Dark Souls: Artorias, Sif e la sfida all'Abisso

In vista dell'arrivo di Dark Souls Remastered, ripercorriamo le origini della Lore del Soulslike targato From Software...

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  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Switch
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • La Grande Guerra tra draghi e Lord dei Tizzoni inaugurò un'era apparentemente pacifica ma, come abbiamo già raccontato, attraversata da contrasti e dicotomie. Dark Souls esibisce spesso e volentieri, nelle trame del suo racconto, le distinzioni che si vennero a creare tra luce e oscurità, tra vita e morte; eppure è un'altra la separazione che, a conti fatti, diede l'avvio al lungo e inevitabile declino di Lordran: la differenza tra dei e uomini. Le divinità, accecate dalla potenza ottenuta grazie alla Prima Fiamma, temevano che un giorno gli esseri umani avrebbero potuto ribaltare il proprio destino, grazie ai frammenti dell'Anima Oscura che il Nano Furtivo aveva loro donato. A causa di questo timore Gwyn limitò i loro poteri, condannandoli a rimanere per sempre esseri inferiori. Furono il dolore e la rabbia per questa ingiustizia che, cresciuti di generazione in generazione, finirono per scatenare qualcosa che avrebbe inghiottito tutto ciò che di più caro essi avevano.
    Questa è la storia di un cavaliere, del suo lupo e di come si sacrificarono per tentare di salvare il loro regno.

    Petite Londo e la caduta degli uomini

    Quando si arriva per la prima volta a Petite Londo ("New Londo" in lingua inglese) non si ha una chiara idea di che cosa esattamente rappresenti quell'area. L'illuminazione è quasi nulla, dei non-morti disperati pregano in un'estasi macabra, e solo una manciata di ruderi emerge da quello che sembra un lago nebbioso, o un oscuro mare che sconfina in un tetro orizzonte. Chi si avventura in questo luogo senza la giusta preparazione viene atterrito dai pericoli sempre in agguato, dalle creature letali che in esso albergano: il colpo di grazia arriva dagli indimenticabili fantasmi, eterei e immuni a qualsiasi attacco. Una ragione più che sufficiente a far desistere in molti, almeno inizialmente. Eppure, in quella che pare essere una semplice area studiata per spaventare i novellini, c'è molto da scoprire sulle ragioni che hanno portato Lordran verso il tramonto.

    Uno dei Quattro Re dell'Abisso di Petite Londo

    Petite Londo era infatti una fiorente città degli uomini, governata da Quattro Re che ne avevano esaltato la cultura e la vivacità, quasi a voler dimostrare di non essere secondi a nessuno, neppure agli dei di Anor Londo (avremo modo di parlare approfonditamente anche di questo regno, non temete).
    Petite Londo era insomma una sorta di Utopia che, a quanto pare, iniziò a scricchiolare il giorno in cui il Serpente Primordiale Kaathe insinuò il dubbio nelle menti dei suoi cittadini. È legittimo immaginare che, eoni dopo la guerra fra draghi e lord, gli uomini non avessero più memoria della loro discendenza, né sapessero che in ciascuno di loro si nascondesse un pezzo dell'Anima Oscura. Il vile Kaathe raccontò agli umani delle loro origini, scatenando un terribile disastro: da quel momento, infatti, gli uomini caddero nella trappola dell'avidità.
    Scoperta un'antica tecnica che permetteva di assorbire l'umanità dagli altri esseri umani, i Quattro Re si imbarcarono nella folle impresa di recuperare tutti i frammenti dell'Anima Oscura e ricondurla all'unità. A tutti gli effetti i sovrani avevano deciso di ribellarsi a Gwyn, sperando di poter eguagliare il suo potere grazie all'Anima ricomposta.
    La maledizione non fu circoscritta solo ai governanti. Anche i cavalieri di Petite Londo, infatti, divennero ben presto ambasciatori di quello che potremmo definire un nuovo culto per il predominio degli esseri umani. Da allora questi cavalieri presero il nome di Darkwraith.
    Fu la sete di potere dei Quattro Re a condannare per sempre questi luoghi. Accatastando tanta umanità tutta insieme, attraverso il perverso processo insegnatogli probabilmente dal viscido Serpente Primordiale, essi risvegliarono infatti l'Oscurità pervasiva dell'Abisso. Una minaccia che più di una volta si è manifestata a Lordran, e che alla fine è riuscita ad corrompere i regni degli uomini. Per capire meglio la sua natura, possiamo fare un salto temporale e spostarci in un'altra città completamente consumata, e più precisamente nella dimenticata Oolacile.

