Videogiochi e Dintorni: Il caso PewDiePie

PewDiePie ha utilizzato un termine razzista per insultare un giocatore durante un match: analizziamo i fatti e le reazioni che hanno seguito il gesto.

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Benvenuti su "Videogiochi e Dintorni". In questa rubrica analizzeremo il modo in cui il videogioco viene comunicato nel mondo: come i telegiornali, gli influencer, la stampa generalista e gli addetti ai lavori raccontano e descrivono al pubblico il mezzo videoludico. Dal nuovo caso mediatico del momento fino all'evento meno discusso sul web, cercheremo di dare copertura a tutte le vicende che possono offrire nuovi spunti e chiavi di lettura sul videogioco, o di sottolineare infelici scelte comunicative delle figure più in vista.
Cercando di offrire il miglior quadro possibile per stimolare un dibattito proficuo e intelligente, la struttura degli articoli seguirà un approccio schematico: verrà fornito un elenco cronologico dei fatti, accompagnato quando serve dal contesto necessario a comprenderne il peso. Solo in seguito ci sarà spazio per l'opinione, su cui poi dovrà svilupparsi il dibattito.

Il Caso PewDiePie

Durante lo streaming di una partita di PlayerUnknown's Battleground, il noto YouTuber PewDiePie ha utilizzato un termine razzista per insultare un giocatore online. Il fatto ha generato molte discussioni e diverse reazioni tra gli influencer videoludici. Ecco i fatti.

- In uno streaming, Pewdiepie utilizza la frase "what a fucking nigg**" per descrivere l'atteggiamento e i comportamenti negativi di un altro giocatore, con l'obiettivo di offenderlo.

- Il 10 settembre Sean Vanaman, sviluppatore per Campo Santo ed ex Telltale, annuncia tramite Twitter che lo studio per cui lavora procederà legalmente contro Pewdiepie sfruttando il DMCA (Digital Millennium Copyright Act), con l'obiettivo di rimuovere dal suo canale tutti i video che mostrano i contenuti delle loro creazioni.

- In una serie di ulteriori Tweet pubblicati nello stesso giorno, Sean Vanaman descrive Pewdiepie come un ragazzino che guadagna col lavoro altrui, e lo definisce come qualcuno che è "peggio di un razzista: diffonde terribile spazzatura che danneggia enormemente la cultura dell'industria (videoludica)". Vanaman inoltre afferma di star cercando di convincere altre figure "molto più grandi" di Campo Santo a seguire questa strada, per impedirgli di sfruttare i contenuti che lo hanno reso milionario. Infine, Vanaman afferma che in Campo Santo non odiano il concetto di streaming, poiché hanno inviato più di 3000 codici di Firewatch a streamer amatoriali e professionisti, e che quindi rifiutano il caso specifico di Pewdipie perché la presenza del loro gioco sul suo canale rappresenta una implicita "approvazione del suo lavoro". Nelle ore immediatamente successive a questi tweet, non è giunta alcuna risposta da parte di Pewdipie.

- L'11 settembre è già possibile collezionare una quantità infinita di post di influencer e YouTuber dedicati alla vicenda, che raramente toccano il problema dell'insulto razziale, ma che si concentrano prevalentemente sul rischio di una nuova "adpocalypse", fenomeno verificatosi qualche mese fa a seguito di un nuovo regolamento relativo alla monetizzazione da parte di YouTube.

- Il 12 settembre, PC Gamer fa notare come i voti della pagina Steam di Firewatch si siano drasticamente abbassati dal giorno dei tweet di Sean Vanaman, e le recensioni del gioco da parte degli utenti gli affibbiano voti bassissimi e descrizioni pessime

- Il 12 settembre, Pewdiepie pubblica un video di risposta a questi fatti, dove afferma di essere consapevole del fatto che "non ci sono scuse", e ammette di aver deluso se stesso perché sembra non aver appreso nulla dagli eventi passati, ed è consapevole del fatto che nella sua posizione, dovrebbe essere un esempio positivo per chi guarda a lui come punto di riferimento.

Per comprendere il peso di questi fatti, bisogna però conoscerne il contesto. I punti salienti da tenere a mente sono sostanzialmente tre:

- Pewdiepie si è già pubblicamente esposto più volte con frasi o video ironici o parodistici relativi ad argomenti che possono essere fraintesi o facilmente interpretati come "hate speech", ossia "incitamento all'odio". Questa vicenda si verifica dopo un video di scuse e promesse in cui giurava di non ricorrere più a una certa terminologia.

- Quest'anno, YouTube ha affrontato la cosiddetta "adpocalypse", consistente in una massiccia retromarcia di molti sponsor e finanziatori dalla piattaforma di proprietà di Google, a causa della presenza di offese, ingiurie e violenza in molti video monetizzati da molti influencer.

