Nerf This: Sostiene Khalifa!

Mia Khalifa approda su Twitch e la community dei giocatori dimostra reazioni abbastanza scomposte. Ecco cosa ne pensa il Dr. Peace.

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Mia Khalifa s'è aperta un canale su Twitch. Mia Khalifa c'ha già tipo più di ottantamila iscritti. Mia Khalifa è stata una pornostar. Mia Khalifa non è più una pornostar, ora fa altro. E per fare questo altro, cioè qualsiasi cosa le passi per la testa di fare, sfrutta (giustamente) la fanbase accumulata anche grazie alle luci rosse. Magari fra una settimana avrà già cambiato idea, magari andrà avanti a fare stream per gli anni a venire. Ma non importa. Questi sono i fatti, deal with it. E io ancora non capisco il polverone, le polemiche, gli indignati e, al contempo, gli esaltati.

Vedete, cari ragazzi, credo che episodi come questo dicano molto di più sulla comunità dei videogiocatori che non sulla signorina Khalifa e su chiunque altro, dotato di un minimo di celebrità, decida di avvicinarsi ai videogiochi. Perché da un lato, ahimé, ci ricorda che al di là delle linee guida di Twitch e compagnia, in molti si comportano ancora come adolescenti in età prepuberale, pronti a cliccare acriticamente sulla promessa di qualche centimetro di pelle, sia che si parli di una ex pornostar o di qualche ragazza annoiata che con scollature eccessive si lancia(va) sull'ultimo titolo. Dall'altra parte rilevo il fastidio di chi vede iniziative del genere come un'intrusione non gradita, un oltrepassare confini dedicati unicamente ai "veri gamer": quelli che passano 18 ore incollati alla sedia per regalarvi uno spettacolo che, almeno per chi scrive, risulta ancora tristanzuolo e alle volte inguardabile. Ma questo è un altro discorso.
Facciamo un reality check, così ci capiamo. Twitch, YouTube e qualsiasi altra comunità non sono l'universo mondo. Sono prima di tutto macchine per fare soldi. Il 99% delle persone gioca poche ore a settimana, alterna Call of Duty a Fifa, non ha il tempo di passare le giornate a guardare qualcuno giocare al posto suo e rappresenta il target ideale di tutti i grandi publisher. Voi siete l'1%, una classe privilegiata di gente che ha tempo, voglia e denaro da elargire a chi fa streaming, e va bene così. Vorrei solo ricordarvi che l'epoca dei nerd chiusa in cantina è finita, che i videogiochi fanno fare pacchi di soldi a chi li pubblica e a chi li pubblicizza e che quello che una volta era una medaglia da appuntarsi al petto, a costo di farsi prendere per il culo, oggi è solo una nuova branca del marketing. I videogiochi non sono più solo vostri, nostri. Sono di tutti, e non potevamo augurarci un futuro migliore di questo.

Qualcuno potrà pure continuate pure a indignarsi, a sbraitare contro Jimmy Kimmel, Jimmy Fallon, Conan O'Brien e qualunque altro showman o personaggio famoso colpevole di aver superato il sacro confine del purismo, magari permettendosi di esprimere anche qualche critica a questo o quel titolo. Perpetuando l'idea che gli hardcore estremisti siano i soli a sapere tutto, a conoscere il vero, a discernere il giusto. Il mondo nel frattempo è andato avanti. Perché sono sacrosanti i Dostoevskij, i Kubrick, i Bob Dylan. Ma al pari livello lo sono i Dan Brown, i Michael Bay, i Nickelback, che ci hanno liberato dai lacci e lacciuoli dei sacri custodi delle arti. E allora viva Kojima, ma anche viva Mia Khalifa che gioca al cazzo che le pare (no pun intended): per far soldi, per esibizionismo, per divertirsi. Perché, e non mi stancherò mai di dirlo, se il videogioco è davvero cultura allora non si può andare avanti a targhe alterne, separando, filtrando, catalogando. L'etichetta di "true gamers", insieme alla tauromachia, la lasciamo agli esperti, come diceva qualcuno di un certo livello. Peace.