Death Stranding: analisi del nuovo trailer mostrato ai Game Awards 2017

Durante i Game Awards, Hideo Kojima ha mostrato un nuovo trailer di Death Stranding della durata di otto minuti.

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  • In principio c'è stata un'esplosione, uno scoppio che ha dato origine alla vita come la conosciamo noi. E poi c'è stata un'altra esplosione, che forse rappresenta la fine di tutto, del tempo, dello spazio, dell'esistenza. Che Death Stranding eriga dal nulla un immaginario basato su una mitologia "cosmica", su affascinanti ed astruse teorie scientifiche, appare ormai evidente: Sam - il personaggio interpretato da Norman Reedus - nei precedenti trailer indossava una medaglietta di metallo, simile alle targhe identificative dei soldati, sulla quale era incisa l'equazione del raggio di Schwarzschild, strettamente connessa al concetto dei buchi neri, e dell'orizzonte degli eventi. La scienza astronomica, in tal modo, funge da fertile terreno per la fantasia di un genio come Kojima, che si diverte, al pari di un "bambino", a mescolare suggestioni e ipotesi, ermetismo intellettuale e puro intrattenimento.

    Beyond space and time

    Il video di Death Stranding presentato durante l'ultima edizione dei Game Awards è un concentrato di devianza, follia ed esaltante bellezza "concettuale". Hideo gioca con le aspettative del suo pubblico e ne stuzzica l'appetito. È il trailer più lungo tra quelli mostrati fino ad ora, ed anche il più denso: ancora una volta, l'autore nipponico imbraccia la sua camera virtuale e ci accompagna in una danza di pianosequenza diretti con una verve registica senza eguali nel panorama videoludico (e forse anche in quello cinematografico).

    L'utilizzo di un'unica ripresa, come avvenuto anche in The Phantom Pain, non è solo un capriccio artistico, ma un espediente pienamente funzionale alla narrazione: Kojima ci trascina letteralmente all'interno di questo suo mondo smorto, grigio, disseccato e straniante, dove la morte sembra una liberazione.
    La soggettiva è un'arma fenomenale nelle mani dell'eclettico game director, che riesce a farci sentire, in soli otto minuti, parte integrante di un universo al collasso. L'aria è arida e polverosa, mentre la terra marcisce tra la pioggia ed il pulviscolo. Muovendosi con eleganza, l'occhio della cinepresa digitale si focalizza sui volti spauriti dei personaggi coinvolti sulla scena: nei loro sguardi si percepisce l'angoscia, il terrore di essere "catturati" da creature in apparenza invisibili, dalle zampe simili a mani umane, a cinque dita, che lasciano le loro impronte sulla terra umidiccia, nel fango e nella melma. Sulla tuta che indossano, come fossero esploratori (spaziali o temporali?) di mondi (o universi?) paralleli, è montata una sorta di antenna che capta a singhiozzi la presenza di questi abomini intangibili, i cui arti fanno capolino nella nebbia ed emergono dalla poltiglia che ricopre il terriccio. Il protagonista con le fattezze di Norman Reedus sembra possedere maggiore familiarità con la natura predatoria di questi esseri indefinibili: intima infatti ai propri compagni di restare immobili, in silenzio, persino di non respirare.
    Ma è tutto inutile: le bestie attaccano, senza pietà, afferrano, stritolano, divorano. L'unico modo per liberarsi dalla loro presa è la morte: c'è chi implora di essere assassinato, chi tenta di suicidarsi con un misero coltellino, pugnalandosi ripetutamente al petto. La paura supera il dolore, ed annichilisce persino l'istinto di sopravvivenza. Ma non sono solo le antenne in dotazione ad avvertire l'arrivo di questi mostri inumani: in un contenitore accuratamente sigillato si nasconde infatti un infante, che sbuca dal liquido amniotico nell'istante esatto in cui le bestie cominciano ad entrare in campo. Che ci sia legame tra di loro?

