Wolfenstein Youngblood Recensione: uccidere nazisti in compagnia

Il nuovo capitolo della serie Wolfenstein recupera l'estasi delle sparatorie ed introduce un'interessante modalità cooperativa.

Wolfenstein Youngblood
Recensione: Multi
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Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Switch
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Considerare Youngblood uno spin-off marginale e secondario nell'economia della serie Wolfenstein sarebbe quantomeno riduttivo e poco rispettoso del lavoro di Machine Games e Arkane Studios. Se è vero che il nuovo tassello delle avventure di Blazkowicz -o meglio: della sua stirpe- è nato come un prodotto sperimentale, incentrato sul gioco cooperativo e ambientato molti anni dopo gli eventi dell'ultimo episodio, non è difficile rendersi conto che il progetto è cresciuto a dismisura in termini di ambizioni, trasformandosi poco a poco in un mattone fondamentale per la saga. Youngblood non può essere ovviamente paragonato ad un episodio regolare, se non altro per il numero di contenuti ridotto e perché si accontenta di recuperare tecnologia e gunplay da The New Colossus; eppure non è una semplice appendice, né un'estensione superflua e trascurabile. Tutt'altro: i fan del massiccio BJ non dovrebbero in alcun modo lasciarsi sfuggire questo eccezionale supplemento, importantissimo per lo sviluppo del racconto e per lo studio di nuove meccaniche che potrebbero giocare un ruolo nel futuro del brand. Fermo restando, poi, che non c'è niente di meglio di un colpo di shotgun sparato in faccia ai fanatici del Terzo Reich.

    Un violento viaggio di formazione

    Wolfenstein: Youngblood ci spedisce di colpo all'inizio degli anni '80, con uno spericolato balzo in avanti che si allontana di quasi due decenni dal secondo capitolo. Scopriamo, attraverso le intestazioni delle cut-scene, che la Seconda Rivoluzione Americana ha portato alla liberazione degli Stati Uniti, ma che d'altro canto l'Europa è rimasta sotto il giogo nazista, schiacciata dalla potenza militare del Führer e del suo esercito.

    Blazkowicz e Anya hanno abbandonato i campi di battaglia, e crescono le loro due figlie in un ranch isolato. Fin dalla prima scena d'intermezzo si intuisce che i temi del racconto sono un po' più vicini a quelli dell'indimenticabile The New Order: sebbene anche in Youngblood ci sia spazio per una vena di misticismo, corpi sintetici ed un accenno all'esistenza di dimensioni parallele, l'elemento paranormale viene tenuto a freno, esplicito per quel che riguarda l'aspetto tecnologico. La sceneggiatura torna a concentrarsi sulla dimensione umana, per esempio mettendoci di fronte due genitori che si portano dietro le indelebili cicatrici del conflitto, i ricordi maledetti e scellerati del genocidio, della prigionia, della paura. BJ e Anya, costretti a vivere in un mondo instabile e pericoloso, hanno cresciuto Jessie e Zofia preparandole per la guerra, addestrandole per resistere e sopravvivere. Sarà proprio la loro incrollabile determinazione, assieme ad un pizzico di sconsideratezza adolescenziale, che le spingerà a partire alla volta di Parigi nel momento in cui proprio lì si perderanno le tracce del vecchio Blazko.

    Lo sviluppo narrativo dell'avventura non può minimamente rivaleggiare con quello di The New Order o The New Colossus, ma Youngblood decide comunque di non rinunciare ad una trama d'accompagnamento con qualche momento indovinato e diverse rivelazioni fondamentali per la continuity narrativa del franchise.

    Mancano gli intermezzi caratterizzati da una tensione quasi tarantiniana, manca una nemesi potente e pure il respiro drammatico dei capitoli principali, ma non la divertita capacità di esplorare diversi registri e la voglia di raccontare un violento viaggio di formazione. Basta questo, assieme al particolare sviluppo dell'avventura, per rendere Youngblood un titolo eccezionalmente godibile anche in solitaria. Anzi, il suggerimento che vi diamo è proprio quello di affrontare in single player le dieci ore della campagna principale, e di buttarvi solo in un secondo momento sulla tonante modalità cooperativa.

