Libri a 360 bit: Shadow of the Colossus e le Metamorfosi di Ovidio

Che cosa saresti disposto a fare per amore? Il dialogo sotterraneo tra Shadow of the Colossus e le Metamorfosi di Ovidio...

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Le Foribidden Lands non sono una terra spaventosa, o meglio non lo sono nel classico senso della parola. Nessun animale feroce si nasconde nei boschi, nessun brigante è accampato alle pendici dei suoi monti, e nessun assassino coglierà nel sonno chi si avventura in quelle regioni. Eppure l'angoscia che attanaglia il protagonista di Shadow of the Colossus, Wander, è palpabile, vera, avvertibile anche dal videogiocatore che in quelle lande lo accompagna. Abituati a miriadi di stimoli sonori, sopraffatti dalle indicazioni visive delle interfacce che spuntano nei titoli moderni, attraversare le Forbidden Lands cavalcando Agro è un'esperienza quasi "aliena". Il Team Ico, capitanato da Fumito Ueda, ha infatti realizzato un mondo di gioco silenzioso e quasi immobile, dove soltanto qualche alito di vento muove le fronde degli alberi e il rapido passaggio di qualche uccello nel cielo o di una lucertola corvina ci fa sentire, ancora, in mezzo ai vivi e non nell'oltretomba. Eppure è proprio l'idea di una terra mortifera quella che si forma nella nostra testa: lo stesso regno dei morti, tombale e silenzioso, in cui si svolge il mito di Orfeo e Euridice, una delle storie più conosciute al mondo; raccontata, tra gli altri, anche da Publio Ovidio Nasone nel suo poema "Le Metamorfosi". Ovidio e Ueda, nonostante i secoli che li distanziano, hanno realizzato due opere più vicine di quanto si possa pensare: entrambe sono più votate al silenzio che al chiasso, in entrambe il non-detto è più importante di ciò che è raccontato esplicitamente. E nei mondi che immaginano i due autori il mistero è talmente pervicace e potente da rendere denso e significativo ogni passo dei protagonisti.

Trova l'amore, conosci la morte

Facciamo mente locale: sia Shadow of the Colossus che la storia di Orfeo e Euridice cominciano con un lutto, che colpisce il protagonista. Nell'opera di Ueda Mono, l'amata di Wander, ci viene presentata attraverso la sua salma, un cadavere candido che il nostro eroe pone in maniera simbolica su un misterioso altare che, nelle battute iniziali del gioco, contempliamo pervasi dalla malinconia. Allo stesso modo nel poema di Ovidio, Orfeo è introdotto con queste parole: "Di lì, avvolto nel suo mantello dorato, se ne andò Imeneo per l'etere infinito, dirigendosi verso la terra dei Cìconi, dove la voce di Orfeo lo invocava invano". Orfeo invoca, per altro vanamente, Imeneo, dio figlio di Apollo e protettore del matrimonio, perché ha perso la sua amata Euridice, caduta a causa del morso di un serpente (guarda caso animale sacro allo stesso Apollo) mentre giocava con alcune ancelle in un prato. Entrambe le narrazioni, perciò, hanno una dipartita come inizio di tutto, anzi si può dire che esse nascano dalla morte stessa, e di conseguenza con la morte dovranno sempre avere a che fare.

In Shadow of the Colossus Wander sarà informato da una voce sibillina, la voce dell'entità chiamata Dormin, che l'unico modo di riportare in vita l'amata, quindi di strapparla dalle grinfie della morte, è quello di abbattere i sedici titani che popolano le Forbidden Lands, liberando il loro potere e usandolo per questo miracolo. E la narrazione di Ovidio? Anche Orfeo sa che per riavere la sua amata dovrà compiere un'impresa "colossale", ovvero effettuare una nekuia: una "discesa verso gli Inferi" per reclamare l'amata al cospetto di Ade, il signore dell'oltretomba. Appare chiaro come in tutti e i due casi l'impresa è pressoché disperata, come disperato e irreale è il solo pensiero di poter riportare in vita una persona: eppure, nonostante tutto, sia Wander come Orfeo si mettono alla ricerca dell'impossibile.

Un mondo oscuro immerso nella luce

Torniamo sulla caratterizzazione dei mondi immaginati dagli autori. Che mondi sono quello di Shadow of the Colossus e quello di Orfeo e Euridice? Si potrebbero definire come due spazi silenziosi e quasi inanimati: le poche stille di vita sono date o da apparizioni improvvise, e un poco inquietanti. Quelle dei titanici colossi che Wander deve abbattere in nome di Mono oppure, nel caso di Orfeo, quelle di fugaci personaggi ectoplasmatici. "Orfeo non esitò a scendere sino allo Stige per la porta del Tènaro: tra folle irreali, tra fantasmi di defunti onorati, giunse alla presenza di Persefone e del signore che regge lo squallido regno dei morti".

