The Walking Dead Final Season Recensione: Episodio Quattro, Ritorno a Casa

Con Ritorno a Casa si conclude definitivamente l'avventura di Clementine ed Alvin Junior. La notte è ormai finita.

recensione The Walking Dead Final Season Recensione: Episodio Quattro, Ritorno a Casa
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  • Clementine ha gli occhi grandi. Sembra un'eterna bambina, con quella dolcezza che sgorga dalle sue iridi sorridenti. C'è un che di magico nel suo sguardo quando si volta verso Alvin Junior, il bambino che ha cresciuto fin da quando era in fasce, e per il quale è stata una madre, un'insegnante ed un'amica. Eppure, Clem perde di colpo la sua innocenza quando impugna un coltello o un arco, e trafigge con ferocia sia vaganti sia esseri umani, senza alcuna pietà. In fondo, sono mostri entrambi. Ma cosa resterà di lei in quella sua "piccola pulce" che ha allevato con tanta premura? Insegnerà ad Alvin ad essere impietoso, spietato e freddo, oppure gli trasmetterà l'importanza del valore della vita, la capacità di discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato?

    È su queste domande che si sorregge tutta la tormentata Final Season di The Walking Dead, giunta al suo quarto ed ultimo episodio dopo una produzione ed una distribuzione alquanto problematiche. Ritorno a casa (Take us back, in inglese, un titolo citazionista dal chiaro intento simbolico) è il suggello definitivo di un'avventura che ci ha accompagnato attraverso tante stagioni differenti, durante le quali abbiamo assistito alla progressiva crescita di Clementine.

    La notte è finita

    L'addio all'immaginario videoludico ideato da Telltale, su ispirazione delle opere di Kirkman, avviene senza troppo clamore, con un capitolo che adempie la sua funzione di commiato senza molti virtuosismi sul piano della scrittura, ma che riesce comunque a centrare il bersaglio grazie a qualche tocco di sceneggiatura a metà tra il manierismo ed il colpo di scena.

    È anche vero che puntare al cuore dei giocatori più affezionati non era certo un compito molto difficile: del resto, per farsi catturare da una morsa di malinconia basterebbe fermarsi un attimo ad osservare gli occhioni di Clem.

    La fine dello scorso episodio, Giocattoli Rotti, metteva i protagonisti dinanzi ad una situazione di estremo pericolo. Un climax che ha trovato il suo compimento in capitolo fortemente teso ed emotivamente impattante.

    Ritorno a casa riparte proprio da questo punto, con una prima parte dal ritmo piuttosto incalzante, in cui si percepisce una ruvidissima violenza non solo nella spietatezza di certe sequenze, ma anche - e forse soprattutto - nella cattiveria tagliente di alcuni dialoghi. Nelle battute pronunciate da Alvin Junior inizia a comporsi il mosaico delle scelte compiute durante le puntate precedenti, volte a delineare la personalità del bambino: è un guerriero, un sopravvissuto o un "pompiere"? Anche se un'infografica ci ha più volte raccontato quali sono stati i bivi intrapresi, arrivati all'atto conclusivo resta comunque arduo comprendere con chiarezza quale sarebbe stata la personalità della nostra "pulce", se avessimo imboccato sentieri diversi. Questo è sintomatico di una scrittura abbastanza fluida, dove la dicotomia tra bene e male sfuma in contorni difficilmente percepibili.

    E va bene così, perché risulta pienamente coerente con l'ambiguità morale del mondo in cui si muovono i nostri superstiti. La tensione verbosa e fisica della prima ora di gioco, una volta raggiunto un apice di grande potenza, comincia pian piano ad affievolirsi: capiamo allora che arriva il momento di tirare le fila, quando la brutalità, la disperazione e la fragilità lasciano il posto alla determinazione, all'accettazione, alla nuova speranza.