- Sebbene esista oramai da molto tempo, la legislazione relativa a YouTube (e a molte altre realtà del web) è ancora definibile come una zona grigia, in cui è impossibile definire facilmente e senza dubbio cosa si può e cosa non si può fare. Al contempo, nonostante la giovane età, coloro che vivono della piattaforma Google hanno dimostrato più volte di temere mortalmente i cambiamenti che l'azienda sta, più o meno volutamente, apportando.

Le vicende illustrate hanno scatenato un dibattito infuocato e violento, che ha toccato alcuni degli argomenti più caldi del settore: professionismo e hobby, libera espressione e censura, divario generazionale e altri temi spesso presenti nelle grandi diatribe del web. Tentiamo di capire come e perché sia importante seguire, comprendere e spiegare gli eventi relativi alla vicenda di Pewdiepie.

Innanzitutto, perché reazioni simili? Secondo molti, lo YouTuber svedese ha semplicemente utilizzato una parola offensiva come tante altre, e sarebbe inoltre giustificato perché, nel momento di massima foga e tensione videoludica, in qualche modo tutto viene legittimato dalla nostra perdita di raziocinio.

Come i lupi mannari durante le notti di luna piena, secondo questa visione uno youtuber si trasforma dunque in un "mostro" incolpevole e incosciente, offendendo, deridendo e denigrando chiunque gli passi per la mente, legittimato da questa nebbia che ne offusca capacità cognitive e riflessive.
Mettendo da parte il sincero dubbio sulla trasformazione animalesca dello streamer, ciò che perplime è il non comprendere che il punto focale della vicenda è il peso di ciò che è stato detto, e non il perché: le posizioni di Pewdiepie non devono importarci direttamente, ma ci deve interessare il fatto che una delle figure di maggior rilievo mediatico al mondo nel settore videoludico sia stata più volte collegata a riferimenti, più o meno espliciti, all'hate speech, all'incitamento all'odio.
Anche a causa di erronei e fallaci articoli denigratori, già a febbraio Pewdiepie aveva affrontato una serie di critiche legate a video ironici e comici dove si utilizzavano spesso figure e riferimenti nazisti o antisemiti, per poi giungere alla clamorosa e sconcertante ammissione, a seguito dei recenti fatti di Charlottesville, di non sapere dell'esistenza di gruppi nazisti e di estrema destra attivi in tutto il mondo, specialmente nei paesi in cui è più seguito, Stati Uniti in testa.
Essendo seguito, sulla carta, da 57 milioni di iscritti, non si può più ragionare secondo i termini tradizionali di YouTube: Pewdiepie è una figura mediatica di rilievo e livello internazionale, e ciò che fa richiede attenzione, cura, studio e lavoro, perché come lui stesso riconosce nel più recente video di scuse, ci sono migliaia o milioni di persone che lo vedono come un punto di riferimento. In quest'ottica, l'utilizzo del termine "nigg**" per offendere qualcuno che gioca male crea dei problemi enormi alla cultura del videogioco online.

Inoltre, non si può legittimare il suo approccio perché tipico di chi gioca e vive in Svezia, dove secondo alcuni il peso di quel termine è decisamente meno determinante di quello percepito in America. Anche in questo caso, bisogna ricordarsi che Pewdiepie sfrutta una lingua internazionale, non quella del suo paese, e i riferimenti culturali che utilizza sono sempre fluidi e mai legati al solo paese d'origine: dai meme ai giochi a cui si dedica, tutto il suo network offre una visione globale dell'intrattenimento, videoludico e non.

Per quanto riguarda il peso del termine, non esiste articolo (e forse neanche saggio) che possa sintetizzare in maniera completa il ruolo della terminologia utilizzata nel corso della storia per descrivere le fasce sociali discriminate o minoritarie. Gli esaltanti voli pindarici su quanto dovremmo allontanarci dal peso delle parole sono, sulla carta, splendidi e legittimi: una parola non dovrebbe impattare così tanto sulla nostra vita, e sulla società.
Rimangono però riflessioni idealistiche, prive di un concreto contatto col reale. Infatti, non sono le parole a far male, ma i significati che portano con sé. Ed è lì che figure come Pewdiepie dovrebbero lavorare: operare per ricostruire o distruggere significati negativi, sostituirli con altro.

Ma è questo il secondo punto più importante della vicenda: Pewdiepie non ha utilizzato il termine in maniera giocosa o scherzosa, nonostante tenti di nascondere la cosa qualche secondo dopo. In un momento di rabbia, il termine "peggiore a cui potesse pensare" è stato quello, e unire quest'affermazione a quella sull'ignoranza di gruppi di estrema destra al mondo, lascia sinceramente di stucco. Innanzitutto, lascia di stucco perché, credendo a ciò che lo stesso youtuber ci racconta di se stesso, Pewdiepie non ha aperto un giornale o un link di un sito d'informazione negli ultimi quattro anni. E lascia preoccupati perché è questa la fonte a cui si abbeverano milioni di persone, tra cui ragazzi o teenager, e sono questi i contenuti che descrivono il videogioco nel mondo: ragazzi che si urlano offese tremende, e che si legittimano perché "tutto è concesso quando si gioca".

