Da Hades a Returnal: il successo dei giochi Roguelike

Ovvero, di come non possa più fare a meno dei Roguelike, genere perfetto per giocatori impegnati e non di primissimo pelo.

Da Hades a Returnal: il successo dei giochi Roguelike
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  • PS5
  • Il crudele paradosso è che quando sei un ragazzino avresti pure un sacco di tempo, ma ovviamente hai a disposizione pochi soldi e magari ancor meno risorse. Quando cresci invece - una volta che trovi una tua indipendenza e inizi a camminare con le tue gambe - avresti pure modo di toglierti come minimo qualche sfizio, ma scopri che è in realtà il tempo la vera, grande ricchezza dell'uomo moderno. Il tempo che però non hai più, assorbito da mille altre faccende, problemi e interessi.

    Ed ecco che inizi ad accumulare cose senza una vera ragione, ad acquistare compulsivamente, spesso per il solo fatto di poterlo fare e basta. Così, senza poi nemmeno godertele per davvero quelle cose, ma anzi in alcune occasioni lasciandole addirittura intonse su uno scaffale (concedendoti al massimo giusto una foto su Instagram, via).

    Una questione di prospettive

    Tralasciando i momenti in cui ho la fortuna, il piacere e l'onore di giocare strettamente per lavoro, io - arrivato ormai sulla soglia dei trentotto anni - devo ammettere con un certo candore di non essere più il videogiocatore di un tempo. Non che sia venuta meno la passione eh, assolutamente: certo, come tutte le grandi storie d'amore si va un po' a periodi, ed è inevitabile e normale che ci siano momenti più appaganti e più intensi di altri. Il problema, ammesso che effettivamente di problema si possa e si debba parlare, è piuttosto una questione di fondo: preso tra gatta, Juventus, board game, Blood Bowl, amici e mille altre sollecitazioni, ho ormai accettato e metabolizzato l'idea che un certo tipo di esperienze videoludiche non possano più fare al caso mio.

    Gli RPG da millemila ore o gli MMO a dirla tutta non sono mai stati di mio interesse, eppure ormai guardo con sospetto anche i titoli che vanno oltre la ventina di ore. Non è questione di non avere venti o più ore da riservare al videogioco come attività, intendiamoci. È al contrario una faccenda di approccio e di potenziale investimento emotivo: l'idea di vincolarmi così a lungo mi sembra (irrazionalmente) sempre più un impegno, e quindi mi viene quasi spontaneo fare un istintivo passo indietro. Alla faccia del backlog - che ovviamente non si accorcia mai e poi mai - e delle presunte spese intelligenti.

    Riguardandomi indietro e cercando di fare un po' di oggettiva autoanalisi, non posso però non registrare un fenomeno assai concreto. Di pari passo con la mia crescente affinità verso le produzioni indipendenti, che spesso con la loro creatività ormai mi elettrizzano più di tanti blockbuster AAA, c'è un genere che negli ultimi anni ha imperversato sulle mie console. Insinuandosi in maniera subdola e strisciante, quasi di nascosto. Salvo poi conquistare spazi inattesi e preponderanti, senza che nemmeno me ne rendessi conto: il roguelike (per approfondire, qui c'è un colossale speciale sulla storia dei roguelike).

    Un ciclo di dolore e amore

    La mia non è una relazione di lungo termine, ma al contrario una fascinazione abbastanza recente. Credo che sia iniziato tutto qualche anno fa, per la precisione quando ho deciso di sostenere su Kickstarter lo sviluppo di Darkest Dungeon. Ricordo che per inciso inizialmente era stata proprio la natura roguelike a frenarmi un po' nell'investimento, perché mi spaventava l'idea di un'attitudine troppo punitiva e frustrante che, senza conoscerlo bene, associavo in maniera spontanea al genere. L'opera prima di Red Hook Studios alla fine punitiva e frustrante lo era eccome (se volete saperne di più, eccovi la nostra recensione di Darkest Dungeon), eppure, a prescindere della smisurata crudeltà di certi eccessi, tra dottori della peste, flagellanti e psicosi ho lasciato un pezzettino di cuore.

    E così, piano piano, ci sono cascato alla grande: Downwell, Enter the Gungeon, Slay the Spire, Into the Breach, Cadence of Hyrule, Dead Cells, quel dannato capolavoro di Hades. E più recentemente Loop Hero, Curse of the Dead Gods e infine Returnal, su cui mi sto destreggiando con malcelato godimento proprio in questi giorni (a proposito, la recensione di Returnal è qui).

    Da dove nasce questo improvviso amore per un genere comunque particolare, intransigente e non certo per tutti? Beh, da una parte sono un giocatore che ama le sfide, quindi non mi dispiace affatto mettermi alla prova, sbatterci la

    testa e provare a superarmi. Dall'altra però credo che la ragione del successo dei roguelike si ricolleghi, almeno per quanto mi riguarda, a tutto il discorso fatto all'inizio di questo articolo. Con il loro concetto di run, con l'attitudine mordi e fuggi da "gioco giusto una mezz'oretta e via", per assurdo i roguelike non mi inibiscono neanche un po'. Anzi, li trovo rassicuranti come poche altre cose proprio in virtù del loro teorico "durare poco", richiedendo un investimento in termini di tempo almeno sulla carta contenuto. Poco importa che magari le run non siano mai solo e soltanto una, e che alla fine invece di mezz'ora le sessioni si prolunghino per ben più a lungo - tipo quando ho sconfitto Ade per la prima volta, alla sei del mattino di una notte passata interamente a giocare.

    Non fa niente, inconsciamente trovo il tutto molto confortante e piacevolmente gestibile. Con anche un ulteriore bonus da non sottovalutare, ovvero il fatto che basti pochissimo per riprendere la mano, anche a distanza di mesi. Giusto il tempo di qualche sberlone in pieno viso, un paio di pessime run di assestamento, ed eccoci di nuovo nel solito, irresistibile tunnel a cui non puoi e non vuoi dire di no. Cosa state obiettando voi da laggiù, in fondo? Che, facendo due rapidi conti, le ore totali risultino una valanga, e complessivamente il tempo per un videogioco diverso ci sarebbe stato eccome?

    Lo so, in fondo avete ragione voi. Anzi, nemmeno troppo in fondo. Lasciatemi però nella mia incoerente sicurezza un filo masochista, e concedetemi mille e poi mille altre run. Non importa se su Atropo, in chissà quali tempi sperduti dalle parti del Messico o in fuga dall'oltretomba. Brindiamo alla salute di un genere più vivace e popolare che mai: evviva il game over, i cicli da spezzare e quel solito, bugiardissimo "dai, l'ultima e poi smetto..."!

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