Nerf This: Switch of Faith

Non è mai stata una questione di potenza grafica, di multipiattaforma e di rapporto qualità/prezzo. La Nintendo Difference è un'altra cosa.

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Ricordo un giorno di dicembre di dieci anni fa. Nel silenzio della mia cameretta collego il cavo scart di una Wii a un catorcio catodico da 17 pollici. Premo il tasto d'avvio, muovo come un ebete il controller nell'aria e qualcosa sullo schermo si muove. Magia, futuro, salto nell'iperspazio. Il me di allora sa già che la grafica di Nintendo zoppica da morire, che sul pianerottolo i miei amici fanno esplodere teste su Xbox Live con Gears of War, mentre qualche civico più in là qualcuno sbava su Resistance: Fall of Man. Eppure, nonostante l'evidente scarto con la concorrenza sotto molti punti, non c'è storia che tenga.
Perché la stessa scena, in fondo, si era già ripetuta nel 1998 quando, andando contro il senso comune che tifava per la pleistescion e i suoi giochi piratabili, mia madre non si fida e sborsa un bel po' di lire per un coso nero caricato a cartuccioni.

E poi nel 2002, con quel cubo viola che, porcamiseria, pure i mini dvd, ma allora ditelo che non vi piace l'ordine costituito. Che non ce la fate proprio a seguire le mode, a stare dalla parte della maggioranza, a scegliere la strada più facile, per voi e per noi.
Anni dopo mi sveglio una mattina e c'è un trailer di Nintendo in diretta streaming. Partito. Dopo dieci secondi non ho ancora visto giochi per il fitness, famiglie giocose e cani abbaianti. Al loro posto una lunga sequela di hipster newyorkesi che, non è uno scherzo, videogiocano sui tetti del Lower East End mentre tracannano qualche drink. Sgrano gli occhi. Dai, dai, dai, dai. Dai che a sto giro ce la facciamo, gliela facciamo vedere noi la Nintendo Difference, che-ce-frega-de-Uncharted-noi-c'avemo-Mario-gòl. E invece no. Cioè sì. Ma anche no, cazzo.
Solo che stavolta non mi piglia l'ansia. Anche se la durata della batteria sarà abbastanza lammerda. Anche se il sistema online diventa a pagamento e già lo sai che comunque c'avrà qualche intoppo. Anche se stiamo parlando di un tablettone che, come gli auricolari bluetooth e i Google Glass, non utilizzerei mai in autobus o in metro. Anche se oh, pure a sto giro non si poteva fare un controller normale, che sennò i designer s'annoiavano. E c'ha solo 32GB di memoria. E costa troppo.

Perché come da copione c'è Zelda, uno Zelda che da solo rischia di valere dieci generazioni di console. E Mario, oh Mario, che lancia il cappello, corre a New York e fa le cose open-world. E non fa niente se poi vedi l'abisso a lungo termine, con qualche giochino del cazzo, multipiatta inutili e titoli ricicciati. Non fa niente se il grande supporto delle terze parti si personifica nell'ennesimo riciclaggio di Skyrim. Non fa niente se lo stacchi dal dock e la qualità grafica peggiora.
Non fa niente perché, cristo santo, scusatemi ma ci ho messo quasi vent'anni a capire in maniera lucida che tutta sta roba non l'ho mai comprata per questioni di qualità/prezzo, di teraflops e "dai gamer per i gamer". Ma solo perché dal 1985 una combriccola di strampalati signori di Kyoto dispensa con precisione chirurgica bastoni e carote, sogni e deliri, idee avanti di dieci anni e allo stesso tempo arretrate. Convincendomi ogni volta di più che l'unica ragione per rimanere attaccati a queste macchine è il loro potere di farci tornare attivamente bambini.

Che non si tratta più di rapporto tra consumatori e produttori, ma di credere che ci sia un certo modo di fare certe cose. Che nella vita è giusto e sacrosanto seguire un'idea, anche quando tutti ti dicono ehi coglione, guarda che con la pleistescion c'hai i giochi quasi gratis. E allora mi tocca, lo so. Anche stavolta comprerò la console, gioirò, soffrirò, andrò su Facebook a sbraitare contro qualcuno che blatera della potenza grafica di Xbox Scorpio e poi me ne tornerò nella mia cameretta. Al posto del catodico da diciassette pollici, un multi-touch da sei virgola due. Lo accendo, dentro c'è Zelda, vado nel cesso, ci rimango tre ore e vaffanculo mondo. Magia, futuro, salto nell'iperspazio.

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