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Death Stranding: il multiplayer come supporto reciproco

La nuova opera di Kojima sembra intenzionata a proporre un multigiocatore diverso dal solito, in cui l'aiuto reciproco sarà fondamentale per sopravvivere.

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  • Il viaggio di Sam, nel desolato universo di Death Stranding, non sarà un cammino solitario. Osservando le sterminate distese di quel che resta dell'America, dove la natura sta rivendicando il suo ruolo nel mondo, si viene come travolti da un'ondata di agorafobia e solitudine. Nei trailer e nelle sequenze di gameplay si avverte una sensazione di paura, pericolo e sconforto: il timore di restare soli, in mezzo alle montagne, nelle foreste pullulanti di Creature Arenate, sembra accompagnarci passo dopo passo, in una Terra che pare non aver più bisogno degli uomini. Ma l'opera di Kojima, pur sotto questa maschera di isolamento, rivendica a più riprese la sua unicità legata al comparto multigiocatore. Sono state profuse tante parole, ipotesi e dichiarazioni riguardo la "rivoluzionaria" componente online di Death Stranding, più volte ribadendo come il panorama videoludico potrebbe non essere pronto per la visione del maestro giapponese.

    Con l'avvicinarsi della data d'uscita, prevista il prossimo 8 novembre, la nebbia del mistero sul multiplayer inizia a diradarsi sempre di più, e ad assumere forme maggiormente nitide: anche se dobbiamo comprendere a fondo quali sono tutte le vere potenzialità del mondo condiviso di Death Stranding, siamo convinti che la rivoluzione di cui si è tanto parlato non ha a che fare tanto con le dinamiche ludiche che caratterizzano la cooperazione tra gli utenti, quanto con l'ideologia alla base del concept, che le permette di distinguersi dalle altre esperienze multigiocatore.

    Il bene di tutti

    Siamo abituati spesso a pensare al gioco in rete come un'arena competitiva, un campo di battaglia dove i partecipanti si combattono a vicenda, annientandosi l'un l'altro per rimarcare la propria supremazia. Funziona così principalmente negli sparatutto, nei picchiaduro, negli sportivi e nei battle royale che vanno tanto di moda.

    Anche nelle produzioni che fanno leva sulla cooperativa, come ad esempio Dragon Quest Builders 2 oppure il poetico Sky: Children of the Light, la compagnia di un altro giocatore è volta a massimizzare il coinvolgimento, a valorizzare un legame tra i giocatori, senza per questo rinunciare ad una gratificazione che assume le forme di risorse ottenibili come ricompensa o dell'aumento di livello. In Death Stranding il multiplayer si basa su un presupposto differente: quello dell'aiuto reciproco e, il più delle volte, incondizionato. In base a quanto si è visto nei video di presentazione, Kojima non ha imbastito un gameplay del tutto originale per la sua componente online: d'altronde il meccanismo di evocazione di altri viaggiatori, durante le boss fight, ricorda vagamente quello di Dark Souls, così come i segni lasciati dagli utenti all'interno di un mondo persistente.

    Eppure ci sono differenze sostanziali, che riguardano le possibilità di interazione tra i corrieri virtuali. Partiamo dalla somiglianza più evidente con la serie Souls, ossia la capacità di richiamare sul campo gli spettri dei giocatori per ricevere un sussidio in battaglia. Mentre nei capolavori di Miyazaki le evocazioni avevano un ruolo attivo, permettendoci di infliggere direttamente danni al bersaglio, in Death Stranding questi "fantasmi bianchi" si mostreranno come entità eteree il cui unico ruolo consisterà nel fornire all'utente materiali, oggetti e consumabili per rendergli più agevole il duello.

    È questo un meccanismo che si basa quasi esclusivamente sulla volontà di aiutare il prossimo, anche a scanso del semplice divertimento: senza prendere parte allo scontro, ci troveremo immersi in un limbo tra la partecipazione spettatoriale e quella interattiva, con la consapevolezza che la sopravvivenza di un viaggiatore come noi dipende non dalla nostra abilità in battaglia ma dalla nostra generosità.

    Pare quasi che Death Stranding ci invogli a fornire supporto per il solo piacere di farlo. Una sorta di "filantropia videoludica" che rappresenta anche l'assunto narrativo da cui parte la storia del gioco: la necessità di riconnettere le città dell'America per sopravvivere insieme. Così facendo, Kojima vuole trasmetterci la sua idea per cambiare il mondo: l'umanità esiste solo se intesa come gruppo, come una collettività che deve sorreggersi, unirsi e sacrificarsi per un bene comune.

