviluppatori. Oramai i concept più strampalati arrivano quasi esclusivamente dal mondo cosiddetto "indie", e non c'è da stupirsene, dopotutto puntare sulla creatività è uno dei pochi strumenti che i team indipendenti hanno per provare ad emergere dalla marea. Bisogna quindi complimentarsi con gli italiani di Morbidware per aver ideato un gioco a metà tra un bullet hell di razza nipponica e un typing game, riuscendo a far coesistere entrambe le anime. Non tutto è andato per il meglio, The Textorcist: The Story of Ray Bibbia paga alcune ingenuità e limiti intrinseci alla sua struttura di base, eppure quel piglio di geniale follia che caratterizza l'intera produzione non fatica ad emergere e a rendersi memorabile.

    Un uomo e la sua Bibbia

    The Textorcist prende il via in una Roma degli anni novanta, in cui la Chiesa ha ottenuto il pieno potere sulla città istituendo una sorta di tirannica teocrazia. Il Papa è però morto da poco, lasciando Roma, una metropoli ben diversa da quella che conosciamo, in preda al caos. Per di più si spargono voci di crescenti episodi di possessioni demoniache, una faccenda che non lascia indifferente Ray Bibbia, un esorcista privato che da anni opera al di fuori della giurisdizione ecclesiastica.

    Ray è un sacerdote che ha poco a che spartire con i suoi colleghi dal colletto bianco. Assomiglia di più ad un investigatore di un romanzo hard boiled, sempre solitario, scontroso, affezionato alla bottiglia di brandy e in costante compagnia del suo libro d'esorcismi, che non esita ad usare contro i suoi nemici come fosse una seicolpi sempre carica. Il paragone non è campato in aria, perché grazie al suo potere, Ray è in grado di trasformare il fervore delle sacre scritture in una selva di proiettili sacri, chiamati simpaticamente "hollets" (da "holy bullets"), che poi scaglia contro le aberrazioni demoniache.
    Qui sta la chiave di volta di The Textorcist: al giocatore viene richiesto di digitare il testo dell'esorcismo, che compare nella parte bassa dello schermo, mentre al contempo è tenuto a schivare gli attacchi dei demoni.

    La geniale miscela produce un gameplay che definire impegnativo è un eufemismo: il gioco di Morbidware è un progetto dichiaratamente e fieramente hardcore, che solo un dattilografo con un debole per Ikaruga riuscirebbe a padroneggiare a pieno. Basta infatti immaginare la densità di proiettili che caratterizzava i vecchi shoot'em up a scorrimento da sala giochi ed affiancarci la necessità di leggere un testo e digitarlo su una tastiera, mentre si schiva e si prova a prevedere il pattern degli attacchi. The Textorcist non perdona nessuno sbaglio, ma dà al giocatore qualche strumento per render meno impietosi i vari confronti. Dopo un colpo subito, al protagonista non viene sottratta una delle tre vite, tuttavia il suo libro gli sfuggirà inesorabilmente dalle mani. A quel punto diviene vulnerabile a qualsiasi attacco, finché non rimette le mani sul libro e continua a pronunciare l'esorcismo. La strategia da seguire è quindi semplice: schivare, digitare, schivare e, quando colpiti, affrettarsi a recuperare il libro sfruttando i pochi frame di invulnerabilità. Se la strategia è semplice, però, non è così semplice portarla a termine. Se infatti il testo sacro non viene recuperato in tempo utile, è necessario ripartire a digitare l'intera frase dall'inizio (ogni fase dei boss ci chiede di scrivere una differente porzione di esorcismo).

    Bisogna poi tenere in considerazione i rimbalzi, perché la traiettoria di caduta del libro ha il vizietto di essere imprevedibile, forse pure troppo. Inutile dire, poi, che subire un colpo annullerà lacombo di parole conseguita fino a quel momento: nessuna ricaduta in termini di gameplay ma un dramma per gli appassionati dei punteggi.
    Quando si crea un gioco che mette nel suo mirino l'alto tasso di sfida c'è però un potente nemico con cui si deve fare i conti: la frustrazione.

    The Textorcist adotta un approccio molto curioso nei suoi confronti. Non tenta di cacciarla, anzi, la accoglie senza troppi complimenti e la accresce con scontri progressivamente sempre più mefistofelici. Per dire, i primi combattimenti, che pure sono impegnativi, sono una vera e propria passeggiata nel parco in confronto agli ultimi, nei quali si raggiunge un'intensità che potrebbe provocare un crollo nervoso nei soggetti più a rischio. Certo, Morbidware ha sempre detto di voler creare un titolo che solo pochi eletti riusciranno a domare, ma l'impressione è che si sia calcata un po' troppo la mano. D'altronde The Textorcist è in tutto e per tutto una sequenza di boss fight con una curva di difficoltà che si innalza repentinamente, fino ad imbizzarrirsi.

    Non ci sono soluzioni di gameplay alternative - se non un paio molto secondarie - né un sistema di progressione capace di render l'incedere un po' più vario. Inoltre l'idea alla base dell'impianto ludico è sì intelligente, ma lascia poco spazio a divagazioni. E infatti il gameplay di The Textorcist è molto basilare, non si evolve in maniera sensibile, non riesce a sfuggire all'abbraccio della ripetitività, se non in casi sporadici.

