Dark Souls: Lautrec, l'amore cinico

Prosegue il nostro viaggio alla scoperta della lore di Dark Souls. Oggi ci occuperemo di Lautrec di Carim, cavaliere che sembra guidato da cinico egoismo.

speciale Dark Souls: Lautrec, l'amore cinico
Articolo a cura di
Lorenzo Morlunghi Lorenzo Morlunghi insegna filosofia e psicologia, ma non ha mai dimenticato la bellezza dei videogiochi. Adora scriverne e descrivere ciò che gli trasmettono, soprattutto se si tratta di trame intricate e complesse da raccontare. Quando ha 5 minuti di pausa legge libri e fumetti, ma soprattutto GIOCA. Lo trovate su Facebook.
Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Switch
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Per chi ci ha seguiti fin dall'inizio nel percorso di riscoperta della mitologia di Dark Souls, l'idea che si possa parlare di sentimenti in un regno in declino come quello di Lordran non dovrebbe più costituire una sorpresa. Abbiamo già fatto diversi esempi di come i temi affrontati dall'ermetico racconto del titolo siano spesso molto profondi. Che si tratti del sacrificio di un re per il proprio regno, del legame di fratellanza tra un cavaliere e il suo lupo, oppure di un eroe alla ricerca di un amico, Hidetaka Miyazaki ha infarcito la sua "nona sinfonia" di molti spunti di riflessione.
    In questa puntata parliamo di una figura all'apparenza molto più facile da leggere: un personaggio che sembra guidato da un egoismo cinico, una turpe bramosia. Ci riferiamo al cavaliere Lautrec di Carim. Una figura quasi deplorevole, con il suo timbro vocale strisciante, che sembra pronto a pugnalarci alle spalle fin dalle prime battute. La tentazione di giudicarlo, senza appello, come un vile traditore è enorme, specialmente di fronte alla gravità di alcune delle azioni che egli compie durante il gioco. Ma in verità la sua storia risponde ad una domanda che tutti dovremmo farci, prima di azzardare una sentenza sull'aureo guerriero: fin dove saremmo disposti a spingerci per amore?

    Una chiesa senza speranza

    Il ponte su cui ci assale la viverna nel Borgo dei Non Morti è una metafora che racconta lo spirito dell'avventura in cui ci siamo imbarcati. Affrontare la morte (o, ancora peggio, la paura della morte stessa) è l'ostacolo più grande con cui qualsiasi giocatore di Dark Souls deve fare i conti. Osservare la minaccia dritta negli occhi, mentre ci lascia il tempo di decidere quando correrle incontro, rende ogni movimento oneroso e pesante. Questa sezione lancia un messaggio chiaro al giocatore, che può imboccare una via più semplice passando sotto al ponte, guardato a vista dalla terribile creatura, così da aggirare del tutto il problema.

    La viverna che impedisce l'accesso alla Chiesa dei Non Morti

    Non c'è però trionfo in questa soluzione, che lascia in chi gioca un profondo senso di delusione, costringendolo a ignorare la presenza di un prezioso falò. Una ricompensa che solo chi è in grado di superare il ponte, e con esso le proprie paure, potrà ottenere.
    Man mano che ci si avvicina alla Chiesa dei Non Morti, in ogni caso, si fanno più evidenti i segni di un'antica rivolta, una guerra civile che deve aver sconquassato le strade del luogo. Barricate, fuochi, guardie che controllano ogni anfratto: la campana che dobbiamo suonare è un obiettivo non facile da raggiungere. Di mezzo ci si mette un'altra creatura, una deformità che ci intima di tornare indietro con la sua postura minacciosa: si tratta di un cinghiale corazzato, un essere feroce che rischia di mettere in crisi il non-morto prescelto. Poi, accade l'inaspettato. La campana verso cui siamo diretti inizia a suonare, segno che qualcuno, in un altro mondo, ce l'ha fatta. C'è una solidarietà magica e involontaria in questa epifania, che è sufficiente a darci quel poco di coraggio che serve per trovare il punto debole nell'impenetrabile corazza dell'enorme animale.
    Il nostro arrivo alla Chiesa dei Non Morti è comunque molto tormentato. Appena entrati nella navata centrale ci ritroviamo di fronte ad un cavaliere di Berenike. Sappiamo poco di questi enormi guerrieri, se non che giunsero a Lordran da un regno molto lontano (Berenike, per l'appunto) nella speranza di trovare una cura alla loro condizione di non morti.

