Dark Souls compie 10 anni: l'importanza culturale di un'opera unica

Ovvero del perché FromSoftware è riuscita a lasciare un segno indelebile sul medium videoludico... anche per chi non mastica i giochi Souls.

Dark Souls compie 10 anni: l'importanza culturale di un'opera unica
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Il tempo è distorto a Lordran, ma qui sulla Terra scorre ancora inesorabile. Qui tra i comuni mortali gli anni si susseguono ancora senza interruzioni e quando se ne accatastano uno sopra l'altro abbastanza a lungo nascono i decenni. In un decennio succedono un'infinità di cose, pur essendo di per sé un periodo di tempo estremamente ristretto se messo a confronto con l'enormità che rappresenta la storia dell'uomo, eppure è possibile, ambito per ambito, andare ad isolare al suo interno una data, un singolo avvenimento capace di stravolgere la percezione delle cose. Per quanto riguarda l'ultimo decennio videoludico esiste una data ben precisa che segna uno dei punti di non ritorno più ingombranti dell'intera storia del medium: il 22 Settembre del 2011, il giorno in cui il settore impattò per la prima volta contro Dark Souls.

Sono passati esattamente dieci anni dal giorno in cui Hidetaka Miyazaki e FromSoftware hanno cambiato per sempre i connotati del videogioco contemporaneo. Per quanto mi riguarda, sono stati dieci anni passati all'ombra di Dark Souls, quasi come quei bambini un po' sfigati che stanno dall'altra parte della strada a fissare invidiosamente i propri coetanei che si divertono ad una festa a cui non sono stati invitati. Una festa bellissima, la madre di tutte le feste direbbero alcuni, meravigliosa ma inaccessibile. Perché sì, sono dieci anni che gravito attorno a Dark Souls senza averlo mai finito, e so perfettamente di non essere l'unico. Eppure se mi si chiedesse di indicare uno e un titolo soltanto per definire quest'ultimo decennio di gaming non esiterei a rispondere "Dark Souls".

Il motivo è in realtà molto semplice: quando si parla di capolavori, in uno qualsiasi degli ambiti artistici, lo si fa tenendo a mente soprattutto l'impatto culturale che un'opera ha nei confronti della sua cultura di riferimento, da questo non si scappa. E, a prescindere dai gusti, sarebbe fazioso non riconoscere che Dark Souls ha rimodellato il panorama del gaming. Esiste un prima Dark Souls e un dopo Dark Souls, è stato uno spartiacque che ha influenzato profondamente tutto ciò che è venuto dopo di lui e, in retrospettiva, anche chi lo ha preceduto. Più dell'ultimo Zelda (per approfondire, eccovi la recensione di The Legend of Zelda: Breath of the Wild), più di The Witcher 3, di the Last of Us e di qualsiasi altro videogioco sia uscito nella stessa finestra temporale.

Croce e delizia a marchio FromSoftware

Il mio primo incontro con Dark Souls fu tremendo. Colpa probabilmente delle mie aspettative o colpa di un marketing che ne ha sempre esaltato gli aspetti sbagliati, non lo so, sta di fatto che volevo davvero far parte di quella folla in adorazione di

Miyazaki ma non riuscivo a trovare un punto d'accesso che mi permettesse di avvicinarmi. Non capivo perché, ma quel gioco parlava una lingua a me incomprensibile nonostante i miei sforzi. Eppure era tutto lì in bella vista: il suo level design fuori scala, i suoi personaggi meravigliosi, il suo approccio innovativo al multiplayer e quella meravigliosa gestione del game design che metteva nelle mani del giocatore tutti gli strumenti necessari per venire a capo di ogni problema senza però fornire alcuna spiegazione. Per me Dark Souls è sempre stato un videogioco che ridotto alle sue parti elementari rappresentava un'eccellenza assoluta in un panorama che all'epoca era (ai miei occhi) molto più sterile e monodimensionale rispetto ad oggi, ma una volta che quelle parti fondamentali si compattavano all'interno dell'opera diventavano repulsive. Nonostante questo, però, c'era qualcosa di incredibilmente profondo ed incomprensibile che mi portava ciclicamente a flirtare con Dark Souls; così come non capivo perché Dark Souls mi respingesse, c'era qualcosa di altrettanto indecifrabile in quel videogioco che continuava ad attrarmi quasi morbosamente a lui.

