Libri a 360 Bit: Wolfenstein, un uomo in rivolta di nome William Blazkowicz

Nuova puntata della rubrica Libri a 360 Bit, questa volta dedicata a William Blazkowicz, protagonista della serie Wolfenstein...

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Diciamo la verità: uno potrebbe anche fregarsene delle implicazioni morali, filosofiche e ideologiche dietro le azioni del proprio avatar, soprattutto nel caso in cui questo avatar porti il nome di nome William Joseph "B.J." Blazkowicz. Sarebbe molto più semplice spegnere il cervello, imbracciare "akimbo" i lucenti mitragliatori Da'at Yichud (una misteriosa società di matrice ebraica vecchia di secoli), e lanciarsi al massacro di ogni singolo nazista che ha il coraggio di opporsi al nerboruto protagonista. In fondo è dal 1992 che "Terror Billy" sbudella e massacra divisioni hitleriane, quindi perché non evitare di porsi domande e continuare in questa fine opera di blastazione? Forse perché, tra una granata esplosiva e un folle potenziamento del proprio esoscheletro, nelle pieghe del nuovo corso di Wolfenstein si nasconde un impasto ideologico tutt'altro che secondario. Con The New Colossus i ragazzi di Machine Games, oltre a creare un mondo estremamente coerente nella sua "spacconeria naif", hanno portato avanti le tematiche già introdotte da The New Order, raccontando una storia di resistenza e di umanità. Diventa quindi meno sorprendente il fatto di trovare, nell'avventura di "Blazko", alcune consonanze con una delle opere più importanti a livello filosofico e ideologico del secolo appena passato: ci stiamo riferendo a "L'uomo in rivolta" di Albert Camus. Siamo certi che se Camus fosse stato un giocatore avrebbe finito per passare ore ore nei bistrot a giocare a Wolfenstein II The New Colossus: e siamo qui apposta a spiegarvi il perché.

Un uomo che dice no. Anche a nazisti armati fino ai denti

"Che cos'è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando". Oltre ad essere la frase inaugurale de L'uomo in rivolta, quello appena trascritto è anche uno degli incipit più forti e conosciuti della storia della filosofia, e ci permette di inquadrare alla perfezione il nostro discorso. Bastano queste poche ma squillanti righe per ritrovare, nelle parole di Camus, l'impronta del già citato Blazkowicz. Un "eroe" che, specialmente nel secondo capitolo della saga pubblicata da Bethesda, si ritrova in una situazione davvero disperata, eppure continua a dire di no, si rivolta e lotta fino all'ultima stilla di vita.

Ed anzi va pure oltre: Blazko dice no alla stanchezza, dice no al suo corpo rotto, dice no alla morte, e infine dice no all'ordine sociale ormai diffuso e stabilizzato. Il corso della Storia, nell'ucronia di Machine Games, è andato avanti per il verso sbagliato: il regime über-nazista non solo ha vinto la Seconda Guerra Mondiale ma si è addirittura impadronito degli Stati Uniti d'America (colpiti da un bombardamento atomico senza possibilità di scampo, che ha raso al suolo New York City rendendola de facto una novella Hiroshima). Malgrado la potenza ormai schiacciante del regime, e potendo affidarsi soltanto ad un piccolo manipolo di fedelissimi (vero e proprio coacervo di diverse identità etniche e confessioni politico-ideologiche), Blazkowicz non solo non si arrende, ma vuole organizzare una rivoluzione. Camus approva compiaciuto, spegnendo nel posacenere l'ennesima Gauloises d'ordinanza.

Una colossale rivolta metafisica

Il filosofo francese, è importante ribadirlo, non si limita a teorizzare l'importanza della rivolta, ma analizza con dovizia di particolari le varie tipologie possibili di rivolta. Ci sono in primis due filoni princpali, molto interessanti anche e soprattutto per le similitudini con le azioni riottose di Wolfenstein II: la rivoluzione storica e la rivoluzione metafisica. Alla rivoluzione storica non interessa il singolo individuo, che viene sacrificato in nome di un bene più ampio e comune. Il fine storico ha come sbocco una "restaurazione" di tipo totalitario: Camus ci dice infatti che quando si inneggia alla giustizia "senza se e senza ma", il rischio è quello di instaurare a propria volta un regime estremista. La rivolta metafisica invece è di tipo più intimo e individuale, ed è volta a svellere, nel profondo, le convenzioni sociali ed ideologiche vigenti. L'uomo insomma rinnega ogni forma di sovraideale, in special modo quello religioso. In questo senso è una rivoluzione laica molto vicina a quella perpetrata da Blazkowicz, che non pare particolarmente interessato a temi religiosi, ma desidera scardinare i cliché di una società, per i suoi gusti e per il proprio background esistenziale, troppo rigida e ingiusta.

