Manhunt: violenza ai massimi livelli nel gioco Rockstar

Arrivato dopo GTA Vice City, Manhunt riempì i salotti dei giocatori con ettolitri di sangue. Ecco la sua storia nella nuova puntata di MyGeneration.

My Generation EP.17: Manhunt
Speciale: Multi
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Quando si tratta di eliminare i propri avversari nel modo più cruento, spietato e abietto concepibile, c'è un titolo che più di ogni altro risuona con le corde più oscure dell'animo dei videogiocatori. Non parliamo di semplici uccisioni, dei tasselli di una routine ludica fatta di punti da accumulare a suon di massacri, ma di esecuzioni sadiche e truculente. Questa è la storia di una produzione che parte dell'opinione pubblica ha visto come un tremendo e dissennato bagno di sangue, ma che a suo modo ha cercato di combattere i pregiudizi verso il medium videoludico. Oggi parliamo di Manhunt, e questo è My Generation, la rubrica che celebra i grandi videogiochi che hanno fatto la storia.

Il gioco maledetto

Lo sviluppo di Manhunt inizia nello scorso millennio, quando Rockstar North decide di utilizzare il RederWare Engine, lo stesso della serie Grand Theft Auto, per dar vita a un'avventura stealth con atmosfere talmente macabre da gettare nello sconforto gli stessi programmatori. Negli anni la divisione di Take Two era stata infatti al centro di numerose controversie legate alla sua saga saga di punta, e i dipendenti, stanchi di subire attacchi ed essere al centro del dibattito politico, per poco non organizzarono un vero e proprio ammutinamento.

In cosa consistesse la protesta interna, venuta a galla ben sei anni dopo l'uscita del gioco, è ancora un mistero, ma è certo che Manhunt era riuscito già durante lo sviluppo a mettere in soggezione i suoi stessi creatori. Un gioco percepito come deviato e profondamente lontano dagli standard dell'industria, con atmosfere malate e un enorme quantitativo di violenza.

Il titolo vide la luce nel novembre del 2003, a pochi mesi di distanza dal soleggiato GTA: Vice City, e raccontava il viaggio infernale di James Earl Cash, un detenuto condannato all'iniezione letale. L'uomo, anziché morire, si ritrova invece in un luogo misterioso, ed è qui che una figura chiamata "Il direttore" gli spiega quali siano le regole a cui deve sottostare: James può ottenere la libertà a patto di uccidere a sangue freddo le svariate gang di cacciatori sulle sue tracce. Vivere o morire, non c'è altra scelta.

Torturatori, skinhead, psicopatici e pervertiti non chiedevano altro che la testa del protagonista: ad esempio, una delle boss fight più iconiche è quella con Piggsy, un serial killer noto per la testa di maiale indossata durante ogni carneficina. Armato di motosega, questo assassino ha ormai perso la lucidità, e comunica principalmente tramite grugniti. Un essere che non si può più definire umano, con un passato come attore negli snuff movie e un'insana passione per il cannibalismo.

Dal plot narrativo ai folli personaggi del mondo di gioco, è facile comprendere perché Manhunt fosse un'idea totalmente differente dalla normali produzioni di Rockstar, sostenuta da un gameplay dissacrante e sanguinario.

Tra le maglie di un'avventura che premiava l'approccio furtivo, il giocatore poteva utilizzare qualsiasi oggetto per eliminare un avversario. Grazie a un mirino di differenti colori, era possibile selezionare il grado di violenza desiderato per l'uccisione, dalle più sbrigative alle più efferate: una busta di plastica poteva semplicemente soffocare un criminale, ma bastava attendere qualche secondo extra per aggiungere percosse feroci e colpi proibiti. Rockstar North aveva inserito tre esecuzioni differenti per ogni singola arma presente nel gioco, dando vita a un'interminabile danza di morte, dal primo all'ultimo minuto della storia.

Al di là di questa meccanica distintiva, Manhunt era anche un ottimo stealth game, grazie a un sound design particolarmente curato e alla possibilità di nascondersi nell'ombra per aggirare le prede, ma fu la sua natura brutale a farlo balzare all'occhio dell'opinione pubblica.

Obiezione

A creare un vero pandemonio fu la connessione tra Manhunt e un triste fatto della cronaca nera inglese: l'omicidio, consumato a Leicestershire, del quattordicenne Stefan Pakeerah ad opera dell'amico diciassettenne Warren Leblanc. Nella stanza di Leblanc fu rinvenuta una copia del titolo e subito i media attaccarono con forza Rockstar, accusandola di condizionare gli adolescenti con la violenza dei suoi videogiochi. La nazione si schierò all'unanimità contro lo studio, e alcuni grossi rivenditori inglesi rimossero perfino il gioco dai negozi.

A nulla era servita la nota del publisher, che si dissociava dal triste evento, anzi questo diede forza ai detrattori storici della compagnia. A cavalcare l'onda dello sdegno, per esempio, ci fu l'avvocato Jack Thompson (che abbiamo conosciuto nel My Generation dedicato a Bully), già noto per aver citato in giudizio Rockstar per la serie GTA. Purtroppo per lui, fu la polizia a chiarire che la copia di Manhunt, in realtà, era stata rinvenuta nella casa della vittima e non del carnefice, facendo cadere qualsiasi ipotesi di emulazione.
La stampa specializzata del periodo accolse Manhunt con pareri discordanti: da un lato si premiavano le ottime meccaniche stealth, talmente ben congegnate da innescare paragoni con mostri sacri del calibro di Metal Gear Solid e Splinter Cell; dall'altro la componente action del gioco era mal bilanciata e poco efficace, e questo elemento portò a giudizi contrastanti.
A tener banco era ovviamente la connotazione fortemente violenta dell'avventura, a cui venne affibbiata la nomea di "gioco proibito". Nonostante le controversie, Manhunt fu un successo commerciale che giustificò lo sviluppo di un sequel, su cui però cadde la ghigliottina della censura.

A quattro anni di distanza dal predecessore, Manhunt 2 è stato al centro di una diatriba ancora più martellante, prima ancora del suo arrivo sul mercato. La commercializzazione del gioco venne dibattuta dagli organi governativi di Regno Unito, Irlanda, Stati Uniti e Italia: il nostro presidente, ad esempio, si disse preoccupato dall'arrivo di un prodotto così violento. Tutto ciò costrinse Rockstar a spostare la data di uscita della produzione per attuare censure di vario tipo, con conseguenze piuttosto significative sulle vendite.

Oggi Manhunt appartiene a un passato che Take Two non pare intenzionata a rivangare, mentre Rockstar si è concentrata su vasti open world stracarichi di ironia e critica sociale, spesso diretta verso quella massa "benpensante" che in passato aveva lottato con le unghie e con i denti affinché il suo titolo più estremo non vedesse mai la luce. Di quelle avventure oscure e truculente resta il ricordo di chi aveva accolto senza pregiudizi l'opera del team britannico, in un mondo forse non ancora pronto per l'efferatezza che un uomo disperato può arrivare a scatenare.