Da Death Stranding a NieR: i giochi con la storia più complessa

Dopo aver analizzato i trailer di Death Stranding, scopriamo quali sono, secondo la nostra opinione, i giochi con la storia più criptica e complessa.

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  • Avete trascorso ore ed ore ad analizzare con la lente di ingrandimento ogni singolo pixel dei trailer di Death Stranding? In questi giorni di vacanza pre e post natalizia vi siete interrogati costantemente sui simbolismi reconditi che si celano nel nuovo immaginario ideato da Hideo Kojima? Possiamo capirvi: abbiamo fatto lo stesso.
    Del resto, non è affatto raro che molte opere videoludiche facciano leva sul fascino del mistero, sulla forza destabilizzante di trame contorte e cerebrali, che si insinuano nel cervello di noi poveri videogiocatori, del tutto ignari delle sorprese che ci attendono con lo sviluppo della storia. C'è un appeal incredibile che si annida tra le maglie di una sceneggiatura densa di plot twist inaspettati: è la forza di attrazione dell'ignoto, della stimolazione intellettuale, della sfida personale contro ciò che non capiamo, con l'obiettivo di superare la barriera dell'incomprensibile.
    Poiché di Death Stranding abbiamo già abbondantemente discusso, sviscerando i più infinitesimali microsecondi del video di presentazione e dando libero sfogo alle nostre ipotesi più fantasiose, con questo articolo abbiamo preferito stilare un breve elenco di altri giochi che, in un modo o nell'altro, hanno saputo farci "esplodere il cervello", ora per una storyline profondamente criptica, ora per colpi di scena inattesi, ora per soluzioni artistiche molto ispirate. Non mancate, ovviamente, di farci conoscere - nello spazio dei commenti - quali sono i titoli che, una volta conclusi, vi hanno costretto a trascorrere numerose notti insonni nel tentativo di dare un senso a tutto ciò che avevate appena vissuto: un significato ultimo che, forse, non voleva (o doveva) essere scoperto.

    Bioshock Infinite

    Nella mitologia di Bioshock "c'è sempre un faro". Un punto luce. Una realtà. E nell'ultimo capitolo della trilogia di Ken Levine i "fari" sono molti più di uno, fino a raggiungere un numero potenzialmente "infinito". Bioshock Infinite è uno dei massimi esponenti della narrativa videoludica: gran parte della sua forza attrattiva dipende principalmente dalle sue macchinazioni spazio-temporali, che si nutrono di tantissima letteratura filosofica, scientifica e futuristica.

    Partendo dalla concezione del tempo plurimo borgesiano e giungendo al principio di autoconsistenza di Novikov, Ken Levine non si cura minimamente di prendere per mano il giocatore, e lo scaraventa volontariamente nell'occhio del ciclone, in una spirale vorticosa di eventi di grande impatto emotivo e concettuale.
    Giocando con le dimensioni, con il passato, con il futuro e con la moltiplicazione dell'esistenza, Infinite imbastisce una storyline densissima di avvenimenti, cambi di prospettiva e capovolgimenti di aspettative. C'è il rischio di perdersi, in questo dedalo di linee temporali e multiversi: per ritrovare la rotta ci vorrebbe, insomma, la luce di un faro. Ma quando i fasci luminosi iniziano a moltiplicarsi e ad intrecciarsi all'infinito, allora è probabile che rimarremo per sempre naufraghi nel mare delle possibilità.

    Nier

    È davvero difficile "comprendere" Nier, accettarlo ed inquadrarlo alla perfezione. Dal punto di vista ludico è un titolo palesemente imperfetto, ambizioso ma claudicante, in cui si nasconde quel bocciolo che poi sboccerà in tutta la sua bellezza con Automata.
    Ma sul versante strettamente narrativo, la follia di Yoko Taro viene irraggiata da sprazzi di puro genio, adombrati, purtroppo, dalla tendenza dell'autore a rendere il racconto volutamente stratificato ed oscuro. Occorreranno tanti diversi playthrough prima di assemblare al meglio i pezzi della storyline, ed anche dopo che il quadro complessivo sarà finalmente svelato, alcune sue parti rimarranno comunque avvolte nell'indeterminatezza.

    La vicenda di Nier, Kainé ed Emil è intrisa di una tragicità straziante ed indelebile, che impone al giocatore di riviverla più volte per scoprire l'origine di tanto dolore. Il background della narrazione ha piantato le sue radici nella serie Drakengard, la cui conoscenza diventa pertanto quasi del tutto imprescindibile per ricollegare le fila dell'esperienza. Tra colpi di scena agghiaccianti, riflessioni sulla dicotomia corpo-anima e sulla natura della coscienza (umana e artificiale), nessuno dei numerosi finali cui giungeremo ci libererà da uno straniante senso di vuoto. Come se ad ogni conclusione perdessimo un pezzo di cuore, senza riuscire più a ricomporlo.

    Catherine

    Catherine è un incubo sì, ma dannatamente spassoso. Il bizzarro puzzle game di Atlus si mescola con l'avventura grafica, così da proporre un'esperienza sui generis, dove sogno e realtà si confondono e si amalgamano con vivacità, freschezza e un pizzico di surrealismo. Le disavventure del fedifrago Vincent non saranno, almeno sulle prime, di immediata lettura: il confine tra onirismo e concretezza si sfuma, e la trama procede per simbolismi, rivelazioni e sequenze piacevolmente grottesche.

