Bayonetta 3: il ruolo di Viola e l'eredità della serie

Chi è Viola? E perché è un personaggio così importante sia per Bayonetta 3 che per i prossimi capitoli della serie? Scopriamolo insieme.

Bayonetta 3: il ruolo di Viola e l'eredità della serie
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  • La prima scintilla di intuizione arriva nel momento in cui, durante un turbinoso prologo, una voce femminile dà libero sfogo ai suoi pensieri più profondi: "Ho sempre saputo che un giorno sarebbe apparsa una versione di mio padre da un altro mondo, e mi avrebbe offerto una caramella alla fragola, come faceva sempre". La scelta del gesto, e del dono in questione, esula dalla casualità. Ed è proprio qui, nei primi singulti della storia di Bayonetta 3, che possiamo intuire chi è Viola. PlatinumGames non imbocca la via del mistero: gli indizi su quale sia la vera identità della co-protagonista sono sin dal principio talmente espliciti da non poter passare inosservati.

    Attenzione: il testo qui di seguito potrebbe contenere spoiler.
    Non è la prevedibilissima rivelazione finale a dar vigore a una narrazione intrisa di fanservice e istrionismo, bensì il sotto testo - nemmeno troppo velato - che accompagna il ruolo della nuova Strega che affianca Cereza: Viola è la Verità di Bayonetta. Il significato di questa affermazione è il motore che muove il terzo atto della saga. E anche il suo futuro.

    Viola e il suo demone

    Nel primo capitolo, quando Luka incontra la piccola Cereza le porge una caramella alla fragola (un lecca-lecca, nello specifico) per allietarla e porre fine al suo pianto. Alla bambina torna il sorriso, mentre tiene stretto tra le mani il suo peluche a forma di gatto, un "kitty" (cucciolo) che lei chiama "Cheshire".

    È lo stesso nomignolo con cui la Bayonetta adulta era solita appellare il gigionesco compagno di disavventure. Il demone di Viola non solo ha le sembianze del giocattolo di Cereza, ma porta anche il medesimo soprannome affibbiato scherzosamente a Luka. Già da qui risulta fin troppo palese che la co-protagonista sia in qualche modo legata a Bayonetta e al suo compare, anche se solo alla fine - in un notevole crescendo di intensità - la ragazza si rivolge ai due chiamandoli "mamma" e "papà".

    Per il giocatore questa rivelazione è più una conferma che una sorpresa, ma va benissimo così, perché l'importanza simbolica di Viola va oltre la sua parentela, e la porta a divenire l'unico, solo e immutabile elemento che può impedire la fine dei mondi. Ho già parlato della funzione ludica della co-protagonista nella recensione di Bayonetta 3, e in quest'occasione vale la pena ribadire brevemente quanto il suo sistema di combattimento si amalgami a meraviglia con la danza di Cereza.

    Mentre Bayonetta è voluttuosa ed elegante, Viola è sì agile ma più aggressiva, selvaggia e rock, smargiassa un po' come suo padre: questa duplice rappresentazione della femminilità si riflette anche nel modo di lottare, e si trasmette con naturalezza al giocatore, con una sensazione al contempo di familiarità e dissonanza. Il "DNA" - è proprio il caso di dirlo - è lo stesso, ma s'avvertono comunque segni di differenziazione. Come tra madre e figlia, appunto.

    La verità di Bayonetta

    L'assunto narrativo a base di multiversi è un furbo escamotage per giocare a briglie sciolte con il fanservice e la cultura pop. Nella sua vertiginosa follia, a detta di chi vi scrive, questa scelta funziona a meraviglia. È un ottovolante di energia, ammiccamenti e citazionismo, nulla che scavi chissà quanto a fondo nella profondità del racconto.

    Quantomeno in apparenza. Eppure, in un tour de force in cui si alternano diverse versioni di Bayonetta e di Luka, perché esiste un'unica Viola? La risposta è la stessa dell'introduzione. Viola è la Verità di Bayonetta, la sola che rappresenta la costante tra gli innumerevoli piani della realtà che il cattivone di turno vuole annichilire. Singularity è una sorta di Demone di Laplace multidimensionale. "Possiamo considerare lo stato attuale dell'universo come l'effetto del suo passato e la causa del suo futuro" - sosteneva il matematico e fisico francese - "Un intelletto che a un determinato istante dovesse conoscere tutte le forze che mettono in moto la natura, e tutte le posizioni di tutti gli oggetti di cui la natura è composta, se questo intelletto fosse inoltre sufficientemente ampio da sottoporre questi dati ad analisi, esso racchiuderebbe in un'unica formula i movimenti dei corpi più grandi dell'universo e quelli degli atomi più piccoli; per un tale intelletto nulla sarebbe incerto ed il futuro proprio come il passato sarebbe evidente davanti ai suoi occhi" (Essai philosophique sur les probabilités). Per semplificare, possiamo sostenere che questo "intelletto" - che i successivi commentatori di Laplace hanno definito una sorta di "demone" - ha la capacità di conoscere il destino di tutto perché riesce a comprendere e vedere tutte le interazioni tra le particelle dell'Universo, secondo un principio deterministico.