    Una struttura così statica e scarsamente profonda mal si sposa con l'implicita richiesta mandatoria di ripetere decine di volte un singolo scontro finché non si esce vincitori. Si rischia di azzoppare la volontà di continuare, piuttosto che invogliare l'utente a considerare la sconfitta di quel boss una vera e propria sfida da superare. È quel che è successo a noi quando siamo incappati in un nemico che eseguiva attacchi che uccidevano con un sol colpo, in quel momento ci siamo chiesti se era davvero necessario far uso di una cattiveria così gratuita, in un gioco poi che non è certo l'alfiere della semplicità.

    Per giunta il codice trabocca di bug: più di una volta la nostra sessione è stata interrotta nel mezzo di una bossfight a causa di un crash. E considerando che il sistema salva solo ad inizio livello, siamo stati costretti a ripetere tutto da capo. In altri casi i bug sono stati salvifici, visto che in diverse arene siamo riusciti a trovare dei punti in cui Ray era letteralmente invulnerabile ai proiettili. Forse gli sviluppatori erano consapevoli di questi problemi ed hanno inserito un raggio d'azione per l'efficacia dell'esorcismo: se si è troppo lontani dal demone, non si può neppure digitare il testo.

    In ogni caso l'esistenza di queste "zone franche" andrebbe prontamente rimossa, visto che il loro sfruttamento può stravolgere completamente le battaglie con i boss. Anche perché, se proprio si vuole trovare una maniera più semplice di sconfiggere i nemici, ci sono altre strategie. Quella di reclutare un compagno con il compito di digitare mentre voi vi occupate di eludere i proiettili potrebbe essere una trovata vincente, ma in alternativa si può collegare un pad e vedere modificata quasi del tutto l'impostazione delle partite. Con un joypad le frasi da digitare divengono una sequenza di tasti dorsali da premere correttamente, mentre il movimento è adibito all'analogico destro: nella nostra prova abbiamo trovato più semplice questa variante rispetto a quella basata sulla combo "frecce + tastiera", ma siamo sicuri dipenderà soprattutto dalle vostre abilità.

    Nel chiudere la recensione non volevamo trascurare l'aspetto stilistico di The Textorcist, che è stato curato da Giuseppe Longo, lo stesso che si è occupato dell'altrettanto gradevole Milanoire. Gli ambienti di gioco, ispirati in maniera fantasiosa a diversi quartieri di Roma, trasudano lordura e trasandatezza, e godono di un'attenzione ai dettagli da non sottovalutare.

    Nel gioco si va anche a Napoli, che viene raffigurata come una città giapponese dove Ray Bibbia va ad incontrare il suo maestro (una sorta di monaco zen su di giri). Insomma, la fantasia degli autori è chiaramente visibile ed ottiene la sua massima espressione nel look dei boss, che sembrano davvero partoriti da qualche mente del Sol Levante. Insieme ad uno stile grafico molto carismatico, The Textorcist sfoggia una scrittura sopra le righe che fa della parodia la sua forza. I dialoghi sono continuamente infarciti da citazioni e giochi di parole che strappano più di un sorriso (il computer di Ray si chiama Holyvetti, in riferimento alla nota marca Olivetti). È simpatico poi constatare come gli autori abbiano voluto "americanizzare" la città di Roma, cambiando i nomi delle strade (via Ostiense diventa Ostiense Avenue) e punteggiando il testo di riferimenti folkloristici che solo un utente italiano può comprendere appieno. La storia si popola poi di personaggi parossistici, lo stesso Ray, una band Vegan Metal nota come Seitan Beasts (un riferimento alle Bestie di Seitan dei Nanowar of Steel) o una priora con il vizietto di schiavizzare e torturare povere anime. Solo sul finale, quando si tenta di approfondire le vicende del protagonista, la comicità diventa un po' stucchevole e i dialoghi troppo verbosi.

    The Textorcist The Story of Ray Bibbia The Textorcist The Story of Ray BibbiaVersione Analizzata PCThe Textorcist: The Story of Ray Bibbia è l’incarnazione di una trovata originale che però si è tradotta in un gioco piuttosto modesto. Sono le dinamiche da typing game e da bullet hell il vero cuore dell’esperienza, attorno alle quali sono stati cuciti degli scontri adrenalinici e tremendamente difficili, così tanto da bussare alle porte della frustrazione. Purtroppo ci è sembrato che il coefficiente di difficoltà faccia dei balzi troppo repentini ed artificiali, e che la continua riproposizione di scontri con differenze poco sostanziali acuisca il senso di ripetitività e sconforto nei confronti dei fallimenti. Non è un gioco sgradevole, The Textorcist, ed anzi strappa più di qualche sorriso grazie ad uno stile grafico riuscito ed una scrittura leggera e simpatica, perlomeno finché non diviene stucchevole. Ma è un peccato che lo sfruttamento di un’idea così valevole abbia prodotto un risultato sotto le aspettative.

    6.5

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