E3 2017

Nerf This: il mio E3, la fiera di Los Angeles secondo il Dr. Peace

Il Dr. Peace ci racconta il suo rapporto con l'Electronic Entertainment Expo di Los Angeles, in attesa dell'E3 2017.

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Tre semplici, stupide, lettere. Che per mezzo pianeta non significano proprio un cavolo di niente. Ma che per me (per noi) suonano come una formula magica, una chiave in grado di aprire immensi e sconfinati cassetti della memoria. Certo, preso per quello che é l'E3 non è altro che un guazzabuglio di annunci, marketing faraonico e un complesso di stanzoni affollati (a maggior ragione da quest'anno) da gente corpulenta e/o abbastanza sudata e puzzolente. In realtà questa fiera è molto di più di quel che sembra, quasi un malefico catalizzatore di ansie, sogni e paure, una linea di demarcazione tra l'anno passato, coi suoi titoli più o meno riusciti, e gli anni a venire, con le loro strade lastricate di gustosissimo hype.
Da ormai cinque-sei anni, da quando ho iniziato a parlare e scrivere (anche) di videogiochi per lavoro, l'E3 ha perso quella dimensione fantastica, cedendo il passo a una visione più analitica e distaccata di tutto quello che succede in quei giorni a Los Angeles. Una cosa però non è cambiata, e cioè quell'attesa spasmodica verso qualcosa, un gioco, un annuncio, una novità, che sia in grado di rinfocolare, ancora e ancora, nonostante il passare degli anni, il mio (il nostro) amore per questa cosa alla quale ci ostiniamo a dedicare troppe (o forse mai abbastanza) ore della nostra esistenza.
Da quando avevo più o meno 15 anni, e ancora oggi che ne ho quasi 30, il rituale magico si compie sempre e comunque, che io mi trovi a casa, in treno, in una redazione o seduto sulla tazza del cesso. Qualunque cosa stia accadendo attorno a me, e nel mondo, all'improvviso scompare. Ci siamo solo io e lo streaming, io e le mie mani studate, io e il tazzone di latte coi biscotti a portata di mano, io e la bombazza che attende di essere droppata. Il mio E3, nessuno me ne voglia, fa rima con Nintendo. Lo so, è una roba da tifoseria, da console war, da fanboy. Ma quei giorni di Los Angeles sono gli unici nei quali capisco davvero chi si intristisce se perde la propria squadra del cuore, ché a me del calcio non me n'è mai fregato niente. Sono i giorni in cui ho capito cosa significa quando perdi un campione che non tornerà più, che per me si chiamava Satoru Iwata e che oggi, per moltissimi altri, si chiama Francesco Totti.

Il mio E3, dicevo, fa rima con Nintendo. E non potrebbe essere altrimenti. Perché a 15 anni, nel 2004, ero su Gametrailers. Con un paio di click avvio lo streaming della conferenza di Nintendo e per la prima volta mi si palesa davanti un omaccione molto abbronzato che esclama: "My name is Reggie, I'm about kicking ass and taking names, and we're about making games".
Ora, qualcuno sano di mente mi dica come si faceva a non innamorarsi, a non cadere vittima di questa stregoneria, finendo a rotolarsi per terra urlando MY BODY IS READYYYYYYY (la frase sarebbe arrivata solo anni dopo, lo so, ma non ho resistito). E non finiva lì. Pochi minuti avremmo tutti visto le immagini epiche, ma che cazzo dico, turbofregne, di Twilight Princess. E soprattutto Shigeru Miyamoto che emerge da una coltre di fumo armato di Hylian Shield e Master Sword, facendomi capire definitivamente che, in barba a ogni previsione, si può rimanere giovani in eterno. Signore dei pixel, che sei negli shader, ti ringrazio per questi momenti. Anche se non torneranno più. Di episodi del genere, divisi tra i vari publisher e produttori, se ne potrebbero raccontare a decine, tutti a loro modo epici e significativi per qualcuno di noi. Personalmente le scaramucce tra Sony e Microsoft mi hanno sempre annoiato, con quei palchi sontuosi affollati da manager troppo seri per essere presi sul serio (STO DICENDO A TE, DON MATTRICK) e persone che si sforzavano troppo di sembrare "veri gamer".

Ma, appunto, questo non è il mio E3. Forse questo è il tuo E3. O quello di qualcun'altro. Non è migliore o peggiore del mio, semplicemente diverso. Il mio guaio, per fare una citazione, è che anche in un mercato videoludico più decente di questo, mi ritroverò sempre con una minoranza di videogiocatori. Di quelli ostinati e malinconici, che quando non arrivava mezzo annuncio avevi la depressione per tre giorni e ti arrabbiavi se qualche gallo di campagna tipo Geoff Keighley sbeffeggiava Reggie Kong durante l'intervista post conferenza.
Il rituale sta per compiersi anche quest'anno. E anche quest'anno proietterò le mie speranze verso le stelle, per poi rimanerci malissimo, ne sono certo. Ma va bene così, perché in ogni caso non sarò da solo. Come forma di scaramanzia, le mie previsioni per questo E3 2017 voglio tenermele strette. Ci annusiamo fra qualche giorno, quando sarà il momento di sputarvi addosso le mie velenosissime pagellone giornaliere, qui su Everyeye. Fino a quel momento, hype in bocca. Peace.