Camus introduce tuttavia un terzo tipo di rivolta, ovvero quella nell'arte: una forma di pensiero mediano che tende ad eliminare gli assoluti e gli estremismi e, attraverso una forma di società che si ispira al "vivere mediterraneo", appiana le differenze. Insomma: un "pensiero mediano" che, con qualche piccolo aggiustamento e concessione, è anche quello che vediamo attuarsi a bordo dell'u-boot Martello di Eva, dove una ciurma variegata e multiculturale intraprende in maniera autonoma e consapevole scelte molto particolari, specie alla luce del "Nuovo Ordine" terrestre. All'interno del metallico sottomarino, come si può intuire parlando con i propri compagni, la microscopica società dei ribelli opera scelte di rottura nei campi della musica, delle letteratura e della pittura, e non solo: anche nei rapporti umani, nella scienza, nella psicologia e perfino nella sfera sessuale. Quella operata nel Martello di Eva è una rivolta a 360 gradi, che sfida tutte le convenzioni sociali del Nuovo Ordine.

Il vero essere umano è quello rivoluzionario

C'è un altro motivo per cui i discorsi di Camus e le azioni di Blazkowicz trovano una loro assonanza. Nel libro, Camus cerca di dare una nuova definizione di rivoluzione. Secondo l'accezione classica "una rivoluzione è un breve periodo di tempo con regole e mentalità eccezionali ed eccentriche rispetto alla normalità", mentre Camus ribadisce che "Il gesto del rivoltoso nasce da una difesa della natura umana, nella sua realtà hic et nunc: procede dall'esperienza individuale al valore. Il piano del rivoluzionario è ben più ambizioso: è l'inserzione dell'idea nell'esperienza storica".

I tipi à la Blazkowicz, coloro che hanno il coraggio di portare avanti una rivoluzione, non sono tipi eccezionali: ad esserlo sono invece le condizioni sociali, storiche e ideologiche, che per qualche motivo sono diventate, agli occhi dell'"eroe", inumane. La natura del rivoltoso non è una natura "extra-umana", bensì l'esatto contrario: chi dice no è in verità "umano, troppo umano", e l'atto della rivolta è operato proprio per difendere i valori fondanti di questa umanità. È forse per questo motivo che il protagonista di Wolfenstein II, già a partire dal vecchio capitolo, viene spesso e volentieri mostrato al giocatore in momenti di intimità, in situazioni semplici e private, necessarie per "spiegarne la normalità", per rendere così stringente e inevitabile la scelta della rivoluzione anche agli occhi del giocatore.

Dare fuoco al mondo per spegnere l'incendio

Insomma: nonostante le evidenti differenze nel tono, la realtà affrontata ne L'uomo in rivolta e in Wolfenstein II: The New Colossus è pressoché la medesima. La rivoluzione non è fine a stessa, non rappresenta una squallida lotta per il potere, e men che meno è "un incendio" per mettere a soqquadro il mondo. In queste due opere si appicca l'incendio solo e soltanto per poterlo spegnere, perché si è consci che solamente attraverso un forte scossone e una netta cesura con il passato, si potranno eliminare i germi che hanno reso la vita degli uomini meno umana e tornare all'antico "pensiero mediano": una forma mentis che rifiuta verità assolute, ed un'impostazione societaria in cui ogni uomo ha le stesse possibilità dell'altro (e saranno soltanto le proprie abilità, le scelte e le decisioni a forgiare il personale destino di ciascuno).

Nonostante le sparatorie di Wolfenstein II, insomma, siano sempre divertenti e movimentate, avrete capito che il nuovo corso della saga è sicuramente più fertile di implicazioni etiche e morali rispetto a quello originale. Forse, se le avventure di Blazko sono cambiate così tanto, parte della "colpa" è anche di Albert Camus!