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Death Stranding: l'influenza di H.P. Lovecraft sull'opera di Hideo Kojima

Scopriamo come le opere del maestro dell'orrore cerebrale H.P. Lovecraft hanno influenzato il nuovo progetto di Hideo Kojima.

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  • PS4
  • PS4 Pro
  • Dopo l'avvio ufficiale del conto alla rovescia che, di qui a qualche mese, ci condurrà oltre la soglia di quel crogiolo di inquietudine e potenza immaginifica che risponde al nome di Death Stranding, una fetta generosa della platea videoludica vive ormai in uno stato di costante trepidazione. Una disposizione d'animo fomentata anche da una strategia comunicativa che, da tre anni a questa parte, ha provveduto a solleticare la curiosità comunitaria con uno stillicidio di informazioni accuratamente dosato, con l'obiettivo di non offrire mai un quadro troppo definito di ciò che ci attende il prossimo 8 novembre. Un mistero insondabile che contribuisce con vigore al fascino dell'ultima opera di Kojima, e che ricorda da vicino una delle colonne portanti dello stile di un altro grande artigiano dell'immaginazione: il maestro dell'orrore cerebrale H.P. Lovecraft. Ed è proprio alle possibili influenze della penna di Providence sul mondo di Death Stranding che dedichiamo questo articolo, da interpretare come l'ennesimo viaggio verso il completo discioglimento dei nostri lobi cerebrali.

    Il maestro dell'orrore dimensionale

    Nato a Providence il 20 agosto nel 1890, Howard Phillips Lovecraft rappresenta per molti versi un unicum nella storia della cosiddetta "speculative fiction". Questo perché ognuno dei racconti dell'autore del Rhode Island si basa su un premessa tanto semplice quanto sconvolgente: le leggi dell'uomo, la sua morale e i suoi interessi non hanno alcun valore su scala cosmica, sono solo la conseguenza di un insignificante barlume di autocoscienza.

    "Per comprendere l'essenza di un qualcosa oltre i limiti della nostra sfera di esperienza, che si tratti di spaziotempo o realtà dimensionale - scriveva Lovecraft all'editore di Weird Tales - bisogna dimenticare che cose come vita organica, bene e male, odio e amore, e tutti gli attributi di quella insignificante e temporanea razza chiamata umanità abbiano una qualche importanza".

    L'orrore lovecraftiano affonda quindi le radici nei chiari limiti dell'antropocentrismo, nell'illusione che l'essere umano sia l'unità di misura fondamentale dell'universo. Un concetto tanto condivisibile quanto straniante, foriero di quell'insania che, nei racconti dell'autore, rappresenta l'inevitabile contrappasso per aver tentato di spiegare l'inconcepibile con i fragili strumenti della nostra mente.

    Quale che sia l'origine degli abomini in agguato nel mondo di Death Stranding, possiamo quindi già stabilire un significativo punto di contatto tra l'immaginario di Kojima e quello dello scrittore: oltre la soglia di questo mondo si annidano orrori inimmaginabili, capaci di sconvolgere le fondamenta del nostro sistema di credenze.

    In questo senso, però, l'opera del game designer sembra spingersi ancora più in là, proponendoci un contesto narrativo che potremo quasi definire "post lovecraftiano". In Death Stranding, infatti, l'impatto con i misteri dell'oltreverso non è limitato all'esperienza di un singolo personaggio, ma ha di fatto rivoluzionato il comune concetto di normalità, tra le maglie di un mondo devastato, dove l'orrore fa ormai parte di una quotidianità aberrante. Un concetto racchiuso all'interno di un videogioco che, in coda a una campagna di comunicazione quantomai criptica, assume i tratti di un ignoto metaludico di stampo lovecraftiano: un insieme di elementi e caratteristiche cui non riusciamo a dare una forma precisa, che stimolano l'intelletto senza però farsi mai pienamente comprensibili.

