Assassin's Creed Valhalla: un viaggio nella musica vichinga

In attesa dell'ultimo Assassin's Creed, ambientato al tempo delle scorribande per l'Inghilterra, scopriamo le meraviglie della musica vichinga.

Assassin's Creed Valhalla: un viaggio nella musica vichinga
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  • È innegabile: per quanto non così originale o inedita, l'ambientazione scelta da Ubisoft per il nuovo Assassin's Creed: Valhalla ha riacceso l'interesse nei confronti dei vichinghi. Figure entrate nella leggenda non tanto per le loro imprese tutt'altro che onorevoli, quanto per l'oggettiva difficoltà nel delinearne i tratti, nel ricostruire gli eventi salienti che hanno scandito una storia costellata di guerre tribali, viaggi e invasioni.

    Ve li stiamo raccontando su queste pagine con approfondimenti dedicati (come lo speciale sulla storia dei Vichinghi, a cura di Cristina Bona, o lo speciale sull'Inghilterra di Valhalla, scritto da Alessandro Magrassi), ma la scarsità delle fonti ha contribuito ad alimentare tutta una serie di miti e leggende su queste figure così temibili e ricche di contraddizioni, complice un rapporto tutt'altro che idilliaco con la scrittura.

    Non solo guerra

    Di tutto e di più è stato scritto e detto sugli antichi abitanti della Scandinavia: a volte dipinti come brutali razziatori o onorevoli guerrieri, votati alla spiritualità ma al contempo furie iconoclaste, consegnati alla storia - a seconda dei casi - come combattenti irrazionali o abili strateghi. Quello che sappiamo per certo è che, tra un'invasione e un'assemblea, tra un'ascia forgiata e una battuta di caccia, i vichinghi tendevano a dilettarsi con la poesia, come dimostrano i versi tramandati a voce e trascritti a posteriori, raramente in maniera ufficiale, e spesso di straforo sui bordi delle pagine di documenti tutt'altro che poetici.

    Molto più difficile invece dimostrare l'effettiva esecuzione di tali poesie sotto forma di veri e propri canti, e quindi parlare di "musica vichinga": le fonti dirette e indirette sull'effettiva acquisizione del concetto di "musica" da parte di questi popoli sono molteplici, tra diari di viaggiatori e mercanti, memori di terribili e inquietanti cori gutturali. Ibrahim ibn Ya'qub, inviato del Califfato di Cordova in Europa in visita in Danimarca nel X secolo, scrisse "Non avevo mai ascoltato canzoni più orribili di quelle dei Vichinghi che ho ascoltato a Slesvig. Il ringhio proveniente dalle loro gole mi ricorda quello dei cani, solo meno addomesticati".

    Difficile anche sapere cosa suonavano gli skáld, i poeti che viaggiavano da una corte all'altra tessendo le lodi dello jarl di turno, mentre qualche informazione sul "come" ci è giunta grazie al ritrovamento dei resti di strumenti musicali all'interno di tumuli o drakkar, le iconiche navi dei popoli del nord. I poemi e le canzoni accompagnavano banchetti, cerimonie di vario genere (funebri o di vittoria), così come attività quotidiane, ma venivano trasmessi oralmente, non esistendo ancora alcuna forma di trascrizione musicale. Ragione per cui è praticamente impossibile riprodurre con esattezza le medesime melodie fischiettate dal fabbro del villaggio, o usate per allietare i signori.

    I vichinghi e la musica

    Lo storico danese Sassone il Grammatico, nel suo "Gesta Danorum", ci parla degli effetti che la musica aveva sui vichinghi, descrivendo le forti fluttuazioni emozionali provocate da un suonatore di lira invitato presso la corte di re Eric il Semprebuono: un repentino cambio di atmosfere, dalla tristezza alla gioia, che aumentò l'intensità del brano fino a instillare vera e propria furia omicida nel sovrano, il quale, armato di spada, massacrò quattro dei suoi uomini in una sorta di trance mistica incontrollabile.

    Il commento di Alcuino di York (consigliere di Carlo Magno), contenuto all'interno della sua lettera a Speratus, il vescovo di Lindisfarne (la cui razzia, avvenuta l'8 giugno del 793, viene fatta coincidere con l'inizio dell'Era Vichinga), ci offre invece qualche indizio a posteriori su uno dei possibili motivi che hanno portato alla penuria di reperti di questa particolare forma di espressione artistica, reputata pericolosa dalla Chiesa di Roma: "Dovrebbero ascoltare il lettore, non la lira; i sermoni dei padri fondatori della Chiesa, non le canzoni nei loro dialetti. Cos'ha a che fare Ingeld (un guerriero presente sia nelle leggende norrene che anglosassoni) con Cristo? La nostra casa non può contenerli entrambi. Il re del Paradiso non vuol nulla a che vedere con i dannati pagani che si fregiano del titolo di re".