    We are the world

    Si è soliti dire che se gli uomini dovessero sparire, di punto in bianco, l'Universo neppure se ne accorgerebbe. Ma la Terra sì: il segno degli esseri umani nel mondo è difficilmente cancellabile.

    Ed è per questo che in Death Stranding il paesaggio si modellerà progressivamente in base alle attività dei viaggiatori: ogni corriere lascerà una traccia del proprio passaggio, sia essa un'orma nel terriccio o un oggetto collocato in un punto strategico della mappa, in modo tale che altri utenti possano trovarlo e raccoglierlo. Pur senza vedere fisicamente le sembianze di coloro che si muovono lungo gli orizzonti dell'America post apocalittica, possiamo avvertirne le gesta, ammirare i risultati delle loro imprese, percepire l'eco tangibile delle loro azioni. Insomma, anche se ci sentiremo perdutamente soli, non lo saremo forse mai davvero. Del resto, Kojima desidera stuzzicare la curiosità degli utenti, la loro inventiva e la loro generosità: posizionare una scala in mezzo ad un burrone, costruire un ponte su un fiume, depositare scarpe non consunte all'interno di una stazione di servizio sono attività pensate non soltanto per facilitare il nostro viaggio, ma anche - e forse soprattutto - per alleggerire il peso delle traversate altrui.

    Non sappiamo ancora quanto rare siano le risorse in Death Stranding, e quanta importanza abbia il consumo dei materiali nell'economia di gioco, ma dal gameplay diffuso in rete appare evidente che la gestione dell'equipaggiamento risulta piuttosto importante al fine di massimizzare le chance di sopravvivenza. Senza contare che i vari oggetti saranno sottoposti ad usura progressiva, e se lasciati per troppo tempo alle intemperie rischiano di divenire inutilizzabili.

    Insomma, già solo l'idea di condividere un paio di stivali con un altro viaggiatore rappresenta un atto di puro altruismo. Hideo Kojima vuole "dare ai giocatori gli strumenti per ricostruire un mondo frammentato": ma questa unificazione deve avvenire anzitutto all'interno di una comunità. È come se in Death Stranding la collettività di corrieri raffigurasse una versione in scala ridotta dell'umanità, chiamata a cooperare per riunificare un pianeta digitale, come dovrebbe accadere utopisticamente anche nella vita reale.

    Questo percorso di "rifondazione" non si esplica soltanto nell'interscambio di oggetti, ma anche nella capacità di costruire fisicamente nuove strutture che agevolino la vita dei corrieri in una landa ostile e selvaggia.

    Potremo pertanto edificare punti di ristoro insieme ad altri giocatori tramite un multiplayer asimmetrico, in cui ognuno contribuisce alla causa all'interno della propria dimensione, senza che i costruttori interagiscano in maniera diretta. A quanto pare, l'utente che si impegnerà maggiormente nella realizzazione dell'opera vedrà il suo nome marchiato sulla struttura: più che una forma di gratificazione concreta, si tratta di un omaggio, la dimostrazione di quanto il proprio ruolo sia stato utile per la comunità. Allo stesso modo, potremo esplicitare il nostro apprezzamento per i doni e le opere altrui grazie ad un sistema di emoticon che sopperisce all'apparente assenza di chat testuale o comunicazione vocale.

    Questa visione del multiplayer, inteso come supporto reciproco, è dunque uno degli aspetti distintivi di Death Stranding. Il maestro giapponese cerca di proporre una nuova concezione di cooperazione, in cui gli utenti agiscono senza la prospettiva di una ricompensa, unicamente per il gusto di aiutare un altro impavido viaggiatore, anche a costo di rinunciare a risorse che magari hanno raccolto con gran fatica.

    È un concetto agli antipodi in rapporto al multigiocatore di stampo più tradizionale, che abbandona la competizione per tramutarsi in condivisione. Ed è esattamente questa, secondo Kojima, la chiave per salvare l'umanità dall'estinzione: combattere uniti, tutti insieme.

    Per tutti gli altri articoli dedicati all'opera di Kojima, vi invitiamo a consultare la nostra pagina evento di Death Stranding.

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