WWE 2K20 Recensione: la serie di wrestling finisce KO per schienamento

WWE 2K20 arriva nei negozi senza il contributo dello storico team Yuke's e i risultati, sfortunatamente, sono decisamente negativi.

WWE 2K20
Recensione: PlayStation 4 Pro
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Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Lo scorso anno ha segnato un buon momento per il brand di WWE 2K. La reintegrata modalità Showcase, la My Career e tutta una serie di piccole limature, ci hanno spinto ad assegnare un voto positivo al titolo di Yuke's, nella speranza che potesse rappresentare l'inizio di un rinnovamento a tutto tondo. Durante lo sviluppo di WWE 2K20, però, lo studio giapponese ha passato il timone ai ragazzi di Visual Concepts (NBA 2K), che hanno dovuto terminare i lavori entro i tempi stabiliti. Ebbene, è difficile che tali stravolgimenti al vertice avvengano senza conseguenze, soprattutto quando si parla di un brand che deve riproporsi a cadenza annuale.

    Se a ciò aggiungiamo una pubblicizzazione del prodotto che si è fatta più fitta soltanto nell'ultimo mese, è stato impossibile non approcciarsi a WWE 2K20 con una sana dose di cautela. Ora che abbiamo ripercorso la genesi della Women's Revolution, visto la nascita di due leggende del wrestling e testato gli aspetti più importanti della produzione, siamo pronti a rispondere alla domanda chiave della nostra disamina: l'opera di Visual Concepts sarà riuscita a entrare nella Hall of Fame dei videogiochi dedicati all'universo di McMahon? La risposta, purtroppo, è un secco no.

    Le Four Horsewomen al galoppo verso la leggenda (Showcase e Roman's Reign)

    Non avremmo potuto che cominciare la nostra prova da "2K Central", la prima voce importante in un menù che ha sacrificato l'eleganza del 2019 in favore di un più efficace accorpamento dell'offerta ludica. Dopo aver eseguito un Moonsault all'interno della modalità Showcase, abbiamo vissuto la nascita delle Four Horsewomen, una stable tutta al femminile che ha preso in prestito il nome dallo storico gruppo di Ric Flair.

    Come sottolineato dai filmati e dalle interviste che separano un match dall'altro, Charlotte Flair, Sasha Banks, Becky Lynch e Bayley, hanno contribuito a rivoluzionare la divisione femminile della WWE, che ora riconosce le proprie superstar per il valore atletico e non per l'aspetto fisico. Partendo dal match di NXT che ha visto Charlotte affrontare Natalya, la nipote di Bret Hart, le quattro raccontano alcuni dei momenti più significativi delle rispettive carriere, che le hanno portate a calcare il palco di WrestleMania 35 da protagoniste.

    Accompagnati dai filmati di repertorio, i match includono una serie di obiettivi che consentono di ripercorrere il preciso andamento della lotta tramite cutscene in-game. Oltre a garantire alcune ricompense a tema, questa modalità costituisce un buon modo per impratichirsi col sistema di combattimento, giacché le mosse da eseguire per rispettare il copione vengono segnalate nel menù di pausa.

    Ciò detto, il numero di scene da ricreare unito a una dilatazione artificiale degli incontri - si pensi al filone d'obiettivi "porta x parte del corpo a rosso" - potrebbe finire per appesantire l'esperienza, soprattutto quando si viene sconfitti per un singolo errore dopo aver quasi terminato un lungo match. Sebbene sia possibile farsi strada fino alla fine bypassando gli "obiettivi fedeltà", crediamo che spingere a optare per tale soluzione vada un po' a rovinare il senso stesso della formula.
    Vedere le talentuose performer che si raccontano è un piacere per un fan della WWE: peccato che le rispettive alter-ego poligonali non riescano a far loro giustizia. Mentre i modelli di Bayley e della Flair si salvano per il rotto della cuffia, non riusciamo a giustificare la realizzazione approssimativa di Sasha Banks e Becky Lynch. Quest'ultima infatti quasi non assomiglia alla vera campionessa, che tra l'altro figura sulla copertina di WWE 2K.

