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Death Stranding: teorie e speculazioni sul multiplayer

A tre mesi dall'arrivo di Death Stranding, spendiamo qualche parola su quello che potrebbe essere l'aspetto più innovativo del gioco di Hideo Kojima.

Death Stranding Multiplayer
Speciale: PlayStation 4
Articolo a cura di
Disponibile per
  • PS4
  • PS4 Pro
  • A poco più di tre mesi dall'esordio cosmico di Death Stranding, la nuova trasposizione poligonale del genio creativo di Hideo Kojima, la mole delle informazioni a nostra disposizione è drammaticamente ridotta. Una circostanza insolita per l'industria tripla A, che però ha contribuito ad avvolgere la creatura del game designer in un'aura di palpitante aspettativa, con conseguenze alquanto disastrose sulla comune capacità di tenere a bada i mastini dell'hype.
    Negli ultimi tre anni abbiamo passato una quantità incalcolabile di ore a condividere teorie e sensazioni, proiettando la mente verso territori oscuri e inesplorati, come fratelli in armi su un fronte ignoto. Prima ancora di pubblicare il suo gioco, infatti, Hideo Kojima è riuscito a trascinare gran parte del pubblico in un viaggio mentale condiviso, forse con l'intenzione di aprire la strada per quelle "connessioni" che rappresentano il nucleo tematico di Death Stranding.

    Ed è proprio questa la colonna portante dell'odierno castello di ardite supposizioni, con il quale vogliamo prendere di petto un aspetto largamente ritenuto come secondario nel quadro del progetto, in maniera forse fin troppo corriva. Il comparto multiplayer potrebbe infatti rivelarsi l'elemento più rivoluzionario dell'intero disegno ludico, e pertanto vi consigliamo di preparare preventivamente una buona scorta di aspirine.

    Il multiplayer secondo Kojima

    Per affrontare nel modo giusto la nostra ennesima gita tra le maglie stranianti di quel coacervo di potenza visionaria e congetture spappola-cervello che è Death Stranding, o meglio la nostra pallida percezione di ciò che potrebbe essere l'ultimo parto creativo del guru dell'hype Hideo Kojima, dobbiamo necessariamente fare nostra la massima cardinale dell'Apologia di Socrate: "so di non sapere".

    A pensarci bene non è affatto scontato che, se anche Kojima ci avesse raccontato per filo e per segno il suo intricato progetto ludonarattivo, saremmo stati in grado di comprenderlo appieno e comunicarlo con efficacia. D'altronde chiunque abbia provato con mano o ricevuto significativi ragguagli sul titolo, da Shawn Layden a Mads Mikkelsen, ha poi confermato di non essere riuscito a comprendere fino in fondo ogni aspetto della produzione. Da una parte si tratta di una costante che - per forza di cose - suscita una certa preoccupazione, ma è indubbio che questo alone di ermetismo e indecifrabilità contribuisce molto al fascino di Death Stranding, alla sua fama aprioristica di labirinto mentale. Insomma, ragazzi, già diamo per scontato che la recensione del titolo ci costerà un numero indefinito di lesioni cerebrali, gran parte delle quali probabilmente autoindotte. Parlando di esplosioni cognitive, con tanto di botto e residui grigiastri in colatura nasale, uno dei nodi più stimolanti è senza dubbio rappresentato dalla componente multiplayer della nuova opera prima di Kojima Productions. Partiamo da ciò che sappiamo per certo. La pagina ufficiale del gioco sul portale di PlayStation recita: "Aiuta altri viaggiatori senza mai incrociare il loro cammino grazie a un sistema di gameplay online asincrono. Invia risorse, condividi rifugi sicuri e segui le orme dei compagni corrieri per riunire la civiltà".