    Oolacile e il risveglio dell'Abisso

    L'approdo ad Oolacile non è dei più facili per il non-morto prescelto. Quest'area (aggiunta a Dark Souls con l'unico DLC) è protetta infatti da una pericolosa manticora che sta a guardia del santuario. Si tratta di una creatura misteriosa, di cui all'atto pratico non sappiamo nulla, se non che si trova di guardia ai cancelli di un luogo dal destino infausto.

    Artorias, il camminatore dell'Abisso e cavaliere di Gwyn

    È proprio qui che avviene una delle epifanie più grandi in cui un giocatore possa incappare nel corso di Dark Souls: ad un certo punto, infatti, ci si rende conto che quella che inizialmente viene proposta come un'area inedita, altro non è che una zona della Lordran che tutti ben conosciamo. Più nello specifico, si tratta del Giardino Radiceoscura, ma circa 400 anni nel passato rispetto alla linea temporale del gioco base. Il cambio d'illuminazione svolge un ruolo fondamentale nel fuorviare il giocatore: la massiccia presenza di luce solare contribuisce a donare un aspetto completamente diverso ai territori controllati dal gatto Alvina (di cui parleremo tra poco).
    Ad ogni modo sono molti i dettagli che suggeriscono un legame tra le due linee temporali.
    Sulla strada per Oolacile incontriamo degli alberi viventi che svolgono mansioni agricole, sventolando delle forbici per siepi o dei forconi, mentre nel presente abbiamo dei "comuni" alberi che attaccano con le proprie estremità. Anche i guardiani di pietra figurano in entrambe le continuity, ma nel passato sono dotati di un'ascia capace di sollevare intere zolle di terra, mentre nel Giardino Radiceoscura si limitano a brandire spada e scudo. Non tutto appare quindi radicalmente diverso da com'era qualche secolo prima, ma la sensazione generale rimane quella di un luogo che è andato incontro a un declino terribile.

    Artorias e GatsuLa figura di Artorias, tanto nel gioco quanto negli artwork, è liberamente ispirata a Gatsu, il protagonista del manga Berserk di Kentaro Miura. Entrambi sono guerrieri che combattono con un solo braccio, brandendo una spada enorme. Entrambi hanno un forte legame con i lupi. Hidetaka Miyazaki, direttore di Dark Souls, ha più volte espresso il suo apprezzamento per i lavori del mangaka, ammettendo di aver inserito alcune citazioni nei propri titoli.

    Anche lo scontro che di lì a poco ci vede impegnati ad affrontare il cavaliere Artorias è tutto fuorché trionfale, diventando esso stesso una metafora della corruzione di queste lande. Troviamo infatti il terribile nemico in un'arena improvvisata, mentre sta uccidendo - con un atto quasi meccanico e vuoto - un abitante maledetto di Oolacile. È come se non provasse più niente di fronte alla vita e alla morte: un'ombra che agisce in maniera furiosa, forse con un vago ricordo della propria missione, ma che non ha nulla da spartire con il valoroso eroe che partì da Anor Londo. La presenza di Artorias in queste terre non è infatti casuale. Egli era uno dei quattro cavalieri al comando dell'esercito di Gwyn, probabilmente il più abile e coraggioso. Tanto che, quando Oolacile fu minacciata dall'Abisso, fu proprio lui ad essere mandato in missione per salvare Lordran.
    Quando ci riferiamo all'Abisso parliamo di un'oscurità pervasiva e dilagante, la manifestazione miasmatica di un vuoto che tutto ingoia. Questa piaga fu risvegliata prima dagli uomini di Petite Londo (che tuttavia riuscirono a sedarla, con una scelta estrema), poi dalla civiltà di Oolacile (di cui a dirla tutta sappiamo ben poco). A quanto sembra anche in questo secondo caso fu un Serpente Primordiale la causa di tutto: fu infatti una di queste creature a suggerire agli abitanti di Oolacile di scavare in profondità per portare alla luce la tomba del Nano Furtivo, nel tentativo di recuperare l'Anima Oscura originale (a Petite Londo, i tentativi di ricomporre un'anima dal grande potere erano falliti, ed i Serpenti Primordiali sembrano ossessionati dalla Dark Soul). Gli scavi liberarono invece il pericoloso Manus, una figura estremamente misteriosa che, come già detto in precedenza, alcuni mettono in diretta corrispondenza con il Nano Furtivo stesso. Manus è una delle sorgenti dell'Abisso (o forse la sorgente originale?): è stata la sua umanità impazzita a generare la nera esalazione che vuole inghiottire ogni cosa.
    Quando l'Abisso fu risvegliato, accortasi del pericolo, la principessa di Oolacile, la candida Dusk, chiese l'aiuto di Gwyn e Artorias fu inviato a salvarla.
    Armato del suo spadone e del suo scudo gigante, nonché affiancato dal suo fidato compagno Sif - un altrettanto valoroso lupo grigio - Artorias aveva già conosciuto l'Oscurità: quando essa emerse a Petite Londo diede infatti la caccia ai Darkwraith, le creature che odiava di più in assoluto.
    Anche il soprannome di "Camminatore dell'Abisso" (Abysswalker in inglese) non è casuale per il cavaliere di Gwyn. Chiunque tentasse di avvicinarsi all'oscurità ne finiva infatti divorato, ma egli aveva trovato il modo di aggirare il problema: grazie a un misterioso patto con le creature dell'Abisso stesso, Artorias ottenne un anello, simbolo di questo accordo, con il quale era possibile non finire assorbiti dalle tenebre che avevano attanagliato Petite Londo e che adesso stavano minacciando la principessa Dusk.