    Questa "predizione fenomenica" è per sommi capi la stessa di cui si vanta Singularity, capace a suo dire di sapere in anticipo come si svolgeranno gli eventi. Il nemico, del resto, afferma: "Il corso di questi eventi è un'immutabile verità, e solo io posso cambiarla". Eppure, Bayonetta si oppone fermamente a questo principio apparentemente ineluttabile. Mentre tutte le altre sue emanazioni di differenti realtà cadono sotto i colpi dell'avversario, lei resiste di volta in volta, facendosi portavoce di un'altra prospettiva.

    "Io preferisco la mia, di verità" controbatte la Strega. Il concetto torna a più riprese, sia all'inizio del gioco (Viola si interroga così: "E se il cammino che si delinea al sovrapporsi di tutte le possibilità fosse la verità ultima?"), sia nelle battute conclusive, quando Bayonetta reitera che la sua verità è la sola costante che fronteggia il determinismo di Singularity. Il capitolo finale del terzo episodio si intitola proprio "La Verità", e quella che sembrava sulle prime una semplice manifestazione dell'ego di Cereza, pronta a piegare il destino secondo le sue volontà, si tramuta in qualcosa di molto più intenso, più intimo, meno egocentrico.

    La Verità, come si scoprirà sul finale, è il modo in cui Luka e Bayonetta identificano Viola, la loro eredità, ciò che di loro perdurerà nel tempo dopo l'inevitabile scomparsa. Tutto diventa limpido nello scontro definitivo. Mentre la figlia è intrappolata dal giogo di Singularity, Luka si rivolge a Bayonetta dicendo "sarà lei a tenere in vita la nostra verità", ed è sempre lui che, durante il caos della battaglia decisiva, vuole impegnarsi per assicurare, cito testualmente, "un futuro alla nostra verità".

    Quello portato avanti da Platinum Games è un tenero inganno alla luce del sole. Ci viene suggerita sin dall'inizio, d'altronde, quale sia "la verità". Se pensavamo legittimamente che la Bayonetta del terzo episodio fosse la prescelta, l'Arci-Eva pronta ad annientare la predizione fenomenica di Singularity, ci sbagliavamo: Cereza riesce a trionfare solo in virtù della presenza di Viola, l'unica che resta la stessa in ogni realtà (quindi la sola che effettivamente è destinata a sopravvivere), nonché ciò che di Bayonetta rimane dopo la sua morte. Una fine dolceamara che, ineluttabilmente, avviene tra le braccia di Luka, anche lui prossimo a esalare l'ultimo respiro. La verità intesa come progenie, come eredità filiale, è una deliziosa nota di delicatezza in un ordito narrativo che fa dell'esagerazione un po' goliardica il suo leitmotiv. E proprio per questo, simile tocco di poesia quasi inaspettato si fa ancora più potente e rimarchevole.

    Mi piace pensare che la sceneggiatura possegga delle sottigliezze che, col senno del poi, si fanno più manifeste, come quando Bayonetta ribatte per l'ennesima volta ai vaneggiamenti di Singularity con questa frase: "The truth is what I make it" (in italiano tradotta con "esiste solo una verità, la mia" - un adattamento che fa perdere un po' del possibile significato nascosto).

    D'altronde, in inglese il verbo "to make" implica un'azione, che può alludere anche alla "creazione", alla "generazione" di figli. Forse cerco il dettaglio dove non c'è - lasciatemi fantasticare un po'! - ma sono propenso a credere che la storia di Bayonetta 3 sia stata scritta con un'oculatezza maggiore di quella che può sembrare inizialmente.

    Il nome di famiglia

    Il nome è lo stendardo che identifica un individuo. A quanto pare, per Bayonetta questo è un privilegio che va guadagnato. Lungo tutta l'avventura si rivolge a Viola chiamandola "Kitty", allo stesso modo di come faceva con Luka nei capitoli precedenti e di come la piccola Cereza appellava il pupazzo Cheshire. La sconfitta di Singularity e il duello tra Viola e la concretizzazione dell'oscurità residua lasciata dall'Arci-Eva (quindi la manifestazione in negativo della madre) spingono lo spirito di Bayonetta a dar alla figlia un nuovo nome, come premio per essere "cresciuta così tanto".

    Il confronto finale con la versione oscura della figura materna diviene rappresentazione simbolica ora dell'emancipazione ("Vai, non hai scelta, se vuoi dimostrare chi sei" sostiene l'Arci Eva oscura), ora della definizione di Viola come personaggio che può smettere di vivere all'"ombra" di Cereza. Alla morte della madre, la ragazza ne eredita l'arduo fardello, nonché il nome di famiglia. È per questo che Rodin, nella sequenza dopo i titoli di coda, la chiama "Bayonetta", passandole il testimone di protagonista per quello che sarà il futuro della serie.

    Possiamo quindi dire addio alla Strega di Umbra? Chissà! Non è probabilissimo pensare che si abbandoni del tutto un personaggio così iconico, ma non è questo il momento per parlarne. A prescindere da ciò che ci riserverà l'avvenire, la didascalia conclusiva non lascia margine di dubbio, asserendo che la storia "proseguirà in una nuova generazione".

    È evidente qui il richiamo alla generazione intesa come prosieguo della dinastia e come nuovo hardware di console. Ma prima della chiosa definitiva, prima che le innumerevoli Bayonetta tornino a danzare come hanno sempre fatto, ci viene mostrato il volto di Viola, simile eppure un po' diversa, che porta su di sé il retaggio dei suoi genitori: gli occhiali della madre e la sciarpa del padre.

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