    Classiche sparatorie, nuovo level design

    Non si fatica a scorgere, nei lineamenti duri di Jess e Soph, un'avvertibile somiglianza con il volto del padre. Alla stessa maniera è lampante che Youngblood abbia lo stesso DNA ludico del suo diretto predecessore. Il ritmo acceleratissimo, la corsa forsennata delle protagoniste, la tendenza a far fuoco con brutale irruenza: tutti i tasselli del mosaico di proiettili assemblato da Machine Games sono ancora al loro posto.

    In Wolfenstein si spara con furia, animati da una rabbia cieca, senza curarsi dello spreco di pallottole. L'avatar diventa una cornucopia inesauribile di bossoli e cadaveri, pronto a trucidare i corpi dei nazisti con programmatica indelicatezza. La mira di precisione è spesso superflua, e quello che conta è soprattutto il movimento. La gestione degli spazi, la corsa inesauribile, la capacità di sfruttare gli elementi dello scenario come coperture occasionali, ma senza mai fermarsi: anzi schizzando dall'una all'altra con il solo scopo di avvicinarsi alla preda. Wolfenstein è l'apoteosi dello shooter esagerato e feroce, sono le fucilate di DOOM che incontrano l'andatura di Quake: e Youngblood non fa eccezione, risvegliando nel giocatore tutte le vibranti sensazioni a cui la serie rilanciata da Machine Games ci ha abituati.

    Di tanto in tanto è piacevole anche darsi allo stealth, far fuori qualche guardia con un attacco alle spalle mentre è attivo il sistema di occultamento della tuta, oppure bersagliarle dalla distanza con le silenziose asce da lancio. Ma si tratta soltanto di delicati preliminari, preludio ad un ben più efferato amplesso fra sangue e piombo. Youngblood non si allontana insomma dalla sua stirpe, se non fosse per un dettaglio letteralmente fondamentale: il level design. Assieme al team che ha preso in carico la saga di Balzko nel 2014, del resto, a questo spin-off hanno lavorato anche i ragazzi di Arkane Studios, autori di Dishonored e Prey. E alcune delle soluzioni adottate per caratterizzare le mappe di gioco sembrano arrivare proprio dal primo, indelebile Dishonored: spuntano così scorciatoie nascoste, alcove segrete, camminamenti interni che permettono di passare da un'area all'altra della mappa, terrazze che valorizzano finalmente il doppio salto e rivalutano una verticalità che Wolfenstein non ha mai avuto.

    Complessivamente la struttura dell'avventura è molto vicina a quella di The New Colossus, con il mondo di gioco diviso in macro-aree in cui sono ambientate le missioni principali e secondarie. In questo caso l'esplorazione è però vivacizzata proprio dalle trovate del level design, dal curioso andirivieni che porta Zofia e Jessie alla ricerca di casse nascoste, dischi da decifrare, stanze misteriose descritte nei documenti recuperati in giro. La mano di Machine Games è esperta, e la conformazione delle aree all'aperto è così ben ponderata che riesce persino a mitigare la stanchezza di un backtracking molto avvertibile.

    Capita infatti che, seguendo le missioni secondarie assegnateci dai membri della resistenza, si finisca spesso e volentieri per tornare nei quartieri già visitati, alla ricerca di un nuovo bersaglio o di un progetto nazista. Per fortuna nelle zone all'aperto, complice anche la comparsa di piccoli incarichi opzionali, la ripetitività viene smussata quanto basta per non annoiarsi. Le cose vanno un po' peggio quando ci si infila - per l'ennesima volta - nelle mappe ambientate nei condotti fognari o all'interno di laboratori segreti controllati dalle truppe tedesche. Una volta terminata l'avventura principale, insomma, anche Youngblood non trova altra soluzione che riproporre una routine fatta di incarichi di poco conto.

    Sparare in compagnia

    A tenere in piedi il tutto c'è ovviamente il valore inestimabile del gameplay, piacevolissimo come vi abbiamo già descritto, ma anche l'intervento salvifico della co-op. Quando inizierete ad avvertire un po' di stanchezza vi basterà aprire la partita oppure invitare un amico, eventualmente anche grazie al Buddy Pass. Così facendo la sorella che fino a quel momento era stata controllata dall'Intelligenza Artificiale (mostrando comportamenti non troppo elaborati e tuttavia sempre funzionali) verrà interpretata da un altro giocatore. È proprio la cooperativa che rende giustizia ad un "endgame" che in The New Colossus non era riuscito a reggere fino in fondo.

