Nerf This: non nel mio nome, PewDiePie

Sembra che il noto YouTuber svedese abbia fatto un gran pasticcio. Per poi alzare il dito medio contro i giornalisti, con molta eleganza.

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Partiamo da un fatto molto semplice: che una cosa la faccia qualcuno con zero o 60 milioni di seguaci, se è stupida, rimane tale. Chiunque l'abbia fatta. E se vi è appena venuto in mente Felix Kjellberg, o per meglio dire il nostro caro PewDiePie di quartiere, allora siamo sulla stessa lunghezza d'onda. Perché nell'ultima settimana potreste aver letto di un pasticciaccio brutto che lo ha visto protagonista, con la Disney, Google e altri sponsor che hanno chiuso il rubinetto dei verdoni a causa di certe battute un tantino antisemite, comparse in alcuni video del nostro.

"Bla bla bla Dr.Peace, ma cosa c'entra la politica? Siamo su un sito de videoggiochi, volemose bbene!". Peccato che da un grande pubblico (o potere, come avrebbe detto qualcuno), derivino grandi responsabilità. E che il signor Kjellberg invece di chiedere scusa e chiudere, per un santissima volta, quella boccucia urlante, abbia deciso di scatenare l'ira dei suoi fan contro, ma guarda un po', i giornalisti. Colpevoli, in particolare quelli del Wall Street Journal, di aver scritto delle sue leggerezze. "I vecchi media odiano le personalità del web perché hanno paura di noi", dice il messia di YouTube a mezzo video, poco prima di mandare le folle in estasi con un bel ditone medio sparato a tutto schermo.

Una reazione tossica e sprezzante, fin troppo simile a quella di gente schizofrenica come Donald Trump, abituata a negare la realtà più evidente pur di mantenere il controllo e puntare il dito contro qualcun altro. Credetemi, a me non frega un cazzo di PewDiePie, dei suoi video, e dei suoi soldi: per convincermi a non iscrivermi al suo canale erano bastati gli stessi video cerebrolettici che continua a propinarci da anni. E dai quali, il dio del web ce ne scampi, sono discese intere generazioni di youtuber (anche) italiani che oggi infestano, ahimé, il nostro immaginario comune.

Fermi lì: no, YouTube non è il male. No, non tutti gli YouTuber sono uguali. Si, ce ne sono alcuni bravissimi (dio mio, devo ancora specificare robe del genere?). Volevo solo dirvi che non è che questo è un sito di videogiochi e allora oh, ma che c'entra la politica. Il fatto è che c'entra sempre. Perché nel mondo reale come in quello digitale, non si vive nel vuoto pneumatico. Perché se PewDiePie, come altre decine di ragazzotti dal nickname improbabile, decide di utilizzare la mia e la vostra ingenuità per manifestare le sue convinzioni politiche, io sono autorizzato a manifestare il mio dissenso. Pur non avendo 60 milioni di seguaci. Pur avendone zero. Perché la storia della comicità (e, credetemi, PewDiePie non è un comico) è piena di gente che ha fatto battute anche peggiori (provate a cercare George Carlin e Louis C.K. su YouTube). Ma sempre inserite in un contesto storico e culturale ben preciso, e con una classe, una cultura e un talento lontani anni luce da un ragazzo che ha fatto i milioni urlando dentro un microfono.

Si vota col portafoglio, dicevamo l'altra volta. E con i biglietti del cinema, coi dischi comprati o scaricati, coi libri letti e persino, anzi, soprattutto, coi click. E se anche in questo caso siamo consegnando il ruolo di ambasciatore di una certa cultura, fatta di videogiochi, internet e digitale, a gente del genere beh, ormai lo sapete. La colpa è pure nostra, che forse non crediamo più in nulla. Peace.

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