    Passando alle Torri 2K Central, segnaliamo la presenza di "Roman's Reign", un percorso da 16 match dedicato alla celebre punta di diamante della WWE. Sprovvisti di cutscene o di filmati di repertorio, gli incontri vengono introdotti dallo stesso Reigns, che racconta le difficoltà che ha dovuto superare per ritagliarsi un posto tra i migliori wrestler del suo tempo. Ciascun match è condizionato da alcuni modificatori, che regalano qualche grattacapo aggiuntivo a entrambi gli sfidanti o al solo protagonista: in buona sostanza, stiamo parlando di una torre a gradini un po' più elaborata, giacché le altre, pur offrendo diversi tipi di match, non vantano una cornice narrativa.

    Esattamente come in WWE 2K19, le torri Gauntlet vanno a completare il pacchetto e devono essere terminate tutte d'un fiato, pena il dover ricominciare dal principio. Idealmente, tale "dura legge" dovrebbe amplificare il fattore tensione e rendere le scalate più interessanti ma, complici i vistosi problemi che affliggono il gioco, non è con questo spirito che le abbiamo affrontate: in una scalata dedicata alla Ruthless Aggression Era, stavamo per perdere contro Triple H in un Hell in a Cell, che allo stato attuale delle cose è una tipologia di match quasi impraticabile.

    A tu per tu con la "Family" (WWE 2K Originals)

    Il primo episodio di WWE 2K Originals è ora disponibile sugli store e noi non avremmo potuto che provarlo. Avventurandoci in un mondo parallelo, popolato da spiriti maligni e wrestler più folli del solito, siamo stati accolti dai New Day, che da bravi intrattenitori quali sono hanno saputo farci entrare nel mood giusto per visitare l'accogliente palude di Bray Wyatt.

    Pur essendo ridotta all'osso, la trama di questa mini Showcase da cinque incontri vede Finn Balor abbracciare il suo "io demoniaco" e sconfiggere gli abomini di un Bray in versione mostro della palude. I match, complice la nuova location, si sono rivelati piuttosto gradevoli, a eccezion fatta per la fase in cui il giovane demone affronta i Bludgeon Brothers: le incertezze del frame rate e l'incostanza dell'IA, infatti, hanno in parte rovinato quella che comunque è un'esperienza simpatica, che permette di sbloccare nuove skin (c'è anche FrankenStrowman), arene ed elementi cosmetici.

    "Terrore nella Notte" offre anche cinque torri secondarie, compresa la scalata dedicata a The Fiend, il nuovo e inquietante alter ego di Wyatt. Tra una Mandible Claw (la nuova mossa finale) e il libro di magia nera - che aprendosi assorbe l'energia del nemico - il terrificante essere si ritrova a disputare delle Brawl in un cimitero dimenticato, facendosi largo fino al leggendario Undertaker degli anni '90.

    A tal proposito, è un peccato che il becchino e il fratellastro Kane non abbiano ricevuto una skin alternativa, essendo tra i personaggi più attinenti al tema Halloween. Le restanti scalate sono le meno invitanti e costituiscono l'estensione di un pacchetto che non vi porterà via più di qualche ora. A nostro avviso, WWE 2K Originals avrebbe potuto essere un perfetto contenuto aggiuntivo gratuito, poiché costituisce l'unico elemento realmente inedito del titolo di Visual Concepts. La realtà è che bisognerà spendere alcune decine d'euro per sbloccare tutti gli episodi e, a giudicare dai contenuti del primo del quartetto, l'offerta potrebbe non valere il prezzo del biglietto.

    Dalle stalle alle stelle: la "road to glory" di Red e Tre (La mia Carriera)

    "La mia Carriera" di WWE 2K20 presenta un'azzeccata novità, che ben si sposa con l'identità del prodotto. Il giocatore infatti è chiamato a creare non uno ma ben due lottatori (del sesso opposto), che - uniti da un'amicizia indissolubile - si impegneranno a realizzare il sogno di una vita: diventare leggende della WWE ed entrare nella mitica Hall of Fame. Di fatto, la trama dell'avventura comincia dalla sua conclusione, con Red e Tre (i nomi sono questi, non è uno scherzo) che si preparano a partecipare alla cerimonia in loro onore.

    Da qui in poi la narrazione si dipana tra passato e presente, concentrandosi sui momenti chiave delle carriere di entrambi. Dalle angherie liceali della perfida Brooklyn Von Braun, che ricopre un po' il ruolo del nemico principale, alle difficoltà del circuito indie, fino all'approdo in NXT e ai palchi di RAW, il racconto imbastito da Visual Concepts avrebbe avuto le carte in regola per superare il predecessore e non solo: se fosse stata sorretta da una sceneggiatura adeguata, infatti, La mia Carriera avrebbe in parte risollevato le sorti di una produzione afflitta da grandi e piccoli problemi, che in forme e modi diversi ne minano ogni comparto.

