Voice of Cards The Isle Dragon Roars Recensione: il ritorno di Yoko Taro

Voice of Cards The Isle Dragon Roars segna il ritorno sulle scene di Yoko Taro alle prese con un JRPG tanto geniale quanto imperfetto.

Voice of Cards The Isle Dragon Roars Recensione: il ritorno di Yoko Taro
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  • Pc
  • PS4
  • Switch
  • PS4 Pro
  • Non esiste un solo modo di approcciare Voice of Cards: The Isle Dragon Roars. Magari ci si avvicina perché attirati dal nome di Yoko Taro associato al progetto (a proposito, recuperate la recensione di NieR Replicant), o dalla sua estetica basata interamente sulle carte da gioco, oppure dalla sua splendida colonna sonora o ancora dal fatto che si tratta di un JRPG vecchio stampo. Comunque lo si prenda, Voice of Cards è un videogioco che merita tutte le attenzioni che è riuscito ad attirare su di sé.

    Siamo di fronte a un prodotto incredibilmente affascinante, capace come pochi di farsi amare ardentemente e di essere contemporaneamente una delusione. Non che pecchi davvero in maniera radicale nelle sue componenti ludiche, sia chiaro, però è molto difficile non rimanere un po' con l'amaro in bocca pensando a cosa avrebbe potuto essere, se solo avesse avuto la voglia di rischiare un po' di più e spingersi oltre le sue dieci ore di durata. Voice of Cards è un gioco fatto di piccole grandi intuizioni a loro modo geniali, che però una volta combinate assieme non riescono a rendere giustizia alla bontà delle sue intenzioni.

    Come in un gioco da tavolo

    Voice of Cards: The Isle Dragon Roars si inserisce all'interno della corrente dei card game che sta spopolando negli ultimi anni. Lo fa, però, in maniera meravigliosamente personale. Al contrario di buona parte dei suoi simili, non incorpora al proprio interno un combat system basato sul deck building. Proprio come se fosse un gioco da tavolo, l'opera si svolge su una plancia interamente composta da carte, in cui i personaggi sono a loro volta carte da gioco, così come i mostri, gli NPC, gli equipaggiamenti, i menù e le finestre di dialogo.

    Il tutto è tenuto assieme dalla figura del narratore, il cui ruolo è quello di commentare gli avvenimenti e di prestare la sua voce a ogni singola persona o creatura che è possibile incontrare durante l'avventura, in un continuo gioco di ammiccamenti e piccoli scherzi. Ci si rende conto molto in fretta di essere totalmente in balia del narratore, che come un abile dungeon master si assume la responsabilità di infondere la vita a quello che altrimenti sarebbe un muto tavolo di legno coperto di carte e segnalini.

    Grazie a lui Voice of Cards smette di essere un semplice videogioco e si trasforma in tutto e per tutto in una bellissima fiaba. Voice of Cards è sostanzialmente questo e si basa per intero sulla sua splendida ed elegantissima intuizione. È un videogame fatto di artwork meravigliosi, di canzoni splendide e di suggestioni tanto semplici quanto potenti.

    Il suo più grande pregio è quello di riuscire a ricreare le atmosfere magiche dei JRPG d'annata utilizzando solo delle carte disposte su una plancia. In questo Voice of Cards è una grande celebrazione della fantasia del giocatore, chiamato ancora una volta a dover dare vita al mondo e ai suoi personaggi grazie alla potenza della propria immaginazione. È esattamente la sensazione che si prova ancora oggi di fronte ai vecchi titoli in pixel art che hanno fatto la fortuna del genere, in cui i limiti tecnologici spingevano l'utente a colmare i vuoti investendo le sue energie nell'immaginare i colori, i suoni e la vita di quanto mostrato a schermo.

    Qui succede la stessa cosa, solo che al posto degli sprite ci sono distese infinite di carte che vanno a comporre città, villaggi, dungeon e grandi distese da esplorare. Paesaggi che diventano percepibili grazie al tacito accordo che si instaura tra narratore e giocatore, aiutato da qualche piccola suggestione sonora utile a caratterizzare gli ambienti. Se ci si limitasse a prendere in considerazione solo il suo aspetto estetico ed immaginifico Voice of Cards: The Isle Dragon Roars entrerebbe di diritto nella lista dei videogiochi più ispirati dell'attuale generazione.

    L'estrema semplificazione del canone

    Oltre a quanto già descritto il gioco non tenta in alcuna innovazione al genere. Anzi, a dirla tutta Voice of Cards è una sublimazione di tutti gli elementi caratteristici dei JRPG più classici all'interno di un titolo molto più piccolo del previsto. Dall'ambientazione medieval fantasy al più classico dei bestiari fatto di slime, orchi e alberi animati, l'opera incorpora al suo interno tutte le caratteristiche e i cliché del genere e non tenta in alcun modo di allontanarsene.