    Dopo aver portato a compimento l'avventura delle due sorelle si innescano quindi meccaniche parzialmente inedite per la saga, fatte di supporto reciproco, coordinazione ed una buona dose di chiasso (e distruzione) supplementare. Sarà così molto più facile percorrere la strada che conclude lo sviluppo delle protagoniste e del loro arsenale, imboccata già durante la campagna e fatta di livelli, punti esperienza, skill sbloccabili e componenti per migliorare le statistiche di tutte le bocche da fuoco. Un meccanismo che, contando anche sulla presenza di missioni giornaliere e settimanali, veicola un senso di progressione tutto sommato stimolante, che potrebbe estendere di molto il tempo passato in compagnia di Soph e Jess.

    Giovane sangue, vecchio motore

    Prima che DOOM Eternal ci presenti la nuova iterazione del motore di Bethesda, Youngblood si appoggia nuovamente sulla sesta versione dell'idTech. La qualità degli elementi grafici si allinea insomma agli standard di Wolfenstein 2, specialmente per quel che riguarda texture, shaders, animazioni ed effetti; su PC l'aggiunta delle tecnologie Nvidia rende ogni inquadratura decisamente più piacevole, con effetti più che positivi sulla resa e la pienezza dell'illuminazione. Un plauso generale all'ottimizzazione, che sfocia in una stabilità davvero incrollabile. L'unico rammarico su fronte visivo, semmai, è di tipo stilistico. Se c'è una critica che dobbiamo muovere a Youngblood è che i suoi "anni '80" sono davvero insipidi e per nulla caratterizzati.

    A discolpa del team di sviluppo potremmo dire che l'esibita vivacità di quel decennio si sviluppò dopo qualche anno dalle sue origini, e che nel mondo distopico di Wolfenstein il formalismo del regime potrebbe aver inibito certi movimenti artistici e culturali. Resta vero che l'ambientazione di Youngblood non riesce in nessuna maniera a distinguersi da quelle già viste in precedenza, se non per qualche timida concessione alle sonorità psichedeliche e sintetiche delle tracce di sottofondo. Ci aspettavamo molti più neon, un'estetica "di rottura", e almeno qualche sperimentazione che avrebbe sicuramente amplificato il carattere della produzione.

    Wolfenstein Youngblood Wolfenstein YoungbloodVersione Analizzata PCC'è qualcosa che si muove, nella testa di Machine Games ed in quella di B.J. Blazkowicz: una smania di rivolta, un'ansia di cambiamento, la voglia di calcare nuove vie. Per mettere in pratica questi propositi il nostro Blazko dovrà probabilmente aspettare un inevitabile Wolfenstein 3, ma il team di sviluppo sta già facendo le prove generali con Youngblood. Questo episodio “supplementare” recupera il gunplay tipico della serie, guarda con interesse alla struttura di The New Colossus, ma aggiunge qualche ingrediente inedito per soppesare la tenuta della formula. Da una parte c'è il level desing di Arkane Studios, che rende le aree di gioco molto più interessanti da esplorare, dall'altra una modalità cooperativa che fa giustizia all'endgame e risveglia nuove sensazioni anche mentre si impugnano vecchie armi. L'esperimento può dirsi più che riuscito, soprattutto se si considera il prezzo contenuto della produzione e la possibilità di far giocare i propri amici tramite un Buddy Pass che non prevede esborsi aggiuntivi. La quantità di contenuti è proporzionata al costo, la campagna resta piacevole anche giocata in solitaria. Dispiace che i due team non abbiano osato di più sulla caratterizzazione, dando uno stile riconoscibile agli anni '80 del regime tedesco; resta anche vero che le missioni secondarie sono un po' insipide e ripetitive, finendo per mettere in crisi un backtracking decisamente eccessivo. Per fortuna a ridurre le asperità c'è l'estasi del piombo, il brivido delle fucilate a bruciapelo, le sensazioni estreme di una corsa bruciante e mortifera, addirittura amplificate dalla co-op. Trovarsi con un amico per affrontare incarichi giornalieri e settimanali, provare ad alzare la difficoltà toccando disumani vertici di dolore, cadere e riprovare, ripetendo assieme alle figlie di Blazko il mantra di famiglia (“l'unico nazista buono è un nazista morto”), potrebbe essere un ottimo passatempo per questi torridi mesi estivi.

    8.4

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