    La più antica canzone di cui abbiamo traccia è una ballata trascritta sull'ultima pagina del Codex Runicus, risalente al XIV secolo e contenente leggi e informazioni sui re danesi, di cui abbiamo sia note che testo (stranamente scritto in alfabeto runico, in un periodo l'influsso latino era stato quasi del tutto assimilato). Questa è conosciuta con il nome "Drømde mik en drøm i nat" (traducibile con "Ho sognato un sogno la scorsa notte"), ovvero il primo verso: in assenza di un titolo ufficiale, come accaduto nel caso di poemi di origine germanica, gli studiosi tendono a catalogare questi scritti utilizzando l'incipit.

    Il brano suona più o meno così:

    Come detto, però, qualche informazione in più ci è giunta invece sugli strumenti: dalla lira al flauto di Pan risalente al X secolo ritrovato a York, dalla Falster-pibe (simile a una ciaramella, forse persino parte di una sorta di cornamusa) al lur, i reperti ci permettono di immaginare il suono che riecheggiava tra le sale dei capi, sui campi di battaglia o durante un rituale funebre.

    Ed è qui che ha inizio il nostro pellegrinaggio tra le sonorità vichinghe: un viaggio musicale verso il Valhalla con cui tenere a bada il vostro spirito guerriero assetato di razzie digitali, vissuto attraverso 10 album di vari generi (folk, neo-fokl, ma anche viking metal). Una selezione tra centinaia, se non migliaia di opere moderne che non può e non vuole essere definitiva, né dettare una cronistoria, complice l'oggettiva difficoltà di stabilire quanto fedele possa essere una ricostruzione in ottica moderna di canoni artistici di cui sappiamo ben poco.

    Lo scopo, semmai, è di sfruttarne la potenza evocativa e divulgativa di questi 10 lavori per conoscere meglio i vichinghi attraverso gli occhi di artisti scandinavi (salvo una meritatissima eccezione) dei giorni nostri, e per sentirsi più vicini a loro semplicemente chiudendo gli occhi. E perché no, di offrire un punto di partenza a chi non si è mai addentrato in queste selve sonore.

    Bathory - Hammerheart

    Parlando di metal e sonorità vichinghe, è impossibile non citare la band di Thomas Börje Forsberg (meglio noto come "Quorthon"): l'influenza seminale che questo gruppo ha avuto sul genere è di fatto incalcolabile.

    Attivo dal 1983 fino al 2004, l'anno della morte del suo "frontman", il progetto Bathory ha cambiato pelle e tematiche più volte nel corso degli anni, passando dalle sonorità estreme e pionieristiche degli esordi, che gettarono le basi per quello che nel decennio successivo verrà ufficialmente chiamato "black metal", a una proposta più vicina al thrash della Bay Area (con i due album di metà anni '90 Requiem e Octagon).

    È però il periodo intermedio quello che più ci interessa per le finalità di questo articolo: dopo aver iniziato a contaminare concettualmente la sua proposta con i miti del Nord Europa (Quorthon era svedese), in quello che viene considerato l'apice della vasta discografia dei Bathory, ovvero Blood Fire Death, è con Hammerheart che si inizia a parlare di vero e proprio "viking metal", e non solo per via dei testi, che ora narrano di razzie, di scene di vita vissuta attraverso gli occhi degli antichi, della cristianizzazione della Scandinavia (come la splendida One Rode to Asa Bay, protagonista di un grezzo ma memorabile videoclip).

    In questa fase la proposta musicale diviene più evocativa ed epica, più vicina ai Manowar di Hail to England che ai Venom, meno furiosa rispetto agli albori, persino caratterizzata da sezioni acustiche e marziali, e da innesti di stampo tradizionale o persino ambientale, per meglio instillare nell'ascoltatore le immagini di assedi e di drakkar pronti a sbarcare. Un vero e proprio manifesto del moderno sodalizio tra il metal, il genere "ribelle" per antonomasia, e la riscoperta delle radici pagane dei paesi scandinavi in opposizione al Cristianesimo.

    Myrkur - Folkesange

    Myrkur, al secolo Amalie Bruun, è una musicista danese. Nato come progetto black metal, l'omonima realtà si è evoluta in un vero e proprio tributo al retaggio della Bruun, una lettera d'amore alla cultura scandinava che accoglie al suo interno reinterpretazioni di brani tradizionali in chiave moderna, caratterizzate da uno stile particolarmente evocativo.