    Anzi, li abbraccia appieno e in certi momenti sembra quasi parodizzarli, ma non ne prende mai le distanze. Non che ce ne fosse bisogno, beninteso.Voice of Cards si comporta spesso come un'estrema semplificazione di certe lungaggini dei JRPG classici. Ne va a snellire enormemente la componente statistica e quella tattica, eliminando una volta per tutte gli MP per introdurre la meccanica delle gemme, che rimane relegata all'interno delle battaglie e non costringe, quindi, a frequenti visite agli ostelli delle città per ricaricarne i contatori.

    Le gemme sono a tutti gli effetti degli skill point che si rimpinguano dopo ogni turno di battaglia, e rappresentano il costo di ogni singola azione compiuta durante gli scontri, che a loro volta si svolgono su una plancia a parte dove ogni elemento dell'HUD viene trasformato in un oggetto fisico mostrato a schermo. Si tratta di una semplificazione spesso molto efficace, che tra le altre cose prende di petto il problema del backtracking andando a velocizzare enormemente le fasi esplorative.

    Il problema è che questa forma di snellimento generale ha inficiato anche quella che, per molti, è forse la componente più importante di un JRPG, ossia la sua trama. Voice of Cards racconta la più generica delle storie: un regno apparentemente in pace entra nel caos nel momento in cui fa la sua comparsa un drago malvagio che porta piaghe, morte e distruzione tra gli abitanti del continente; uno sparuto manipolo di eroi si mette sulle sue tracce per ucciderlo ed incassare la cospicua taglia che pende sulla sua testa. Non ci sono particolari approcci alla narrazione né chissà quali stravolgimenti di campo: Voice of Cards racconta una storia estremamente banale e lo fa con una fretta inaspettata e deludente.

    Un giocattolo che si rompe troppo in fretta

    È un bene che esistano JRPG che non necessitino delle solite 60 ore per essere portati a termine. Anzi, a dirla tutta il genere deve puntare il più possibile a rinnovarsi proprio sotto questo punto di vista per rendersi davvero accessibile ad un pubblico che ne rimane tagliato fuori proprio a causa della mancanza di tempo.

    Il fatto è che la soluzione non può e non deve essere quella proposta da Voice of Cards, che nell'impeto della semplificazione ha finito con l'estromettere dalla propria formula un comparto narrativo solido e profondo. La sua trama non ha sviluppi né grandi evoluzioni di sorta e, anzi, si chiude proprio nel momento in cui potrebbe - e dovrebbe - decollare davvero.

    Il risultato è che il quinto e ultimo membro del party si ottiene a pochissime ore dalla fine, vanificando ogni speranza di poter vedere un reale approfondimento del rapporto tra i personaggi. Quando si arriva ai titoli di coda la sensazione è quella di aver giocato una sorta di lungo tutorial che lascia un po' a bocca asciutta. È veramente un gran peccato, perché è impossibile non guardare Voice of Cards senza chiedersi cosa avrebbe potuto essere, soprattutto vista la presenza di Taro nella veste di Creative Director.

    Il fatto è che al finale di Voice of Cards si rischia di arrivare un po' stanchi nonostante la sua brevità. Si tratta di un gioco estremamente semplice anche per quanto riguarda i combattimenti; il livello di sfida è molto basso (tolte forse le ultime battaglie, che però non sono niente di davvero impegnativo) e già dopo la prima ora di gioco si è quasi perfettamente a conoscenza di tutte le specifiche del combat system, col risultato che le battaglie diventano ripetitive molto in fretta. La sensazione è che Voice of Cards: the Isle Dragon Roars sia un titolo che punti tutto sulla forma tralasciando colpevolmente la sostanza, e che una volta portato a termine si faccia ricordare per le sue bellissime atmosfere e per i suoi guizzi sull'estetica e sull'uso delle carte, rischiando però di lasciare piuttosto freddi. Un gran peccato, purtroppo. Se state cercando un gioco di carte che vale la pena di essere giocato vi rimandiamo alla nostra recensione di Slay the Spire.

    Voice of Cards The Isle Dragon Roars Voice of Cards The Isle Dragon RoarsVersione Analizzata PlayStation 4Voice of Cards: The Isle Dragon Roars è una grandissima occasione sprecata: un trionfo di carte da gioco accompagnato da una colonna sonora meravigliosa e da un'atmosfera stupenda, che però non ha il tempo per respirare e arriva troppo in fretta ai titoli di coda, senza espandere il proprio racconto. Un esperimento che dal punto di vista dell'estetica è un successo assoluto ma che diventa troppo ripetitivo in termini ludici e poco interessante in chiave narrativa.

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