    Lautrec di Carim, l'ambiguo cavaliere imprigionato nella chiesa

    Sappiamo inoltre che essi sono il frutto di un'accurata selezione volta a scegliere i pochi in grado di sorreggere i pesantissimi equipaggiamenti che tuttora li proteggono. La gigantesca mazza di cui dispone l'antico cavaliere ci suggerisce di non sottovalutare il nostro avversario, che ci attacca in ogni modo, anche con un colossale scudo nero in grado di strozzarci il respiro ad ogni colpo.
    È passando sul cadavere dell'eroe caduto in rovina che possiamo, finalmente, salire ai piani superiori e avvicinarci all'agognata campana. Sulla nostra strada incrociamo anche un invocatore, un mago capace di attaccarci non solo con i suoi incantesimi, ma anche scagliandoci contro dei non morti in preda ad un temibile raptus violento. Non si tratta di una presenza casuale, poiché il suo scopo è legato indissolubilmente alle ricerche di Seath il Senzascaglie. Ma di questo, oviamente, parleremo un'altra volta.
    Durante l'ascesa, un cumulo di assi di legno posticce non ci trae in inganno ed è così che scopriamo un'improvvisata prigione nascosta. Da dietro le sbarre emerge una misteriosa figura che ci rivolge la parola: Lautrec.

    Sangue e fiducia

    Il cavaliere, accovacciato a terra, ci fa una richiesta semplice. Ci chiede di liberarlo, dal momento che deve portare a termine delle questioni rimaste in sospeso, e promette che la nostra benevolenza sarà adeguatamente ripagata. La chiave necessaria ad aprire la cella è probabilmente già in nostro possesso, quindi sta a noi decidere se fidarci o meno.

    Lo scontro con i Gargoyle della Campana (deviantart by Oniruu)

    Liberare Lautrec è un atto di fiducia nei confronti di un individuo che non ci rivela nulla di sé, ma fa semplicemente leva sulla nostra brama di ricompense, facendo sì che la promessa di un vantaggio futuro sia il motore delle nostre azioni. Nel caso in cui si decida di liberarlo, avrà inizio il drammatico intreccio delle nostre strade.
    Una volta liberato, il cavaliere ci garantisce che presto troverà il modo di premiare la nostra fiducia, ma nello stesso momento accenna ad oscuri piani con una poco rassicurante risata diabolica. C'è da dire però che, almeno nei nostri confronti, Lautrec si comporta in maniera impeccabile, lasciandosi di lì a poco evocare (assieme a Solaire) nello scontro con i Gargoyle della Campana: un valido aiuto in un combattimento che approfitta della nostra inferiorità numerica durante la seconda metà della battaglia. Solo così possiamo finalmente suonare la prima delle due campane che ci aprirà la strada verso Anor Londo, la città degli dei. A questo punto che diviene legittimo immaginare che anche Lautrec abbia colto l'occasione per aprirsi la stessa strada, nel suo mondo.

    Anastasia di Astora, la guardiana del falò centrale di Lordran (deviantart by Koyorin)


