Da DOOM a DOOM Eternal: il nuovo corso del demoniaco sparatutto Bethesda

Nel 2016 è iniziata una nuova vita per la storica serie DOOM, che si appresta a tornare sui nostri schermi con l'attesissimo DOOM Eternal.

Da DOOM a DOOM Eternal
Speciale: Multi
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Switch
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • In arrivo il prossimo 20 marzo, Doom Eternal è senza dubbio uno dei titoli più attesi in questa prima metà dell'anno, a maggior ragione dopo il tornado di rinvii che di recente ha inferto un durissimo colpo alle aspettative dei giocatori di tutto il mondo. Sequel diretto del reboot del 2016, il nuovo Doom porta con sé la promessa di sequenze cariche di metallo e sanguinaria esaltazione, tra le maglie di un titolo che pare ereditare tutti gli aspetti migliori del predecessore, cui si aggiungono novità di rilievo che potrebbero portare l'esperienza a livelli di epicità completamente inediti. Ma prima di spendere qualche parola sull'evoluzione della serie reboot, vale la pena di dare un'occhiata al passato, verso le origini di un nuovo corso che avrebbe potuto consegnarci produzioni di ben altra risma. Sì, ci ha detto veramente bene.

    L'ombra di Call of Doom e il nuovo corso della serie

    Doom Eternal sembra la perfetta prosecuzione del percorso creativo avviato da id Software quasi un trentennio fa, nonché un titolo con tutte le carte in regola per accogliere l'eredità viscerale di uno degli shooter più appaganti dell'ultima generazione. Una prospettiva decisamente rassicurante, in particolar modo se si considera quanto l'anima fiammeggiante della saga sia stata vicina a perdersi tra i meandri dell'industria, a cadere vittima di un processo di omologazione che avrebbe potuto privare Doom del suo carattere unico, sacrificato sull'altare del mercato.

    Già nel 2004, sul calare dell'età dell'oro dei survival horror, Doom 3 aveva proposto ai fan una revisione sostanziale della sua ricetta demoniaca, con un titolo caratterizzato da ritmi ben diversi rispetto a quelli delle origini, rimodulati per accogliere al meglio le influenze ansiogene del genere. Un reboot "non ufficiale" che, seppur lontano dagli stardard ipercinetici degli albori, venne accolto con entusiasmo da critica e pubblico, con la complicità di un comparto tecnico che tornava a ribadire tutto la potenza dell'id Tech.

    Tre anni dopo, quando il team di sviluppo iniziò a lavorare sul nuovo capitolo della serie, Call of Duty: Modern Warfare era senza dubbio lo shooter più popolare del momento, grazie a un'eccellente campagna in singolo che, in tandem con meccaniche di gioco rifinite e appaganti, l'aveva trasformato nel paradigma ideale di un intero genere.

    Con queste premesse, quindi, non stupisce più di tanto che il concept originale di Doom 4 includesse ben più di un richiamo all'epopea militaristica di Infinity Ward, sia in termini ludici che stilistici, per assecondare la rotta scelta per un progetto che, anni dopo, Pete Hines avrebbe beffardamente definito Call of Doom. Fu l'inizio di un periodo piuttosto difficile lo studio texano, alle prese con una visione creativa fin troppo lontana dagli standard della serie, che aveva già provocato forti disaccordi interni: benzina sulle fiamme di un "development hell" che avrebbe imposto alla produzione un ciclo di sviluppo eccezionalmente lungo. Alla fine degli anni 2000 questa particolare visione aveva generato un prototipo giocabile di buona fattura, costruito sulla base di un mosaico di meccaniche che, nel contesto di uno shooter narrativo di stampo "realistico", apparivano tanto efficaci quanto stimolanti. C'era un solo, enorme problema: quello non era Doom. "Non era abbastanza veloce, e al combattimento mancava la giusta intensità - spiegò successivamente Hines - Molte delle cose che poi divennero parte del gioco, come le mosse finali, non erano presenti. Gli scontri erano più discontinui, e c'erano un sacco di elementi che funzionano bene in altri fps ma che, molto semplicemente, non vanno bene per DOOM".

    Considerazioni che Marty Stratton, co-director del gioco, condivideva appieno e che finalmente portarono il team a imboccare la strada giusta: un sentiero disseminato di mostruosità da smembrare a pallettoni fissando l'abisso attraverso gli occhi del Doom Slayer, spinti dall'incontenibile furia di una filosofia ludica definita "push forward combat".

    Un mantra meravigliosamente vicino alla filosofia originale di John Carmack, che una volta disse "Doom vuol dire due cose: demoni e doppiette". Tra la fine del 2012 e l'inizio del 2013 cominciò dunque ad assumere i tratti di quello che, tre anni più tardi, sarebbe diventato la migliore incarnazione moderna dello sfogo balistico digitale "vecchia scuola", costruito su un gunplay "di spinta" non solo forsennato ed entusiasmante, ma capace di affermarsi come il legittimo erede dell'fps più influente di tutti i tempi.