Il terzo punto più importante è rappresentato dalla collettiva risposta di decine e decine di youtuber e influencer che, quasi stretti in un invisibile sindacato, hanno intelligentemente trasformato la vicenda in una potenziale minaccia alla libertà d'espressione e di parola. L'ignoranza dei più basilari principi legali non ha infatti fermato tantissimi influencer dal sostenere con paura e apprensione l'arrivo, a seguito di questi fatti, di una sorta di nuovo corpus giuridico che blocchi in modo permanente l'intero mondo degli streaming e dell'audiovisivo digitale.
La strategia comunicativa messa in atto, che sia voluta o miracolosamente collettivamente spontanea, è la seguente: prendiamo un caso specifico, di un contesto specifico e con regole specifiche, ed estremizziamone le conseguenze applicandolo a ogni caso possibile, ipotizzando futuri scenari apocalittici, dove una pratica simile significherebbe la morte di ogni genere di espressione individuale. In realtà, non c'è nessun pericolo per Twitch, Youtube o chicchessia: un artista (ovvero il creatore di un gioco) ha utilizzato uno strumento legale creato per proteggere la libertà d'espressione e di parola, non per censurarla.
Si rischia di confondere la libertà di fare ciò che si vuole col lavoro degli altri con il concetto di censura, che è ben diverso: se vogliamo proteggere e difendere la libertà di espressione, dobbiamo riconoscere a un autore la possibilità di distanziarsi in ogni modo possibile da chi ricorre, o per tornaconto economico o per pura casualità, a metodi e scelte comunicative pericolose e rischiose, espresse tramite le sue opere.

In questo caso il creativo che vuole distanziarsi da chi, nell'arco di pochi mesi, ha fatto ironia con scarso tatto su argomenti delicati, grazie a dei trucchetti retorici diventa magicamente il cattivo, mentre chi offende e ironizza su vicende che ammette di non conoscere si autoeleva ad artista, invocando la protezione che spetta a figure di questo calibro.
Ed ecco quindi che nel canale di Pewdiepie troviamo un video di scuse di un minuto e mezzo per le offese razziste, seguito però da uno di 11 dove si spiega, senza alcun dato giuridico rilevante alla base, di come le azioni di Campo Santo siano censorie e denigratorie nei confronti del lavoro del creativo di YouTube.

A questo punto, è impossibile non farsi una domanda: cosa o chi è l'artista, per Pewdipie? Chi "fa cose", tanto per farle e riderci su, anche se non sa di cosa si parla? Come fa a non essere autoriale e artistica la decisione di distanziarsi, in ogni modo possibile, da qualcuno che fa commenti razzisti online, di fronte a milioni di persone? La libertà dell'individuo si estende fino a toccare la libertà altrui, ma questo sembra essere un concetto fumoso, per molti youtuber.

Una volta presa coscienza di questa serie di logiche supposizioni, solitamente i supporter di Pewdiepie ci chiedono di riflettere sull'opportunismo con cui i siti d'informazione (specializzati o generalisti) coprano le vicende. Innanzitutto, è tristemente comico il modo in cui, ancora oggi, si tenti di distanziare l'attenzione dedicata ai personaggi del web da quella delle star sportive o della tv: sono spesso figure, come nel caso dello youtuber svedese, che hanno addirittura più seguito rispetto alle controparti dei media tradizionali, veri e propri fenomeni mediatici che spostano e attirano sponsor, pubblicità, campagne commerciali e, in un parola, denaro.
Esattamente come venne coperto a reti unificate il viaggio intrapreso da Kojima in giro per il mondo, così le vicende di Pewdiepie devono attrarre chi si interessa di videogiochi, perché ci danno un'idea del modo in cui il mondo percepisce il mezzo. Inoltre, sì: moltissimi siti sfruttano, nell'accezione negativa del termine, le gaffe e le vicende che riguardano non solo Pewdiepie, ma tanti youtuber in generale.
Nel caso italiano, articoli relativi al lancio di operazioni cinematografiche legate alla figura di FaviJ sono spesso stati in prima pagina nei maggiori siti d'informazione videoludica, così come le interviste alla giovane star. Il punto è che questo è il lavoro che fa chi fa informazione: informa sulle vicende del mondo (culturale, sociale o politico) a cui si dedica. E, volenti o nolenti, il giovane youtuber svedese dice e racconta del nostro passatempo preferito molto di più di quanto non lo facciano i grandi autori che tutti noi amiamo, ma che purtroppo non hanno l'opportunità di parlare allo stesso numero di persone a cui, giornalmente, parla Pewdiepie. Che dite, dovrebbero smettere anche loro di guardare i telegiornali?