Bloody Roar: storia di un picchiaduro bestiale in My Generation EP.14

Torna My Generation, questa volta per raccontare la storia di uno dei picchiaduro più divertenti degli anni '90: Bloody Roar.

My Generation EP.14: Bloody Roar
Speciale: Multi
INFORMAZIONI GIOCO
Articolo a cura di

Nella storia dell'industria videoludica, molti giochi hanno saputo distinguersi in virtù delle loro caratteristiche peculiari, divenendo titoli di culto: titoli nei quali un singolo aspetto risultava più rimarchevole dell'intera somma delle parti. Pur senza raggiungere chissà quali traguardi tecnologici o proporre profondissime meccaniche di gameplay, in sostanza, alcune opere sono state in grado di lasciare un segno molto marcato nella memoria collettiva anche grazie ad un unico guizzo di inventiva, un solo elemento che gli ha permesso di spiccare tra la massa di congeneri. Tra le produzioni indimenticabili del passato, una in particolare possiede un ruggito così forte da riecheggiare per più di vent'anni dal suo esordio: ci riferiamo nello specifico a Bloody Roar, un picchiaduro che ha fatto leva sul fascino animalesco della lotta. Benvenuti in My Generation, la rubrica che celebra i grandi giochi che hanno fatto la storia dell'industria.

La nascita della bestia

Giunto nell'ottobre del 1997 su PlayStation, il lavoro di Hudson Soft, lo stesso team a cui dobbiamo la serie di Super Bomberman, riuscì a imprimersi nella memoria dei giocatori grazie a una peculiare caratteristica del suo gameplay: ogni lottatore del roster era infatti in grado di trasformarsi in una bestia immensamente potente, in modo tale da poter avere la meglio sull'avversario. La versione per la prima piattaforma di Sony fu quella in grado di conquistarsi l'affetto della community, tuttavia l'esordio di questa saga nasce in un mercato parallelo a quello delle home console.

Nel '97, infatti, le sale giochi americane resistevano strenuamente contro l'incedere delle avversarie casalinghe e contro un'industria che stava mutando la propria pelle. In mezzo a tanti cabinati, a prevalere per quantità e apprezzamento erano soprattutto le arcade machine dedicate al genere dei picchiaduro, dal momento che opere come Street Fighter, Mortal Kombat e Killer Instinct rappresentavano l'attrattiva principale delle sale giochi.

A ritagliarsi un posticino tra questi pezzi da novanta del genere c'era anche Beastorizer, realizzato da Raizing, che presentava un roster di lottatori in grado di tramutarsi in brutali animali antropomorfi. Proprio da quest'opera arcade venne realizzato il porting che oggi tutti ricordano col nome di Bloody Roar.
Il genere dei picchiaduro era già approdato su PlayStation con produzioni di varia caratura, tuttavia Bloody Roar fece in tempo a essere pubblicato in Nord America e Giappone prima dell'uscita di Tekken 3, che - come sappiamo - divenne una vera pietra miliare dei fighting game.

Un gameplay bestiale e una trama poco incisiva

Il titolo di Hudson disponeva di un gameplay piuttosto basilare, con soli due tasti adibiti agli attacchi e un terzo dedicato alla trasformazione del personaggio. Nonostante la sua apparente semplicità, era presente un profondo sistema di combo, basato anche su concatenazioni di colpi consecutivi. Ne è un esempio Jin Long, combattente cinese in cui scorre il DNA di una tigre, capace di lanciarsi in un lungo loop di tecniche che non lasciavano spazio all'avversario.

La meccanica che distinse Bloody Roar dalla massa fu proprio la capacità dei lottatori di tramutarsi in bestie antropomorfe dall'enorme potenziale combattivo: animali feroci come gorilla e lupi, ma anche creature generalmente più mansuete come conigli o talpe facevano la loro comparsa nell'arena della battaglia, donando al roster un carisma unico. Inoltre, il moveset di attacchi e combo cambiava durante il periodo di mutazione, facendosi più dannoso e rapido.