    Una tradizione di sangue

    Reduce da una gestazione straordinariamente rischiosa, che avrebbe potuto compromettere la fama di una saga leggendaria, il reboot del 2016 ha quindi travolto i sensi della platea con una sinfonia di note scarlatte, scandita dal canto delle armi in un concerto di brutalità ed esaltazione. Per quanto la qualità del prodotto finito si sia rivelata sorprendente, specialmente considerando i trascorsi del progetto, non tutti gli ingredienti dell'impasto ludico raggiungono il livello di eccellenza fissato dallo shooting. Sia la narrazione che la varietà situazionale, infatti, non si allineano con gli standard elevatissimi del gameplay e, pur non inficiando più di tanto il valore complessivo dell'esperienza, mostrano ampi margini di miglioramento.

    Lacune che id Software pare più che determinata a colmare con Doom Eternal, un sequel che punta chiaramente a presentarsi al pubblico come il nuovo stadio evolutivo della serie, con aggiunte e migliorie che interessano ogni aspetto dell'offerta, a partire dai i principali difetti del predecessore. Come ribadito a più riprese da Marty Stratton, la trama di Eternal è stata concepita con una precisa intenzione: costruire un vero e proprio "Doom Universe", e gettare le basi per un macrocosmo narrativo molto più ricco e trascinante rispetto a quello visto quattro anni fa.

    Un proposito che promette di regalare agli amanti delle stragi poligonali una gamma decisamente più ampia di situazioni e contesti guerreschi, tra le maglie di ambientazioni che spaziano dalle visioni industrial-infernali del precedente capitolo, ai panorami in stile dark fantasy di una dimensione "paradisiaca" traboccante di abomini da ridurre in frattaglie. Nemici vecchi e nuovi da affrontare con un arsenale rinnovato di bocche da fuoco e lame incandescenti, al centro di un combat system rielaborato per aumentare il dinamismo e la varietà del gameplay, e lasciare i giocatori col fiato mozzo e il volto paralizzato in uno smorfia di animalesca soddisfazione.

    In Doom Eternal, infatti, il combattimento assume i tratti di un puzzle sanguinario che spinge ad affrontare il campo di battaglia in preda a una feroce bramosia, visto che le risorse conquistate con ogni uccisione possono fare la differenza tra la vita e la morte. Decapitare un nemico in coda a un'Uccisione Epica permette dunque di recuperare preziosi punti salute, squartarli con la motosega rimpolperà la vostra scorta di munizioni, e darli alle fiamme col Getto Influocato vi garantirà un gradito bonus al valore di armatura. Un ciclo di efferatezze che richiede consapevolezza situazionale, nervi saldi e grande capacità di adattamento: requisiti base di un combat system mai così sfaccettato e inebriante, arricchito da una componente strategica efficace e perfettamente coerente coi ritmi indemoniati di un gameplay ad alto tasso di tensione. Il tutto con la complicità di un sistema di movimento che garantisce al nostro ipertrofico alter ego capacità inedite, con conseguenze piuttosto interessanti in termini di level design.

    Tra scatti e arrampicate, infatti, il Doom Slayer si troverà ad attraversare livelli più complessi e articolati rispetto a quelli del precedente capitolo, con passaggi spiccatamente "platform" in grado di mettere alla prova riflessi e abilità. Merita una menzione a parte l'abilità secondaria della doppietta, che permette di sparare una lama affilata tra le viscere di un nemico per poi saettare verso il malcapitato come un meteorite corazzato. A render ancor più profondo - e brutale - il gameplay, troviamo un sistema di localizzazione dei danni che consente, proiettile dopo proiettile, di fare letteralmente a pezzi gli avversari, fino a sottrargli le armi biorganiche che compongono la loro empia dotazione.

    Un complesso di meccaniche che vanno a comporre un affresco ludico sorprendentemente stratificato, composto per accogliere i fan in un contesto tanto familiare quanto denso di nuovi inviti alla sperimentazione battagliera. A tal proposito, anche il sistema di progressione "ruolistico" del Doom Slayer sembra essere stato ampliato a dovere, in modo da offrire agli utenti una buona varietà di opzioni per potenziare l'avatar in base ai propri personali gusti in fatto di sterminio.

    Come nota di coda, non vediamo l'ora di mettere alla prova il sistema delle "invasioni", che permetterà ai giocatori di irrompere nelle partite altrui vestendo i panni ripugnanti di un demone assetato di sangue: una dinamica (opzionale) interessante che potrebbe amplificare ulteriormente la varietà complessiva dell'esperienza. Doom Eternal si staglia dunque all'orizzonte come il sequel dei sogni: un titolo concepito per ereditare il sanguinoso fardello di una saga leggendaria, capace di mettere in campo novità eccezionalmente stimolanti senza però snaturare il carattere bestiale dei suoi precursori. Un carattere che non vediamo l'ora di vedere all'opera, in tutta la sua spietatezza, il prossimo 20 marzo, quando il Doom Slayer tornerà a dischiudere per noi le porte di un inferno carico di soddisfazioni.

    Quanto attendi: DOOM Eternal

    Hype
    Hype totali: 140
    81%
    nd