Questo è il tono con cui Ovidio descrive gli inferi: come vedete non c'è il gusto, un po' pulp un po' tonante, di un Dante alle prese con le malebolge infernali, e manca anche il pathos vagamente "creepy" della discesa di Ulisse dell'undicesimo libro dell'Odissea. Qui l'angoscia viene procurata dalla più perfetta e totale assenza di vita, dove ogni entità (anche i titani; anche la coppia reale dell'Ade) non è simbolo di un'esistenza reale ma soltanto simbolo di qualcos'altro: di potenze antiche e primigenie che reggono le sorti del mondo, in barba gli uomini che lo abitano, fin dalla notte dei tempi.

Non si tratta di racconti "dark", perché le Forbidden Lands sono tutto fuorché oscure e tenebrose, così come l'inferno di Ovidio non è pieno di fiamme e di creature demoniache. Sono luoghi apparentemente ameni, foreste, deserti, gole, canyon, prati e fiumi. Eppure, quel silenzio assordante di cui sono preda le due terre, è tanto spaventoso quanto efficace per il lettore o per il giocatore di turno. Proseguendo nel testo e nel gioco si ha un montante desiderio di arrivare alla fine della vicenda, di liberarsi, una volta per tutte, da quella cappa, immobile e inesorabile, che avvolge tutto e che rende tutto silente, immoto; quasi morto, verrebbe da dire.

Il potere del silenzio e dello sguardo

Gli appassionati di Shadow of the Colossus probabilmente lo ricordano tutte le volte che parlano del titolo: quella di Ueda è una grande opera perché ha sfruttato, come mai prima d'ora, l'importanza dei dettagli, anche di quelli molto piccoli (e pressoché invisibili specialmente nell'originario gioco uscito per PlayStation 2 nel 2005) per raccontare la propria storia. Che i colossali titani non siano poi così tanto minacciosi, ma "semplici" emanazioni di entità superiori, destinate a cadere sotto i colpi della nostra spada senza apparenti colpe, è infatti comprensibile osservando con attenzione l'espressione degli stessi: non sono creature malvage, non amano farci del male, ma tentano soltanto di sopravvivere e di difendersi mentre il dolore li attanaglia (lo si comprende, ancora una volta, grazie al perfetto dettaglio delle pupille dei loro occhi, che si restringono mano mano che li colpiamo). Non sono loro gli aguzzini, siamo noi.

Per Orfeo si può intavolare un discorso simile. L'idea da cui dobbiamo partire è che da quando esiste la vita, allo stesso modo esiste la morte. La fine dell'esistenza fa parte dell'ordine naturale delle cose, e l'obiettivo dei vivi non è quello di combatterla, semmai quello di onorare i defunti. Ecco perché Orfeo rappresenta un variabile impazzita, un uomo così sfrontato da passare lo Stige e di presentarsi di fronte ai signori degli Inferi per reclamare la vita della propria amata. Ovidio e Ueda ci fanno insomma impersonare due veri e propri abomini: due personaggi che percorrono un sentiero pericoloso, inumano, perché le loro stesse azioni (addirittura i loro stessi pensieri) mettono in discussione e a rischio l'intera impalcatura del mondo per come la si conosce.

Viene quasi naturale pensare che dietro alle azioni dei due personaggi si nasconda qualcosa di sinistro, che i protagonisti siano le vittime di un subdolo inganno perpetrato da chissà quale forza sovrannaturale, che ha fatto leva sulla disperata speranza dei due personaggi per fargli compiere un cammino in qualche modo perverso e disperato.

Tra le tenebre del Tartaro e i demoni della terra la nostra vera natura

Una delle riletture più famose, forse sublimi, del mito di Orfeo e Euridice (che parte proprio dalla riscrittura ovidiana), è quella operata da Cesare Pavese nel suo componimento "L'inconsolabile", contenuto ne "I dialoghi con Leucò". Pavese scrive: "Non m'importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai".
Tutti quanti sappiamo che, nel mito classico, Orfeo riuscì a convincere i signori dell'Ade a farsi consegnare Euridice, ad un patto: durante il tragitto che li avrebbe portati fuori dagli inferi egli non avrebbe dovuto girarsi a rimirare l'amata. Eppure, per qualche motivo a noi sconosciuto, forse per la brama di rivedere quel viso a lui tanto caro, egli si gira, spezzando il miracolo e precipitando nuovamente la sua compagna nell'ade. Pavese però -e qui sta la genialità dello scrittore!- ribalta la questione: nella sua versione Orfeo su volta coscientemente, per una sua precisa volontà.

Orfeo dice di aver (ri)conosciuto la sua vera natura, una natura magari spietata, ma che in fondo risulta l'unica scelta possibile: "Euridice morendo divenne altra cosa. Quell'Orfeo che discese nell'Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d'allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo".

La scoperta del proprio vero io è anche l'approdo finale dello stesso Shadow of the Colossus. Quello che cambia è ovviamente il destino dell'amata di turno, ma non quello del protagonista: che alla fine delle due opere si trova in qualche modo "rinato", riscopre la sua umanità, ritrova un accordo con la natura. La storia di Orfeo e Euridice contenuta ne Le Metamorfosi di Ovidio e i titani di Shadow of the Colossus, insomma, ci dimostrano una cosa sola: che è solo accettando di dover attraversare le tenebre del Tartare e di dover affrontare i demoni della terra possiamo riscoprire il nostro posto nel mondo. E, in qualche maniera, restare umani.