    Quel che è certo è che i bambini, nel mondo disperato di Death Stranding incarnano una risorsa estremamente preziosa. Prima di morire, del resto, uno dei personaggi consegna la sacca con il neonato nelle mani di Sam, affinché venga protetto, salvaguardato dalle grinfie dei rapitori. È fondamentale, insomma, che questa forma di vita si salvi dalla morte. Una fine che sopraggiunge, forse simbolicamente, attraverso una stasi temporale, nella quale ogni elemento inizia a galleggiare, in un ambiente dove la gravità perde qualsiasi forza.
    Tutto fluttua nell'aria, dagli uomini alle pietre: ogni cosa eccetto Sam, per un motivo ancora oscuro, che resta immobile, atterrito o sgomento, mentre una gargantuesca figura (che sembra partorita da un incubo di Lovecraft) si erge maestosa, e con fare divino, dinanzi ai nostri occhi. Le mani sono composte da lunghissimi e sottilissimi tentacoli, mentre il suo cranio è formato da protuberanze ripugnanti, che si spalancano e fagocitano le prede precedentemente catturate. Nel momento stesso in cui ingurgita le vittime, il volto della creatura mastodontica implode in un piccolo buco nero. I riferimenti alle teorie di Schwarzschild e ai wormhole si fanno insomma sempre più lampanti: la costante dell'universo creato da Kojima sembra, infatti, proprio il "tempo": uno dei membri dell'equipaggio, del resto, intrappolato con il busto al di sotto di un veicolo ribaltato, d'un tratto invecchia di colpo, come se per lui numerosi anni si fossero contratti in un singolo frangente: che si tratti di un ulteriore richiamo alla relatività del tempo e all'orizzonte degli eventi?
    Dalle immagini del trailer si ha come l'impressione che il mondo ideato da Kojima possegga delle regole che vanno al di là della comprensione umana, come se un qualche evento catastrofico avesse scardinato i principi fisici a noi noti e li avesse stravolti completamente. La gravità, d'altronde, sembra del tutto assente, o quantomeno obbediente soltanto a dettami stravaganti ed incalcolabili. Secondo la teoria dei buchi neri di Schwarzschild, non a caso, l'orizzonte degli eventi consiste in una sfera dalla densità infinita, in cui le leggi della fisica perdono di significato, esattamente come nel microcosmo di Death Stranding.

    E così, dopo un'ennesima, piccola esplosione, Sam si ritrova sott'acqua, in un luogo dove "galleggia" per la prima volta: persino il fondo del mare è stato contaminato dai rottami di una terra ruvida e vuota. Mentre la regia esplora gli abissi, in primo piano si nota chiaramente, per alcuni secondi, lo sportello di un furgoncino su cui è impressa la scritta "Bridges", ossia "Ponti" (ed il simbolo inciso è il medesimo che compare sulla spilla indossata dal personaggio interpretato da Guillermo Del Toro nel precedente trailer). Parrebbe sulle prime un dettaglio di poco conto, ma con Kojima è opportuno non dare nulla per scontato. È possibile, quindi, che sia un rimando al "ponte di Einstein-Rosen", ossia un tunnel gravitazionale che collega due punti diversi dell'universo e del tempo. Poco dopo, infatti, osserviamo il corpo privo di coscienza di Norman Reedus disteso sul fondale marino: la telecamera si avvicina sempre di più alla sua bocca, incrementando poco alla volta la velocità, penetrando all'interno della gola, ed attraversandola come fosse un cunicolo (spaziotemporale?), alla cui estremità, in modo grottesco e surreale, emerge il viso di un bambino.

    Ed ecco che, d'improvviso, la cinepresa virtuale compie una rapidissima carrellata a ritroso, uscendo da questo simbolico wormhole proprio in un altro luogo (un nuovo punto dello spazio e del tempo?), nel quale Sam, in lacrime, scruta con afflizione la voragine causata, probabilmente, da una terrificante esplosione. La stessa che ha dato origine alla vita, e alla quale ora vuole porre rimedio.
    Le nostre sono chiaramente solo vaghe supposizioni, vaneggiamenti di giocatori ed appassionati in preda ad una febbricitante aspettativa, nella speranza di riuscire ad alleviare l'attesa di nuove, succulente notizie ufficiali. Hideo Kojima centellina ogni singola immagine del suo Death Stranding: un'opera attualmente ancora informe, criptica e coraggiosa, inclassificabile sul piano del gameplay ed ancor meno su quello del racconto, eppure già da ora visivamente poderosa, grazie ai miracoli del Decima Engine. I rischi di precipitare in un "buco nero" di presunzione autoriale sono innumerevoli, così come le possibilità di trovarsi dinanzi ad un titolo potenzialmente rivoluzionario sul fronte delle ambizioni artistiche e narrative.
    In fondo, quest'incertezza fa parte del brivido creativo di un genio: quando l'ispirazione galoppa a briglie sciolte, tanto vale lasciarla correre senza freni sino alla fine. Le mezze misure, con Kojima, non esistono: che sia in positivo o in negativo, di certo Death Stranding, per il mondo videoludico, si rivelerà una portentosa "esplosione".

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