    Com'è ovvio che sia, in Ritorno a casa si sceglie poco: non mancano istanze in cui il giocatore è chiamato a prendere le ultime decisioni, a selezionare le risposte che preferisce, a comunicare - a suo modo - le proprie emozioni. Tuttavia il flusso dell'episodio scorre con canoni ben stabiliti, senza che l'impronta dell'utente si avverta con vigore. Per far in modo che lo script tocchi le giuste corde, d'altro canto, c'era bisogno di una direzione più netta: ed in questo Ritorno a casa, come anticipavamo anche nell'incipit, cala il sipario con dignità.

    C'è - è vero - una tendenza alla prevedibilità che si avverte in molti frangenti: l'episodio cerca infatti una commozione abbastanza manieristica, che obbedisce a precise regole drammaturgiche.

    In mezzo a qualche soluzione un po' scontata, Ritorno a casa prova a prendere l'utente in contropiede con piccoli ma intriganti risvolti finali, che elevano senza dubbio l'efficacia della puntata: benché non risulti indimenticabile né particolarmente rimarchevole, la conclusione della Final Season si rivela comunque in grado di frammentarci il cuore per il modo agrodolce e malinconico con cui si rannodano gli eventi. Ad indebolire il trasporto del giocatore, semmai, potrebbe esserci la scarsa empatia per le sorti dei vari comprimari: eccezion fatta per alcune personalità più definite, l'ultima stagione di The Walking Dead non ha infatti saputo tratteggiare un cast di personaggi che fungesse da degno supporto per il carisma dei due protagonisti. E così gli intermezzi vissuti in compagnia degli altri ragazzi dell'Istituto si confermano scene di passaggio, riempitivi alla ricerca di uno shock valute tipificato, prima di indirizzare nuovamente i riflettori soltanto su AJ e Clem.

    Quando la ragazza ricorda al suo ometto le regole per sopravvivere, oppure quando vediamo il bambino maneggiare pistole, asce e coltelli come fossero i suoi unici giocattoli, oppure ancora quando ne osserviamo gli occhi bagnati di lacrime, tra un abbraccio ed una carezza, è difficile restare impassibili. È in queste istanze che Ritorno a casa si mostra al suo meglio, nonostante il merito di tanta forza comunicativa dipenda perlopiù dal lavoro di caratterizzazione svolto dalle stagioni precedenti che non dalla qualità della scrittura di quest'ultimo episodio.

    La virtù principale dell'atto finale consiste, in ogni caso, nella sua morigeratezza, nella saggia volontà di non strafare, di non indugiare nel pietismo. Come fa più volte Clem con AJ, Ritorno a Casa mantiene dunque la sua promessa: dona ai fan della serie Telltale (salvata in corner da Skybound) un rigoroso saluto, un addio che sottintende un nuovo inizio. O forse una nuova fine.

    The Walking Dead: Final Season The Walking Dead: Final SeasonVersione Analizzata PCQuella di The Walking Dead è sempre stata un’apocalisse di stampo intimistico. E questa The Final Season non è da meno. Più che la conclusione della serie nata tra le braccia della defunta Telltale, quello imbastito da Ritorno a casa è il tramonto della storia di Clementine ed AJ, bambini più forti degli adulti, ed al contempo adulti più puri dei bambini. Negli occhi dei due protagonisti si rispecchia la stessa ambivalenza del mondo infetto ideato da Kirkman: c’è la durezza dei sopravvissuti e l’innocenza degli speranzosi, c’è la dolcezza della pietà e la spietatezza della paura. Le leggerezze, i cliché, il facile pietismo sono parzialmente bilanciati da una scrittura che conosce il giusto metodo per pungolare i condotti lacrimali dei fan più assidui. D’altronde, abbiamo accompagnato Clementine sin dalla primissima stagione, e ne abbiamo seguito la crescita proprio come lei ha fatto con AJ. I suoi insegnamenti sono diventati così anche i nostri, al pari delle sue azioni e dei suoi ricordi, piacevoli o atroci che siano. Nonostante gli inevitabili inciampi che la ragazza ha compiuto durante il cammino, Lee sarebbe sicuramente fiero della sua Clem. E lo siamo anche noi.

    7.5

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