Il risultato è che io e Dark Souls continuavamo ad avvicinarci e respingerci come due calamite. Non nego che, in un certo senso, questa dicotomia emotiva nei confronti dell'opera è diventata quasi un'ossessione per me, una cosa che non mi era mai successa prima d'ora, almeno non in questi termini. Quando ho realizzato la portata della situazione ho deciso di abbandonare definitivamente il mondo virtuale creato da FromSoftware concentrandomi sul suo ruolo nel mondo reale. Dark Souls l'ho studiato, l'ho approfondito cercando soprattutto di farmelo spiegare da chi era riuscito ad approcciarcisi con un'attitudine diversa. A dire il vero non ho mai smesso di farlo. Uno dei meriti innegabili di Dark Souls è stato proprio quello di diventare in pochissimo tempo una vera e propria sottocultura, capace di generare uno slang specifico, una quantità di tributi artistici e musicali impressionante, così come tavole rotonde di discussione sulla sua lore (termine salito sulla cresta dell'onda proprio grazie a lui) piene di appassionati così innamorati dello stile narrativo di Hidetaka Miyazaki da volerne per forza collegare i fili lasciati volutamente slegati.

Un fermento culturale e creativo dal basso che mi ha ricordato da vicino, con le dovute proporzioni, un attaccamento del pubblico all'opera simile a quello che c'è tra Il Signore degli Anelli e la sua fanbase. Certo, alcune community sono abitate anche da chi Dark souls l'ha esacerbato al punto da trasformarlo in una medaglia da appuntare sulla propria divisa da parata dell'hardcore gaming, creando contestualmente un ambiente spesso tossico e in palese contraddizione con la volontà di FromSoftware, ma questo non può e non deve adombrare quell'incredibile spirito di collaborazione che ha portato in primo luogo alla nascita di quegli spazi virtuali di discussione.

Dark Souls come metafora della vita?

Con Dark Souls mi sono approcciato per la prima volta al lavoro di creativi che grazie ad esso sono riusciti a diventare "adulti", e bazzicando le loro community ho notato una cosa che mi ha fatto capire di non essere solo e incompreso: tra chi seguiva assiduamente Sabaku, VaatiVidya e chiunque avesse deciso di divulgare Dark Souls su internet c'era un numero sbalorditivo di utenti che di quel videogioco non riusciva ad innamorarsi ma che ne era comunque terribilmente attratto. È stata quella la scintilla che mi ha spinto a voler studiare Dark Souls in tutte le sue forme e, a lungo andare, a volermi cimentare con la critica videoludica applicata. Se scrivo di videogiochi, oggi, è anche merito (o colpa, dipende dai punti di vista) di quel bisogno di comprendere Dark Souls - nonostante non riuscissi a confrontarmici in alcun modo videoludicamente parlando.

In questi dieci anni ho consumato una serie infinita di analisi di Dark Souls, ho ascoltato talk di sviluppatori alla Game Developers Conference in cui il titolo è stato definito "l'Ikea del videogioco", ho osservato attentamente chiunque su internet ne esplorasse gli ambienti attraversandone i muri e le architetture, ho letto chi ne ha

dissezionato il game design per esaltarne la genialità. Una delle cose più strabilianti era il numero incalcolabile di testimonianze di chi, in rete, affermava che confrontarsi con Dark Souls l'aveva aiutato a combattere i momenti più bui della propria vita. Esiste infatti un microcosmo di critici che a partire da quei racconti di vita giocata ha elaborato riletture analitiche di Dark Souls come metafora della lotta contro la depressione, una metafora capace di dare una forma ben precisa a quello che a conti fatti è il male più diffuso e pericoloso dell'epoca moderna, traslando le battaglie quotidiane contro la malattia in scontri, spesso spietati, contro le creature che abitano Lordran. È grazie a queste letture che ho finalmente compreso perché non sono mai riuscito a finire Dark Souls: sono molto più scarso di quanto non mi piaccia ammettere e, soprattutto, Dark Souls mi terrorizza.

Non per colpa della sua difficoltà, che a ben vedere è sempre stato più un falso mito di cui si è fregiato il marketing di Bandai Namco che un reale elemento di design, ma per colpa di quello che Dark Souls mi trasmette. La sua è la storia di un mondo disperato, e il non-morto prescelto di cui il giocatore va ad abitare il corpo è un piccolissimo essere umano di fronte ad un universo al capolinea, ostile e in rovina che si sta lentamente spegnendo, e confrontarmici mi fa sentire inconsciamente come se fossi l'unico spettatore della morte del cosmo. Dark Souls mi fa paura perché di fronte alla fine dell'epoca del fuoco preferirei perdere il senno e diventare vuoto anziché avere ancora il briciolo di coscienza necessario a comprendere ciò che sta accadendo, e questo mi trasmette sentimenti estremamente negativi con cui faccio una fatica enorme a confrontarmi.