    Sif, il grande lupo grigio, alle prese con il non-morto prescelto

    Artorias e Sif si fecero quindi strada, attraverso mille e più pericoli, fino al cuore dell'Abisso: un luogo vuoto, spento, in cui solo dei frammenti di Anima Oscura risiedono fluttuando senza uno scopo. È proprio qui che il protagonista di questa storia, per la prima volta, conosce l'amaro sapore della sconfitta.
    Manus si dimostra troppo forte anche per il valoroso cavaliere, che ormai non può più ritirarsi e, consapevole del proprio destino, decide di compiere un ultimo gesto d'affetto nei confronti dell'unico amico che non l'ha mai abbandonato. Egli sfrutta i suoi ultimi istanti di vita per donare il proprio scudo a Sif, lanciandogli addosso una barriera magica che lo avrebbe protetto dalle tenebre prima che fosse troppo tardi.
    Non solo: per strappare il proprio compagno alle tenebre Artorias sacrifica anche al suo braccio dominante. Quando incontriamo Artorias a Oolacile possiamo infatti notare che il braccio sinistro è ciondolante, quasi un'inutile appendice, e la descrizione della spada che egli brandisce (corrotta dal patto stretto in precedenza con le creature dell'Abisso) suggerisce che sia stata studiata apposta per cavalieri mancini. Artorias ha insomma sacrificato tutto in nome di una giusta causa: persino di fronte alla morte ha avuto il coraggio di pensare all'incolumità di un innocente, che lo avrebbe seguito fino in capo al mondo se solo gliel'avesse chiesto.
    Il nostro scontro con questa figura ormai lacerata non ha nulla di onorevole: ci stiamo battendo contro una creatura sofferente, stremata, che ha perso se stessa, per di più privata del proprio braccio. Il nostro non è un combattimento: è un'esecuzione, che trova giustificazione solo se pensiamo che in fondo, quello che stiamo offrendo ad Artorias, non è altro che un dono. Il meritato riposo di uno stanco cavaliere.

    Il valore dell'amicizia

    Tornando al presente, risulta chiaro come Artorias abbia fallito la sua missione, lasciando che l'Abisso risvegliato a Oolacile in qualche modo continuasse a divorare famelicamente Lordran.
    Diverso invece il destino di Petite Londo: anteriore agli eventi di Oolacile, l'inondazione che annulliamo quando ci addentriamo tra gli umidi corridoi di Petite Londo non fu un semplice incidente. Si trattava infatti della soluzione che alcuni stregoni elaborarono per arrestare la prima avanzata dell'oscurità. È Ingward, uno di questi incantatori, a raccontarci (proprio sul tetto di uno degli edifici in rovina) della difficile scelta che fu compiuta per arginare il potere dell'Abisso. L'intera città fu sacrificata e con essa tutti i suoi abitanti, che ancora oggi si aggirano vendicativi sotto forma di intoccabili fantasmi.