    D'altronde è cosa nota che molti videogiocatori - scrivente incluso - hanno messo a dura prova l'integrità del proprio cervello nel tentativo di sbrogliare l'enigma Death Stranding, rischiando di ritrovarsi tra le orecchie un paio di chili di vuoto a rendere. Se però la natura delle mostruosità del gioco è un mistero che, al momento, solo Kojima è capace di spiegare, non serve chissà quale guizzo d'intuizione per riconoscere nelle creature tentacolate viste nei trailer diversi punti di contatto con l'iconografia tipica dell'autore di Providence. Tra gli esempi più eclatanti di questa spaventosa vicinanza è impossibile non citare le immani forme dell'essere acquatico intravisto nel 2017 sul palco dei Game Awards, un'ombra terrificante con fattezze che riportano subito alla mente l'empio campione della mitologia lovecraftiana: il buon vecchio Chtulhu. L'alto sacerdote dei Grandi Antichi è nel tempo diventato una delle figure più riconoscibili dell'immaginario collettivo, come bieca manifestazione di tutto ciò che è alieno, pericoloso e indecifrabile, e sappiamo quanto il game designer ami giocare con la cultura pop, utilizzando riferimenti familiari per dare corpo a qualcosa di totalmente nuovo.

    Per questo motivo, pur non aspettandoci una comparsata dell'entità cosmica nel nuovo titolo di Kojima Production, non ci stupirebbe più di tanto se Death Stranding ci violentasse i sensi con una schiera di richiami all'oscuro pantheon dei Miti di Chtulhu. Bisogna poi considerare che il padre di Metal Gear Solid ama circondarsi di persone in grado di ispirarlo, di contribuire in qualche modo alla sua visione creativa.

    La vera eredità di Silent Hills

    Ed ecco che entra in campo un altro dei nomi coinvolti nel progetto sin dalle sue origini, ovvero l'amabile Guillermo del Toro, a sua volta grandissimo estimatore di H.P. Lovecraft. Tanto per offrirvi una misura della passione del regista per lo scrittore statunitense, vi ricordiamo che nello studio casalingo di Del Toro troneggia una sua statua a grandezza naturale.

    E in fondo il lavoro del film-maker è strapieno di citazioni più o meno dirette all'opera dell'autore, e qualcuno ricorderà che, solo qualche anno fa, lui stesso era stato coinvolto in un progetto videoludico in qualche modo collegato all'universo di Lovecraft. Parliamo di Insane, primo atto di una trilogia (poi cancellata da Thq) che voleva "trascinare i giocatori verso posti mai visti prima, dove ogni singola azione fosse in grado di costringerli a interrogarsi sul proprio senso di moralità e sulla realtà stessa". Parole che non fatichiamo ad accostare all'universo di Death Stranding, così come alcuni dei concept art del titolo mai realizzato, che mostrano deformità tentacolari alquanto familiari. E se ora Del Toro si definisce come "una marionetta di carne" al servizio del genio di Kojima, c'è stato un periodo in cui i due facevano parte di un sodalizio creativo stracarico di potenziale, quando Silent Hills era ancora la più grande promessa dell'horror videoludico. Un "dream team" che aveva visto il coinvolgimento - solo preliminare - di un altro grande appassionato di Lovecraft, il talentuoso mangaka Junji Ito, che per oltre un ventennio è stato uno dei più cari amici di Hideo Kojima.

    Non a caso, rileggendo il suo Black Paradox, è facile individuare diversi punti di contatto con alcuni dei temi portanti di Death Stranding. Il manga narra la storia di quattro personaggi che, per motivi diversi, decidono di partecipare a un suicidio di gruppo, finendo però per alterare irrimediabilmente l'equilibrio tra il nostro mondo e l'aldilà, con conseguenze agghiaccianti. A prescindere dalla risonanza tematica tra l'opera il concetto di orrore caro al vate del terrore dimensionale, si nota una certa affinità tra le invasioni spettrali del fumetto e le legioni bituminose viste brulicare nei trailer di Death Stranding.

    Volendo tirare le somme di questa nuova spedizione verso le lande della speculazione selvaggia, possiamo tranquillamente stabilire che, pur in assenza di rimandi diretti al lavoro di Lovecraft, è molto probabile che la raccapricciante eredità dello scrittore di Providence abbia in qualche modo contribuito alla genesi della lore del titolo, a partire dall'apparente stravolgimento del rapporto tra vita e morte.

    "Non è morto ciò che può attendere in eterno, e col volgere di strani eoni anche la morte può morire", scriveva nel Necronomicon l'arabo pazzo Abdul Alhazred e, dal canto nostro, non vediamo l'ora di scoprire cosa ci attende oltre la soglia.

    Death Stranding uscirà l'8 novembre su PS4 e PS4 PRO, c'è ancora tempo quindi per scoprire nuovi dettagli sul gioco, seguite Death Stranding su Everyeye.it per essere sempre aggiornati con anteprime, speciali, approfondimenti e notizie giornaliere sul prossimo attesissimo progetto del papà di Metal Gear Solid.

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