Il Dark Souls dei Soulslike

C'è generalmente un segnale abbastanza evidente che indica quanto sia importante l'eredità culturale di un'opera: il numero di suoi cloni. Gli sparatutto, in origine, li chiamavamo Doom-clone, gli action platform con grandi mappe interconnesse li chiamiamo ancora Metroidvania in onore dei loro padri fondatori e qualsiasi cosa sia legata al concetto di proceduralità e preveda un permadeath è tutt'ora un Rogue-like. Dark Souls è stato così influente da gettare le basi per un intero sottogenere che raccoglie al suo interno tutte quelle opere che in maniera più o meno evidente e approfondita ne vanno a mimare le caratteristiche principali. Da The Surge a Mortal Shell (se volete saperne di più, qui c'è la nostra recensione di Mortal Shell), passando per Salt and Sanctuary, Code Vein e Hollow Knight, esiste un'infinità di videogiochi che si rifanno in toto o solo in alcuni aspetti alla saga di Miyazaki.

Come già detto, infatti, esiste un prima e un dopo Dark Souls, che dal 2011 ad oggi continua ad ispirare sviluppatori di tutto il mondo. Le sue intuizioni si sono riverberate all'infinito in gran parte dei videogiochi più apprezzati degli ultimi anni, anche e soprattutto in quelli che con Dark Souls non vogliono avere niente a che fare. Cory Barlog non ha mai nascosto di essersi ispirato al worldbuilding di Dark Souls per dare forma a God of War, così come è lampante che le velleità da metroidvania 3D di Control discendano direttamente da Lordran, dalla sua organizzazione degli spazi e dalla geniale interconnessione della sua mappa.

La grandezza di Dark Souls sta proprio nell'essere stato così rivoluzionario e culturalmente imponente che le sue meccaniche fondanti sono state trasmesse con vari gradi di separazione anche a quel pubblico che non ha mai trovato il modo di entrare direttamente in contatto con l'opera di FromSoftware. La sua immagine è arrivata a tutti, in un modo o nell'altro, come in un gioco di specchi ben architettato.

Dark Souls è stato una vera e propria ossessione per molti, al punto da essere diventato nel bene e nel male sinonimo di videogioco difficile. Non è un caso che ogniqualvolta esca un videogioco particolarmente difficile, qualsiasi sia il suo genere, venga etichettato automaticamente come "il Dark Souls dei [inserire genere]". È una perversione alle volte piuttosto fastidiosa, siamo perfettamente d'accordo, eppure questa tendenza racconta molto bene quanto Dark Souls sia stato significativo per tutto il panorama videoludico. Non esiste alcun videogioco uscito nell'ultimo decennio che sia stato capace di scatenare pubblico e critica nel trovare parallelismi, richiami ed influenze. Non in questo modo almeno. Viviamo, di fatto, in un mondo videoludico souls-centrico, che piaccia o meno.

A prescindere da qualunque sia l'opinione di ognuno sull'opera, negarne l'importanza sarebbe un gesto folle e sconsiderato. Il tempo è distorto a Lordran, ma qui sulla Terra scorre ancora senza sosta. Gli anni passano inesorabili, così come presto o tardi l'epoca del fuoco di Dark Souls verrà metabolizzata e superata. Arriverà il momento in cui verrà pubblicata un'opera capace di superarlo nel concept, nel linguaggio e nella portata dell'influenza culturale: un titolo che offrirà il proprio tributo a Dark Souls come Dark Souls ha fatto nei confronti di The Legend of Zelda, inaugurando una nuova epoca per il medium.

Buona fortuna a chi quel gioco dovrà recensirlo e comunicarlo al pubblico. Fino ad allora, però teniamocelo stretto, continuiamo ad approfondirlo, a studiarlo, ad innamorarcene e, perché no, ad odiarlo. Perché di videogiochi come Dark Souls ne escono veramente pochi nell'arco di una vita, e sono proprio loro a far maturare il medium, a farlo crescere e a farlo tendere verso la sua evoluzione perpetua. E chissà che prima che la fiamma di Dark Souls si sia spenta definitivamente io non riesca finalmente a far pace con me stesso e a vederne i crediti finali, per provare l'ebbrezza di poter dire di aver iniziato un New Game + anche io.