    Ingwar, uno degli stregoni che inondò Petite Londo per sigillare l'avanzata dell'Abisso

    Con essi resistono anche i Darkwraith, antichi cavalieri ormai decaduti che, logorati dalla bramosia di umanità, non fanno altro che dare la caccia ai viventi, nascosti da armature che ricordano le fattezze di tetri scheletri.
    Infine, sul fondo di un'antica torre, dimorano i Quattro Re, ormai sovrani di una manciata di ruderi e dei pochi fedeli che ancora li servono. Nessuno può avvicinarli, nessuno può scalfirli, poiché l'Abisso è troppo potente per chiunque. A meno che, ovviamente, non si possieda l'anello di Artorias (una figura, avrete capito, fortemente connessa con l'Abisso e con l'oscurità). Questo cimelio è gelosamente custodito nel luogo della sua sepoltura: il Giardino Radiceoscura.
    La via tradizionale di accesso a quest'area passa attraverso un portone che si può aprire solo con il Cimiero di Artorias, una chiave che nella sua stessa descrizione suggerisce che non dovrebbe essere utilizzata da avventurieri inesperti. Il motivo diventa chiaro una volta messo piede in una delle zone con il più alto rischio d'invasione in tutto Dark Souls. Sono in molti infatti a stringere un patto con Alvina, il gatto che, grazie ai propri guerrieri, si assicura che nessuno ottenga l'accesso alla tomba del nobile cavaliere, situata dove un tempo era il Santuario di Oolacile. Anche al non-morto prescelto viene offerta questa possibilità, ma non prima di essersi fatto largo tra schiere di invasori di ogni genere. Una fatica enorme, resa ancor più aspra dal buio e da una foresta che non offre grandi punti di riferimento per orientarsi, ma sembra anzi fare di tutto per allontanare gli sprovveduti dall'obiettivo.

    Alvina, il gatto a difesa del Giardino Radiceoscura


    Giunti alla fine della prova, luminosa come la speranza si erge di fronte a noi la porta della tomba di Artorias: un luogo silenzioso, cosparso di spade incastrate sulla nuda terra, probabilmente appartenute a coloro che nei secoli hanno cercato di ottenere un potere tanto pericoloso.
    È il guardiano di tale reliquia che ci sovrasta con la sua presenza e ci intima, ringhiando, di tornare sui nostri passi, come farebbe un cane difendendo il proprio padrone: si tratta proprio di Sif, il fedele compagno di Artorias.
    L'incontro con il lupo grigio Sif, che avviene durante l'avventura principale, si fa più struggente di quanto già non sia se lo si è salvato ad Oolacile, nella linea temporale del DLC. Nel passato, infatti, è possibile trovare Sif ancora avvolto dalla barriera creata da Artorias. In questo caso, nonostante siano passati più di quattrocento anni, quando lo rincontreremo ancora Sif riconoscerà il nostro odore e si ricorderà del nostro gesto nella scena d'intermezzo che precede lo scontro, lasciandoci sperare in un finale che non preveda spargimenti di sangue. Le cose, purtroppo, non andranno in quel modo. Un accenno di carezza è tutto ciò che riusciamo a strappare a una creatura sofferente ma lucida (forse una delle poche a Lordran), costretta a combatterci per proteggerci da noi stessi, poiché sa bene che cosa succede a chi osi sfidare l'Abisso. L'ululato disperato di Sif ha una forte sfumatura drammatica, dando inizio a uno scontro che non finirà bene.
    Gli ultimi istanti del combattimento esprimono appieno la sofferenza di entrambe le parti. Il grande lupo grigio zoppica, non si regge in piedi e a malapena riesce a tenere l'enorme spada tra i denti. I suoi attacchi sono poco più che carezze e lasciarsi inseguire dal povero animale mentre trascina le pesanti zampe e cade a terra equivale a compiere uno dei più grandi atti di crudeltà mai visti in un videogioco. Peggio: una mancanza di rispetto nei confronti di uno dei pochi personaggi che non ci combatte per sadismo, ma lo fa perché non vuole vederci fare la fine del suo padrone, Artorias. Sif sembra insomma aver ereditato alcune delle virtù del cavaliere che accompagnava: una figura, quest'ultima, che dietro alla corruzione della propria armatura nasconde un altruismo e una bontà d'animo molto rari, almeno a Lordran. Artorias ha sempre anteposto il bene degli altri al proprio, ed ha mantenuto questa linea di pensiero fino alla fine.
    Non ci è dato sapere se gli abitanti di Lordran credano o meno in una qualche forma di aldilà. Eppure è bello, per una volta, immaginare che un cavaliere e il suo lupo possano infine ritrovarsi per riposare in pace.

    Autore: Nijiooezt su deviantart

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