    L'unione tra l'incantevole voce della cantante, l'utilizzo di strumenti modellati su quelli antichi (come la nyckelharpa, la già citata lira e la mandola) e di tecniche come il "kulning" (forma di canto usata dai contadini per radunare il bestiame) dà vita a un lavoro intimo e acustico, scevro delle sonorità elettriche dei precedenti lavori, e in grado di trascinare l'ascoltatore in un'altra dimensione, ma senza accompagnarlo in battaglia: gli scenari dipinti da Folkesange sono bucolici e tranquilli, anche quando direttamente connessi alla mitologia norrena (come le "foglie di Yggdrasil" di "Leaves of Yggdrasil").

    Týr - Eric the Red

    Qualora l'origine (le Fær Øer) o il nome della band (il dio della guerra della mitologia norrena) non fosse un indizio sufficiente, ci pensa il protagonista di questo concept album a fugare ogni possibile dubbio sulla necessità di includere "Týr - Eric the Red" all'interno del nostro compendio. La figura di Erik Thorvaldsson, navigatore norvegese dal passato turbolento (venne bandito prima dalla Norvegia, e in seguito dall'Islanda, in entrambi casi per aver commesso omicidi), divenne talmente mitica da guadagnarsi una saga tutta sua.

    Fu il primo europeo a fondare un accampamento in Groenlandia, e uno dei suoi quattro figli, Leif Erikson, è considerato il primo esploratore ad aver messo piede sul suolo americano, almeno 5 secoli prima di Cristoforo Colombo. Il merito della band faroese risiede non solo nell'aver dedicato un intero album a questa figura così affascinante, ma anche nell'aver dato vita a un particolare e convincente mix di metal, musica folkloristica e progressive, accantonando la brutalità tipica di band puramente viking metal in favore di una maggior raffinatezza tanto nella composizione, quanto nello stile vocale del cantante Gunnar Thomsen.

    Ivar Bjørnson & Einar Selvik - Hugsjá

    Frutto di una collaborazione "all star" (restando nei confini della musica folkloristica scandinava, s'intende), il progetto Hugsjá nasce dall'unione tra due figure chiave della scena: Ivar Bjørnson, leader e chitarrista degli Enslaved (band chiave per la nascita e sviluppo del sottogenere viking metal) ed Einar Selvik, leader dei Wardruna. Commissionato e suonato (in origine) esclusivamente per il pubblico del Bergen International Festival del 2017, l'album viene successivamente registrato e condiviso con il mondo intero.

    Seguendo la scia del festival stesso, che ha come obiettivo la promozione culturale e artistica della Norvegia, Hugsjá è uno splendido e suggestivo viaggio in drakkar tra le nebbie del Nord Europa, più affine alle atmosfere evocate dai Wardruna di Selvik che alle violente bordate degli Enslaved di Bjørnson (di cui ripudia l'elettrica modernità, risultando al contempo imprescindibile dal tocco del geniale chitarrista).

    Wardruna - Runaljod-Ragnarok

    Sarebbe un'ingiustizia nei confronti dell'incredibile qualità della loro discografia ritenere i Wardruna un simbolo della scena folk scandinava unicamente per l'utilizzo, da parte della serie TV Vikings, delle loro canzoni come parte integrante della colonna sonora. È chiaro però che il prodotto d'intrattenimento targato History ha proiettato la creatura di Kvitrafn, al secolo Einar Selvik, ai vertici delle classifiche di popolarità.

    Già noto nella scena black metal norvegese (ha militato in numerose band in veste di batterista, inclusi i Gorgoroth, con cui ha inciso l'album Twilight of the Idols), Selvik è riuscito a creare un sound distintivo, caratterizzato dalla sua voce e da quella di Lindy Fay Hella, elementi ormai imprescindibili degli album dei Wardruna, e in grado di dipingere gli scenari più disparati, complice anche il taglio cinematografico che, album dopo album e stagione dopo stagione, è andato a influenzarne le composizioni. Abbiamo scelto il terzo atto della trilogia Runaljod, Ragnarok, in quanto opera più completa e coinvolgente della loro produzione, ma ogni singolo tassello dell'affresco dipinto dai norvegesi merita tutte le attenzioni possibili, tanto su disco quanto - soprattutto - dal vivo, per merito di esibizioni potenti ed evocative.