    Purtroppo però ci siamo trovati dinanzi a due personaggi fin troppo stereotipati che, nonostante i vent'anni di carriera condivisi, sembrano non cambiare d'una virgola rispetto alle controparti giovanili. Tre è stupido oltre ogni limite, ma in un modo che troppo spesso imbarazza e non diverte. Red invece è risoluta e intelligente, ma porta sulle spalle il peso di un segreto tanto inconfessabile quanto - a nostro avviso - dalle improbabili origini. Oltre alla qualità altalenante della sceneggiatura, la carriera è piena di glitch grafici d'ogni sorta, che pesano ulteriormente sulla già non esaltante presentazione visiva delle cutscene. Sperando che la patch in arrivo possa ripulire il tutto, vogliamo comunque lodare le interpretazioni di alcuni VIP della WWE: pensiamo a Samoa Joe, Randy Orton, Paul Heyman, e lo stesso Undertaker.

    Nella seconda parte dell'avventura, tra l'altro, il personaggio dell'affabile Mark Calaway darà parecchio filo da torcere a Red e Tre, in una porzione di gioco surreale ma divertente. Sfortunatamente i momenti indovinati sono pochi, e mentre i patiti della WWE dovrebbero giungere al finale nonostante tutto, non siamo certi di poter dire lo stesso dei wrestler della domenica.
    La formula della carriera non ha subito variazioni degne di nota: nel creare i personaggi è possibile scegliere tra un discreto numero di preset, legati sia all'aspetto fisico, sia al vestiario. Al pari di insulti, tecniche, potenziamenti e quant'altro, anche i pezzi d'abbigliamento andranno acquistati nell'apposito "Negozio Pacchetti". Sebbene il nome possa lasciar intendere il contrario, WWE 2K20 non presenta alcun tipo di microtransazioni e permette di sbloccare i contenuti sia con i Punti, sia con i Gettoni. I lottatori inoltre devono appartenere a una delle cinque classi disponibili, che in breve racchiudono i principali archetipi dei wrestler: queste vantano a loro volta due stili di combattimento differenti, ciascuno coi suoi pro e contro, quindi bisognerà selezionare con attenzione il più adatto alle proprie esigenze.

    L'albero delle abilità, che invece varia in base all'archetipo di riferimento, serve sia a migliorare il potere complessivo del personaggio, sia a imparare tecniche nuove di zecca e mosse Payback. Una volta cominciata la carriera, sarà possibile accedere alla schermata dei potenziamenti tra un match e l'altro, sfruttando lo smartphone dei propri beniamini. Detto questo, abbiamo trovato più lunghi del previsto i caricamenti che separano l'HUB dai suddetti menù, e ciò è andato a pesare ulteriormente sul ritmo dell'esperienza.

    A completare l'offerta de "Il mio Giocatore" troviamo le sfide legate alle Targhe, che consistono in semplici obiettivi da completare nei match, e un paio di modalità secondarie. Le torri dedicate al personaggio creato, tra Giornaliere, Settimanali e stabili (Collezione), permettono di acquisire le stelle necessarie per accedere alle Torri PPV e, nel mentre, accrescere il proprio "Prestigio". Pur basandosi sulla stessa formula delle Torri 2K, queste costituiscono un ottimo modo per divertirsi con i protagonisti al di fuori della storia, cosa che purtroppo non vale per Road to Glory. Tolta la lentezza del matchmaking e l'assortimento casuale degli sfidanti - abbiamo affrontato un lottatore con un "Overall" di 92 pur avendone uno di 66 - tali incontri presentano i medesimi inciampi della modalità online. I vistosi problemi di lag impediscono di lottare con efficacia, minando l'esecuzione dei contrattacchi, e talvolta i match si "rompono" del tutto. Ad esempio, ci è capitato di vincere uno Steel Cage ma l'incontro non si è effettivamente concluso, costringendoci a restare nell'arena finché non abbiamo deciso di riavviare.