    Allo stesso modo degli incubi notturni del protagonista, anche buona parte del plot sembra un piccolo puzzle i cui tasselli andranno posizionati adeguatamente gli uni accanto agli altri, allo scopo di ottenere una visione d'insieme il più chiara possibile prima dei gustosissimi colpi di scena conclusivi.
    La natura della bionda e procace Catherine, il ruolo del confessore alla fine di ogni livello, ed ancora l'identità degli uomini-pecora che affollano le visioni saranno interrogativi che ci accompagneranno sino all'ottenimento di uno dei molteplici finali, in cui tutti i nodi - più o meno - giungeranno al pettine. Di recente è stata anche annunciata una ricca riedizione del gioco, chiamata Full Body, che introdurrà una nuova fanciulla, l'ammiccante Rin, e numerose aggiunte alla trama: non vediamo l'ora di addormentarci di nuovo...

    Deadly Premonition

    Figlio della stessa atmosfera malata e perversa che avvolge il leggendario Twin Peaks, Deadly Premonition è un prodotto in cui si intravede in filigrana il tocco di David Lynch: cupo, psicologico e angosciante. La cittadina di Greenvale è un luogo nel quale la realtà assume sembianze distorte ed inquietanti: l'opera mescola sapientemente thriller ed horror, chiedendoci di investigare sulle raccapriccianti morti di alcune giovani donne, bombardandoci di continuo con una serie di torbide domande e lasciandoci fino alla fine in balia dei dubbi più logoranti.

    Deadly Premonition decide quindi di porre l'utente in una condizione di totale inconsapevolezza, e gli impone pertanto di assumere il punto di vista del protagonista, con l'obiettivo di acuirne il tasso di empatia. Un coinvolgimento che si amplifica poco alla volta, crescendo di pari passo con lo sviluppo di una trama torbida, crudele, bipolare e a tratti persino grottesca, piena zeppa di casi irrisolti o irrisolvibili. Una storia capace di affiancare la tensione tipica di un poliziesco al disgusto di stampo orrorifico, in bilico tra pazzia, schizofrenia, depravazione e genialità.

    Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty

    Prima che i trailer di Death Stranding si cibassero della nostra sanità mentale, Hideo Kojima aveva già attentato alle facoltà cerebrali dei giocatori con Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty, un titolo che - dall'inizio alla fine - rappresenta un "inganno" continuo. Nel secondo capitolo della saga il maestro si fa beffe dell'utente, e lo intrappola in una rete di menzogne: Solid Snake - che credevamo essere il protagonista - lascia il posto ad una new entry ancora inesperta come Raiden, mentre l'andamento della vicenda prende ben presto delle pieghe del tutto fuori dagli schemi.

    Quella iniziata come una semplice spy-story assume i connotati di una profondissima disquisizione filosofica sul soggettivismo e sull'importanza della libertà, con tocchi metaludici che, ancora oggi, farebbero impallidire qualsiasi videogiocatore, sia per la complessità dei temi trattati che per la superba messa in scena.
    Le fasi conclusive di Sons of Liberty sono un concentrato di virtuosismo inarrivabile, che trova in una sceneggiatura enfatica, complicata e pomposa la sua arma più affilata. L'epilogo del secondo capitolo è la masturbazione intellettuale di un Kojima senza freni, che scardina le regole della narrazione: in nessun altro gioco, d'altronde, l'autore giapponese ha mai imbastito un racconto caratterizzato da scelte stilistiche e tematiche così estreme. Almeno - si spera - fino all'arrivo di Death Stranding.

    Special Guest: Saya No Uta

    Prima di iniziare a parlare del nostro special guest occorre fare una piccola premessa: Saya No Uta è un'opera alla quale avvicinarsi con molta cautela, tanto è brutale, agghiacciante e traumatizzante. Un titolo che non fa alcuno sconto al giocatore né sul fronte visivo, né su quello contenutistico, e potrebbe pertanto facilmente urtare la sensibilità dei più impressionabili.

    Uscito in Giappone nel 2003, Saya No Uta (Song of Saya in occidente) è osannato alla stregua di una divinità nel genere delle visual novel: alla base della sua vicenda c'è la disgraziata storia di Fuminori Sakisaka, affetto - a causa di un incidente - da una gravissima forma di agnosia, una patologia che lo porta a percepire la realtà in modo deforme, come se tutto intorno a lui fosse composto di putrida carne sanguinolenta, comprese le persone.
    Tutto tranne Saya: lei, dalle fattezze ancora umane, è l'unico angelo che sembra mantenere vivo nel protagonista un barlume di speranza. Saya No Uta parte da premesse angoscianti e peggiora minuto dopo minuto, fino a tramutarsi in un incubo diabolico, nel quale trova spazio ogni genere di nefandezza, dallo stupro all'omicidio, dal cannibalismo all'annichilimento della volontà umana.

    Questo circo degli orrori è orchestrato con lucida perfezione e ci lascia spesso spiazzati, turbati, intimoriti: pur di mettere in mostra situazioni al limite del sopportabile, Saya No Uta ricorre persino ad immagini chiaramente pornografiche. L'elemento "erotico" e sessualmente esplicito non è però inserito - come in altri congeneri - al solo scopo di appagare i pruriti dei giocatori, bensì per enfatizzare l'anima più cruda ed impietosa del racconto, grazie soprattutto ad un ottimo lavoro di contestualizzazione. Non c'è compiacimento nelle sequenze più "spinte", ma solo disgusto, rabbia, tristezza e senso di impotenza. Senza addentrarci ulteriormente nei meandri del plot, basti sapere che i colpi di scena si susseguono ad un ritmo tachicardico: purtroppo, considerate anche le fortissime tematiche di cui si nutre, Saya No Uta non ha conosciuto una distribuzione su larga scala, e ad oggi è davvero problematico riuscire a recuperarlo.
    Qualora doveste riuscirci, mossi magari da una curiosità insaziabile, tenetevi pronti per un atroce viaggio nei meandri più oscuri della perversione: una volta ascoltato, infatti, il canto di Saya non vi abbandonerà mai più.

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