    Lo incontriamo successivamente al Santuario del Legame del Fuoco, proprio davanti ad Anastasia di Astora, la muta guardiana del falò. Egli la guarda con insistenza, senza rivelare direttamente le proprie intenzioni, se non alludendo che sia ora di farla finita con lei. Si tratta di un'affermazione a cui forse si dà poca importanza, soprattutto dopo essersi abituati al modo di fare ambiguo di Lautrec, che ci ricompensa comunque con un medaglione del sole. Una ricompensa che si ottiene sconfiggendo un boss in compagnia di un membro dei Guerrieri del Sole, forse acquisito lasciandosi aiutare da Solaire contro i Gargoyle. Il debito che Lautrec ha nei nostri confronti non si è però ancora estinto ed egli torna ad aiutarci una seconda volta nelle Profondità. Esse altro non sono che il luogo d'esilio per coloro che venivano cacciati dal Borgo a causa della dilagante maledizione, e che trovavano una nuova "dimora" nelle viscere della terra, là dove nessuno avrebbe potuto vederli o giudicarli. Quest'area è una labirintica fogna che ospita i peggiori portatori di malattia di tutta Lordran: topi appestati, melme purulente e basilischi dal fiato pietrificante hanno fatto di questi canali di scolo la propria casa. Tutte creature che impediscono il passaggio a chiunque sia abbastanza folle da volersi avvicinare alla Città Infame, uno dei luoghi più aspri e temuti di Dark Souls.
    Come dicevamo poco sopra, Lautrec si palesa nuovamente alla fine di questo percorso, rendendosi disponibile per aiutarci contro il Drago Famelico che si nasconde nel punto più basso di questa fogna senza speranza.

    Il Drago Famelico delle Profondità

    Si tratta di una creatura mastodontica e rivoltante, discendente alla lontana degli antichi draghi, ma inevitabilmente corrotta da una perenne fame che ha trasformato il suo corpo in una bocca gigante. Essa risale dalla Città Infame stessa, ostacolando il nostro cammino e recando con sé la chiave per accedere a tale luogo. L'aiuto del nostro nuovo compagno è vitale e ci permette di abbattere con fatica l'enorme minaccia, che svanisce ricongiungendosi spiritualmente ai suoi antichi fratelli.
    Da questo momento in poi Lautrec scompare dalla nostra strada. Forse sente di aver estinto completamente il proprio debito, o magari è talmente preso dalla sua missione per poter pensare di aiutarci nuovamente. Quel che è certo, però, è che una volta suonata la seconda campana (una dolorosa avventura di cui avremo modo di parlare) egli compie la più vigliacca delle azioni, uccidendo Anastasia, la guardiana del falò centrale di Lordran. Tutto ciò che rimane della ragazza è un corpo immobile e un globo dell'occhio nero, unico indizio sull'identità dell'assassino, che a questo punto dobbiamo cercare sperando di agguantarlo lungo la nostra stessa strada.

    Odi et amo

    È nella cattedrale di Anor Londo che il globo dell'occhio nero inizia a tremare nelle nostre tasche, suggerendoci di essere vicini a quel vile mostro egoista che ha ucciso Anastasia. L'invasione del suo mondo ci rende degli spiriti blu vendicativi, pronti a riprenderci ciò di cui egli si è appropriato con la violenza, ma Lautrec sa di correre un rischio nello scontro che sta per attenderlo (quello con Ornstein e Smough) ed è quindi spalleggiato da due alleati, pronti a difendere il proprio evocatore. La battaglia contro l'agguerrito trio non è delle più semplici: gli attacchi ci piombano addosso senza tregua, mentre Lautrec che spezza la nostra difesa grazie a degli shotel perforanti. Alla fine riusciamo comunque ad avere la meglio sul cavaliere decaduto, spezzandone la volontà e ogni intenzione.
    Otteniamo così in cambio, tra le altre cose, una preziosa anima della guardiana del fuoco, un oggetto utile a potenziare la propria Fiaschetta Estus, ma anche per ridare vita alla defunta Anastasia. Il giocatore, ancora una volta, è messo di fronte ad una decisione: pensare solo a se stesso, oppure se fare una scelta etica? Non è però questo che acquista importanza in questa sede, quanto il senso delle azioni di Lautrec. Egli era davvero il pazzo che, a una prima occhiata, si mostrava agli altri, oppure c'è qualcosa di più che non riusciamo immediatamente a comprendere? Nuovamente, la scarsità d'informazioni e la brevità della quest legata a tale personaggio ci costringono a proporre delle interpretazioni.
    Innanzitutto, come mai Lautrec era stato imprigionato e da chi?