    Le poche luci e le molte ombre di un parco giochi a tema Wrestling (Universe e il resto dell'offerta)

    Al pari di WWE 2K19, il titolo di Visual Concepts fa della mole contenutistica un vero cavallo di battaglia. Oltre alle modalità principali e alle Torri, infatti, offre un'enorme varietà di wrestler, match e stipulazioni, assieme a un editor che garantisce una libertà creativa impareggiabile. Ne sono un esempio i lottatori scaricabili dalla "Creazioni Community", che al momento permette di aggiungere alla propria collezione Batman, Deadpool, e Donald Trump in persona. Detto questo, in WWE 2K20 torna anche la modalità Universe, per la gioia di tutti i fan del management firmato McMahon-Levesque.

    Sorvolando sulle aggiunte di alcune cutscene nell'ambito delle rivalità, o sulla possibilità di cancellare gli incontri nella Match Card, segnaliamo anche qui l'arrivo del Tag Team misto, che va ad arricchire un già importante ventaglio operativo. Dalla programmazione settimanale della WWE, fino alla creazione delle rivalità e alla conduzione delle Promo - che come al solito presentano un livello di scrittura discutibile - i giocatori possono gestire qualsiasi aspetto della "baracca" ed entrare in campo a piacimento.

    Prima di concentrarci sulle nostre (dis)avventure con la componente locale, dobbiamo aprire una doverosa parentesi sul comparto online. Ebbene questo è affetto da problematiche letteralmente invalidanti, che rovinano a più riprese l'esperienza: mentre gli scontri 1 vs 1 si sono rivelati piuttosto stabili, i match con diversi lottatori a schermo sono afflitti da un lag impressionante, che impedisce l'esecuzione delle prese e il corretto puntamento di uno specifico avversario.

    Insomma, quelli che dovrebbero essere incontri caotici ma nel senso positivo del termine, si trasformano in bagarre insensate, che talvolta si concludono con il crash dell'applicazione. In altre parole, fino a che non verrà pubblicato un update volto a correggere i numerosi problemi, il modo migliore per godersi WWE resta il multigiocatore in locale. Impersonando le leggende del passato e le stelle nascenti dell'immenso roster di McMahon, abbiamo calcato dei palchi leggendari e visitato luoghi intrisi di mistero, nei quali è possibile disputare un particolare tipo di match: le Brawls. Queste chiamano a fronteggiare l'avversario in case infestate, paludi sperdute e fabbriche permeate da un'aura malefica. Con tanto di telecronaca in sottofondo, bisogna pestare il nemico fino a renderlo incapace di combattere, magari avvalendosi degli strani oggetti sparsi per gli scenari. Spesso e volentieri, a dirla tutta, il sistema di puntamento non risponde a dovere quando si maneggia un'arma, provocando intere sequenze di colpi a vuoto. Nonostante ciò i Brawls sono un modo simpatico per allontanarsi dai ring canonici e divertirsi in compagnia d'un amico, il che è sempre gradito.

    Eravamo molto curiosi di provare l'Hell in a Cell nella splendida arena infernale, almeno fin quando non abbiamo tentato di raggiungere l'esterno gabbia. Tolto il fatto che rompere parte della struttura sia tutt'altro che facile, lottare nello spazio che divide il ring dalla Cell sa essere esilarante e disastroso al tempo stesso. I quattro angoli dell'area infatti possono diventare dei "punti ciechi", che impediscono di eseguire le prese o di colpire l'avversario: ciò vale anche per l'opponente, che - dopo essersi bloccato in uno di questi angoli - potrebbe tentare di colpire il nemico (a vuoto) per un buon numero di secondi.

    Senza concentrarci sui bug minori del Ladder o delle Royal Rumble, andiamo a parlare dei Tag Team, durante i quali abbiamo assistito ad alcuni comportamenti discutibili dell'intelligenza artificiale. Immaginate un avversario pesantemente danneggiato che, per un gran colpo di fortuna, riesce a dare il cambio al proprio collega e a salvarsi la pelle. Immaginate ora il collega, che dopo tre secondi esatti dall'entrata sul ring decide inspiegabilmente di richiamare il succitato moribondo, provocando la sconfitta di entrambi. Come se non bastasse, quando abbiamo provato a danneggiare in coppia l'avversario, con attacchi e prese d'ogni genere, il suo compagno è rimasto all'esterno del ring senza batter ciglio, come se la cosa non fosse di sua competenza.