Stando alle recensioni della stampa specializzata dell'epoca, l'aspetto più scadente era paradossalmente legato al design dei personaggi e alla trama generale. In effetti, tralasciando la capacità dei combattenti di mutare forma, nella loro incarnazione umana pochi lottatori possedevano un aspetto degno di nota.

A tutto ciò, bisogna aggiungere una trama poco definita: giusto per fare un esempio, nel libretto di istruzioni del gioco per PlayStation, la sinossi riportava soltanto informazioni estremamente generiche, ricordando agli utenti che il mondo di Bloody Roar si preparava ad accogliere il nuovo millennio, e che in un'era di tenebre e paura otto guerrieri dai poteri straordinari erano emersi per salvare la Terra. Successivamente furono i siti ufficiali a chiarire il background dei combattenti: ad esempio Yugo, presente anche sulla copertina del titolo, era in missione per scoprire le ragioni dietro la morte del padre, mentre la corpulenta Mitsuko era alla ricerca della figlia rapita.

Grafica feroce e spot affilati

L'elemento in cui Bloody Roar si distingueva era invece il comparto tecnico, valutato come eccellente all'unanimità dalla stampa del periodo. Il porting di Hudson reggeva perfettamente il confronto con l'originale Beastorizer, e il frame rate, nonostante il passaggio a PlayStation, risultava molto fluido. In poche parole, si trattava di un piccolo gioiello di tecnica.

Per spingere le vendite di Bloody Roar sul suolo americano venne realizzato uno spot decisamente particolare: nel filmato vediamo un ragazzo intento a confidarsi con il suo psicologo durante una seduta. Mentre è disteso sul lettino, il giovane - visibilmente spaventato - rivela che spesso immagina di trasformarsi in una tigre, capace di fare a brandelli chiunque con i propri artigli, oppure in un poderoso gorilla. Il terapeuta non gli presta molta attenzione, coccolando distrattamente il carlino che tiene in braccio, ma quando il protagonista sentenzia che per lui gli animali possono tramutarsi in esseri umani, il cane del dottore assume le sembianze di un uomo, totalmente nudo, che si gode le carezze del suo padrone.

Dopo questo spot alquanto surreale, a colpire nel segno fu il commercial del sequel di Bloody Roar. Siamo sempre alle prese con una sessione di terapia, questa volta di gruppo, e lo psicologo invita ogni paziente a sfogarsi con un urlo. Quando il terapeuta inizia a stuzzicare con troppa insistenza l'ultimo membro presente nella sala, questi - al pari di un animalesco Hulk, diviene d'improvviso un lupo mannaro che sbrana i presenti.

Chiaramente l'intera serie di Bloody Roar deve tutta la sua fama alla sua caratteristica distintiva, che le ha donato un carisma unico agli occhi dei fan. Visto il buon successo iniziale, Hudson Soft richiamò il team Raizing per svilupparne il sequel, che venne pubblicato appena un anno dopo. Le modifiche al roster erano minime, e lo stesso valeva per la trama principale e le arene di scontro. Ne scaturì insomma un more of the same poco ispirato, realizzato in fretta e furia per sfruttare al massimo il buon riscontro commerciale, e la stampa non lo accolse positivamente.

Con l'approdo alla generazione successiva, purtroppo l'intera serie è stata caratterizzata da prodotti qualitativamente altalenanti, e dopo cinque episodi, pubblicati sulle principali piattaforme Sony, Nintendo e Microsoft, ad appena otto anni dalla sua nascita questa bestiale meteora ha semplicemente cessato di esistere. Oggi tutti ricordano Bloody Roar con affetto, alcuni ne desiderano perfino il ritorno, ma - a ben guardare - la sua caratteristica distintiva ben presto è diventata il suo limite più grande, come una gabbia capace di trattenere anche la bestia più feroce.