    Oswald di Carim, l'assolutore della Chiesa dei Non Morti

    Una prima teoria ricondurrebbe tutto ad Oswald di Carim, un assolutore di peccati che incontriamo nella torre della chiesa subito dopo aver suonato la campana. Il fatto che entrambi arrivino dalla stessa città potrebbe lasciar intendere una conoscenza pregressa, che magari ha portato il sacerdote a rinchiudere il cavaliere a causa dei suoi misfatti.
    La seconda teoria vuole che Lautrec sia caduto vittima di un agguato da parte dell'invocatore di pattuglia nella chiesa. Del resto questa figura è lì per fare ricerche in nome del suo padrone Seath e forse il cavaliere dorato avrebbe indirettamente potuto ostacolare i piani del Senzascaglie.
    Vi è infine una terza teoria, per certi versi la più ovvia e plausibile, secondo cui sia stato Patches (il mercante che ci spinge in una trappola nella Tomba dei Giganti) a rinchiuderlo nella cella, probabilmente con uno dei suoi soliti inganni. Entrambi i personaggi parlano male l'uno dell'altro, come se l'eventualità di un nuovo incontro potesse condurre a un esito drammatico per uno dei due. È Patches stesso a dirci di non fidarci di Lautrec, proprio perché completamente pazzo e senza scrupoli, quando c'è di mezzo la ricerca di umanità. Secondo noi, però, la follia che anima il cavaliere di Carim non è immotivata, ma ha dietro delle ragioni ben più profonde, dovute a una delle poche forze capaci realmente di fare impazzire un essere umano: l'amore.
    Esaminando l'equipaggiamento di Lautrec scopriamo che la sua armatura è un dono di Fina, la dea dell'amore: una creatura che viene descritta come dotata di una "bellezza fatidica" (o fatale?). La dea ha stabilito un legame con il cavaliere, facendolo infatuare e portandolo a sacrificare tutto ciò che gli rimaneva in nome di questo sentimento che nei poemi cavallereschi veniva descritto come "furioso".
    Cerchiamo di capire meglio la forza di questo legame inumano. L'armatura che Lautrec indossa ha due braccia avvolte sul petto, che simboleggiano l'abbraccio della dea Fina stessa, mentre l'Anello della Protezione, altro emblema della benevolenza della divinità, si spezza irrimediabilmente qualora si decida di rimuoverlo. Questi dettagli suggeriscono una terribile verità, ossia che Lautrec sia stato soggiogato da un'entità che ha approfittato dei suoi sentimenti per avvinghiarlo e renderlo il suo servitore personale. L'amore che Fina prova per il cavaliere probabilmente non è puro, bensì malato, morboso e possessivo, al punto da dover ribadire in ogni modo il fatto che egli non sia libero. I cavalieri di BalderDisseminati per la Chiesa dei Non Morti e nel suo perimetro vi sono dei cavalieri diversi dalle normali guardie che provano a ostacolarci, spesso armati e vestiti con equipaggiamenti alternativi a quelli classici. Si tratta dei cavalieri di Balder: un regno che, come quello di Berenike, fu colpito dalla maledizione dei non morti. Questo spinse il suo sovrano, il re cavaliere Rendal, a recarsi ad Anor Londo per cercare una soluzione alla condanna del suo popolo. Il mercante della Fortezza di Sen ci racconta però del fallimento del re contro il Golem di Ferro, ovvero il guardiano del sigillo necessario ad accedere alla città degli dei. Questo racconto ci lascia intendere che i nemici che vediamo nei dintorni dell'area altro non sono che la scorta del monarca, condannata a vagare in eterno, attaccando ciecamente chiunque gli capiti a tiro.