    Le incertezze dell'impianto ludico e visivo

    Alla base del gran numero di attrazioni del gioco troviamo, ovviamente, il sistema di combattimento. È da tempo che il brand ha bisogno di rinnovarsi sotto questo aspetto, ma almeno la scorsa edizione presentava una formula un po' più rifinita del solito, al contrario di quanto è accaduto in WWE 2K20. In primo luogo Visual Concepts ha riutilizzato quasi integralmente le meccaniche del predecessore, a eccezion fatta di alcune modifiche sul fronte della mappatura dei comandi. Ora i contrattacchi sono stati assegnati al tasto triangolo, il che li rende più agevoli da eseguire ma, allo stesso tempo, ne facilita l'esaurimento.

    In altre parole bisognerà scegliere con attenzione quando ricevere un colpo e quando rispondere a tono, in modo da non giungere indifesi agli attacchi più potenti del nemico. Eseguibili con la pressione simultanea di due tasti, le mosse finali sono rimaste sostanzialmente invariate: oltre alle prese e alle sottomissioni, infatti, ciascun lottatore dispone di tecniche speciali, Finisher e OMG, che neanche a dirlo causano il maggior numero di danni.

    Tornano anche le Payback di livello 1 e 2 che, se eseguite al momento giusto, possono addirittura ribaltare le sorti di uno scontro ma, intendiamoci, nulla che non si sia già visto in passato. Anche se un po' a fatica l'intera formula avrebbe potuto funzionare ancora, se non fosse stato per il gran numero di difetti in cui ci siamo imbattuti. Gli alti e bassi dell'IA, che a volte è una perfetta macchina da guerra e altre si "incastra" nelle corde del ring, i problemi di puntamento dei colpi - sia con le armi, sia a mani nude - e la stabilità precaria dell'esperienza, tra crash dell'applicazione e inconvenienti che impediscono la corretta prosecuzione dei match, finiscono per minare il fattore divertimento, che è sempre stato una vera linfa vitale per il brand di 2K.

    A chiudere il cerchio troviamo una presentazione visiva ormai vetusta, che in specifici elementi sembra addirittura aver fatto un passo indietro rispetto alla scorsa edizione: alcuni modelli poligonali (Daniel Bryan) non ci hanno fatto una buona impressione, per non parlare dei glitch grafici che affliggono le texture di determinate arene (Backstage Brawls). Talvolta l'immagine è sporcata da un aliasing che colpisce le superfici vicine e lontane, il che sottolinea in modo ancor più evidente quanto il comparto grafico sia rimasto ancorato al passato. Se a ciò aggiungiamo un sistema d'illuminazione che mostra i muscoli solo in certe occasioni - si pensi agli scontri nell'area degli spalti o al modo in cui riesce a evidenziare il sudore sul corpo dei wrestler - diventa chiaro che il brand necessiti di una decisa svecchiata anche su questo fronte, soprattutto quando si pensa alle vette di realismo raggiunte da NBA 2K. Almeno il frame rate riesce a mantenersi attorno ai 60 fps su PS4 Pro, anche quando il ring è particolarmente affollato, e la colonna sonora, pur se con un numero di tracce piuttosto ridotto, ci è sembrata calzante coi toni della produzione.

    WWE 2K20 WWE 2K20Versione Analizzata PlayStation 4 ProAllo stato attuale delle cose, WWE 2K20 è di fatto una copia sbiadita del predecessore. I fan più accaniti potrebbero trovare nella nuova Showcase una modalità interessante, che permette di rivivere le gesta delle Four Horsewomen con tanto di interviste e filmati di repertorio al seguito. Oltre alle varie tipologie di Torri - da Roman’s Reign a quelle pensate per Il mio Giocatore - c’è una modalità Carriera che, pur presentando qualche buona idea, è caratterizzata da un livello di scrittura al di sotto degli standard, e una presentazione visiva che funge quasi da monito per ciò che c’è dopo: i crash dell’applicazione (per fortuna abbastanza sporadici), i problemi del comparto online e dell’IA, uniti a un sistema di combattimento ancor meno preciso e responsivo del solito, ci impediscono di consigliare il titolo di Visual Concepts ai wrestler della domenica o ai curiosi, che farebbero bene a ripiegare sulla precedente iterazione se a caccia di un divertimento più “stabile” e immediato. Ciò detto, gli sviluppatori stanno lavorando duramente per cercare di sistemare le cose e assicurare il futuro a un prodotto che, ora come ora, subisce inerme un inevitabile schienamento.

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