    Enslaved - Eld

    Eld degli Enslaved è il disco viking metal per antonomasia, senza se e senza ma, giunto al culmine di un percorso iniziato con la furia berzerkir del demo "Yggdrasil" e proseguita con il primo album "Vikingligr Veldi" e con il follow-up, "Frost", completamente imbevuti di mitologia norrena e black metal gelido e ferale. Con il terzo lavoro, i norvegesi spostano invece il focus sulle radici storiche del loro paese, senza però disdegnare la componente poetica e mitologica: "Eld" è il fuoco con cui Surtr, uon dei Figli di Múspell, incendia il mondo al sopraggiungere del Ragnarok per innescarne la rinascita.

    Ma in copertina non troviamo giganti o lupi leggendari, bensì l'intenso sguardo di Grutle Kjellson, cantante e fondatore della band, seduto su un trono intarsiato, che impugna un corno e una spada con indosso un'armatura e un Mjöllnir decorativo. L'epica traccia introduttiva, 793 (Slaget om Lindisfarne - ovvero "La battaglia di Lindisfarne") è un vero e proprio manifesto lirico e musicale: la brutalità degli esordi viene accantonata in favore di ritmi più marziali, di chitarre e tastiere più evocative, con Grutle che alterna screaming sofferto e vocalizzi che richiamano alla mente gli inni antichi. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata: gli Enslaved hanno stravolto la loro proposta musicale, senza però mai tradire le radici pagane, intraprendendo un percorso artistico più intimista e spirituale, ma ugualmente coinvolgente.

    Heilung - Futha

    Già noti ai videogiocatori grazie al potentissimo trailer di annuncio di Senua's Saga: Hellblade II (con la loro canzone "In Maidjan" protagonista), gli Heilung sono un trio internazionale ma di origine rigorosamente germanica (un danese, un norvegese e una tedesca), la cui visione artistica è pesantemente radicata nello spiritualismo norreno.

    Questi musicisti hanno messo da parte la forma classica della canzone in favore di una struttura dei brani più vicina a un vero e proprio rituale, intento ribadito con forza nelle evocative esibizioni dal vivo che li hanno resi celebri non solo tra gli appassionati del genere folk, ma anche tra fasce di pubblico abituate a sonorità ben più dure ed elettriche (con numerose apparizioni in svariati festival metal europei e oltreoceano). Ritmi ipnotici, soavi voci femminili alternate a versi gutturali, gorgoglii sussurrati... gli Heilung sono dei veri maestri dell'atmosfera.

    Nytt Land

    Un altro trio dedito a musica folkloristica che evoca atmosfere nordeuropee, ma la particolarità risiede nella provenienza geografica dei componenti: Kalachinsk, in Siberia. La dedizione alla materia originale è comunque lodevole, come dimostra l'utilizzo di strumenti e tecniche di canto tipici (su tutti, la tagelharpa), oltre che della lingua norrena. I titoli delle canzoni dell'album "Oðal" non lasciano dubbi: anche le tematiche pescano a piene mani dall'Edda e dalla mitologia tanto cara ai vichinghi.

    Forndom - Dauðra Dura

    La proposta di Forndom, progetto del musicista svedese L. Swärd, colpisce nel segno non tanto per la complessità o la fedeltà della ricostruzione storico/artistica, similmente a quanto fatto da Wardruna o Heilung, quanto più all'opposto, per l'asciuttezza delle composizioni, ripetitive e ossessive, al limite del minimalismo, ma straordinariamente cariche di atmofera.


    Un sottofondo meditativo con cui partire alla ricerca della connessione perduta con gli spiriti della natura, più che un accompagnamento sono ad assalti e risse, che già in Dauðra Dura, opera seconda dello svedese, denota un'incredibile maturità. Il recensissimo "Faþir" segna poi la definitiva consacrazione tra i maestri del genere.

    Mithotyn - In the Sign of the Ravens

    Il debut album dei Mithotyn, combo svedese con tanto di Mjöllnir impresso nel logo, non ha mai goduto della stessa fama dei già citati Eld degli Enslaved o di Hammerheart dei Bathory, non riuscendo mai realmente a uscire dal circuito viking metal (già di per sé una nicchia nella nicchia). Un vero peccato, visto il talento dei 4 nel mescolare melodie e atmosfere perdute con la potenza del black metal, creando un connubio tanto coinvolgente quanto possente, senza per questo risultare dozzinale o kitsch.

    Un magico mix andato perduto già nei due album successivi, via via più moderni e contaminati, sfociati nello scioglimento e nella rinascita, con una line-up parzialmente rivista (restano i soli batterista e cantante/chitarrista) e sotto una nuova bandiera, quella dei Falconer, all'insegna di una proposta sempre legata a certi tipi di atmosfere, ma con un piglio più commerciale e lontano dalla furia del selvaggio debutto. Quest'ultimo, però, merita una chance, quantomeno tra i cultori del metal melodico, allergici però ai compromessi di natura commerciale.

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