    L'abbraccio sul petto, l'anello che non si può togliere, l'elmo che cela il suo volto dallo sguardo di altre donne e le placche a rilievo che impediscono qualsiasi avvicinamento da parte di estranei: il cavaliere di Carim è innamorato al punto di non rendersi conto di essere finito in catene.
    Perdere la testa per la sua meravigliosa "musa" lo porta a compiere delle scelte irrazionali, folli, a non prendere in considerazione le conseguenze delle proprie azioni. È in questo modo che ha inizio il baratro di Lautrec, ormai non più padrone di se stesso e condannato a dare la caccia alle anime delle guardiane. Non sappiamo l'esatta ragione di questo accanimento contro le custodi del fuoco, ma la logica lascia intendere che la truce richiesta di Fina potrebbe essere legata alla volontà di eliminare qualsiasi potenziale rivale che possa sottrarre Lautrec alla sua devozione. Tutto questo senza contare che la sudditanza del cavaliere è durata un tempo indefinito e, molto probabilmente, ciò ha annebbiato ulteriormente la sua capacità di giudizio a riguardo.
    Certo è che Lautrec, prima di uccidere Anastasia, era riuscito a mantenere un po' di lucidità, mantenendo la parola data e aiutandoci in situazioni difficili: si tratta di un modo d'agire in netto contrasto con la visione tradizionale che tanti giocatori hanno di questo personaggio, inquadrato come un folle senza speranza. Nelle sue azioni, insomma, riecheggiano le vestigia di un certo senso dell'onore, proprio - appunto - dei cavalieri.
    Una volta compiuto il misfatto, in ogni caso, egli dimentica il debito contratto con il non-morto prescelto e corre subito dalla propria amata ad Anor Londo, smettendo, tanta è la voglia di rivederla, di lasciare il proprio segno a terra per lasciarsi evocare.
    Quando lo sconfiggiamo durante l'invasione nella cattedrale Lautrec ha già esplorato tutta la città alla ricerca di Fina, avendo lasciato inesplorato solo l'Altare della Principessa, luogo dove molto probabilmente Fina avrebbe potuto nascondersi. Quando ci riappropriamo dell'anima che egli aveva rubato, distruggiamo però ogni sua speranza, costringendolo ad affrontare la propria amata senza alcunché da offrirle, e dopo una lunghissima attesa.
    Il cavaliere, ormai sfinito, riesce comunque a farsi strada attraverso Ornstein e Smough, solo per arrivare così a scoprire che, dopo tanta fatica, non c'è nessuno ad aspettarlo. La dea Fina potrebbe essere fuggita per evitare la minaccia dell'Abisso, o peggio, potrebbe essere morta a causa degli infiniti pericoli che il tramonto della fiamma sta alimentando in tutta Lordran. A nostro avviso, però, la verità più coerente è un'altra.

    Lautrec e la dea dell'amore Fina (artwork by Britaniaj21 on Reddit)


    Indignata dall'assenza di un tributo, la dea ha scelto semplicemente di non manifestarsi a Lautrec, ritenuto ormai indegno di essere un suo servitore. La sua morbosità altro non era che un atteggiamento calcolato, studiato per testare fin dove egli si sarebbe spinto per adorarla. Quando troviamo l'armatura del Favore, essa è su un cadavere appoggiato al muro, in un angolo remoto della stessa stanza in cui abbiamo affrontato Ornstein e Smough. Il corpo senza vita è visibilmente stanco, in una posizione rassegnata, quasi come si fosse lasciato morire.
    E probabilmente è proprio questo ciò che ha fatto il protagonista della nostra storia, una volta compreso che la propria vita non aveva più senso.
    La dea Fina, chiedendogli di servirla, gli aveva donato una ragione per vivere, approfittando del suo amore e conducendolo sull'orlo della follia, ma nel momento in cui si è resa conto della sua inutilità lo ha abbandonato senza curarsi dei suoi sentimenti. È in quel momento che Lautrec ha compreso di aver buttato via la propria esistenza in nome di qualcuno che non contraccambiava ciò che egli provava, non lasciandogli altra scelta che quella di abbracciare la morte. Tutto questo non cambia assolutamente la gravità degli atti che il cavaliere di Carim compie lungo il suo viaggio: rimane un cinico egoista che non guarderebbe in faccia a nessuno per soddisfare i desideri della propria amata. Ma la sua cieca follia ha ora acquisito un senso diverso, che genera una nuova domanda, collegata in parte a quella fatta in apertura: siamo davvero sicuri di avere la forza per essere diversi da Lautrec?

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