    Indicazioni che, unite a quelle di Kojima sulla presenza di dinamiche simili a quelle delle FOB di Metal Gear Solid 5 (ma in chiave cooperativa), lasciano intravedere la possibilità di "connettersi" ad altri giocatori per contribuire a diversi livelli a un obiettivo, probabilmente legato all'annullamento del fenomeno catastrofico noto appunto come Death Stranding. Un fine che possiamo tranquillamente interpretare come una sorta di evoluzione dell'evento del disarmo nucleare visto nell'ultimo capitolo dell'epopea di Big Boss.

    Conoscendo i trascorsi di Kojima, sappiamo che il game designer ha una vera e propria passione per la frantumazione della quarta parete, una costante del suo lavoro sin dal primissimo Metal Gear (a un certo punto Big Boss chiamava il giocatore per ordinargli di abbandonare la missione spegnendo in sistema di gioco), cui si unisce la volontà di nobilitare il medium videoludico trasformandolo in un vettore per importanti messaggi sociopolitici. Due elementi che potrebbero rappresentare la chiave di decodifica per alcuni dei messaggi più criptici, e tematicamente ricorrenti, associati alla comunicazione del gioco. Con Death Stranding Kojima vuole unire i giocatori, riconnetterli, strapparli al freddo anonimato del mondo digitale e trasformarli in una nuova generazione di "homo ludens".
    Un traguardo difficile, ambizioso e volutamente enigmatico, cui abbiamo dato un'interpretazione che, al momento del concepimento, ci ha provocato fortissimi scompensi neurologici.

    Give me you hand in life

    Lo scorso anno due membri di spicco del cast di Death Stranding, Mads Mikkelsen e Normal Reedus, dichiararono a più riprese che il titolo avrebbe richiesto agli utenti in giro per il mondo di collaborare tra loro, con modalità lontane dalle dinamiche consolidate dell'industria, senza finalità puramente distruttive. Entrambi fecero riferimento a elementi di social media inseriti nella struttura di gioco, e in un modo totalmente nuovo.

    Reedus, in particolare, parlò di come la "millennial culture" fosse tutta votata all'isolamento, aggiungendo che l'obiettivo di Death Stranding era proprio quello di ristabilire connessioni fisiche tra le persone. D'altronde già nel 2012, durante lo sviluppo di Metal Gear Solid 5, lo stesso Kojima disse di nutrire una certa preoccupazione sul futuro delle nuove generazioni, sul modo in cui i social media e la tecnologia stavano diventando uno strumento per dissociarsi dalla realtà, lasciandosi alle spalle relazioni umane più dirette e genuine. Affermazioni peraltro ribadite anche nel corso dell'ultimo Comic-Con di San Diego, dove il game designer ha detto che, nella società di oggi, molte persone vivono l'illusione di una connessione virtuale che, allo stato dei fatti, è solo un incentivo alla solitudine.
    Preso atto di queste dichiarazioni, vi offriamo ora un biglietto per un viaggio cognitivo potenzialmente sconvolgente: pensate se Death Stranding chiedesse ai giocatori di incontrarsi nella vita reale, di stringere un legame concreto in grado di riflettersi nel mondo di gioco, aprendo la strada per quella connessione digitale che servirà poi, nel quadro del gameplay, a risollevare le sorti del mondo.

    Prima di procedere oltre vale la pena di ricordare che, solo pochi mesi fa, Kojima Productions ha registrato due marchi ("Social Strand System" e "Strand Game") che in molti hanno collegato al possibile sviluppo di una companion app "evoluta", pensata per fare da ponte tra il mondo di gioco e quello fuori dai confini dello schermo.

    Immaginatevi ora in giro per la vostra città, con un'applicazione in realtà aumentata che vi permette di identificare gli altri "corrieri" di Death Stranding, e di visualizzare sul cellulare una lunga serie di dati sulla loro avventura in solitaria. Pensate se l'unico modo per stabilire un contatto in-game fosse quello di "stringersi la mano" nel mondo reale, avvicinando gli smartphone per collegare vostri profili utente utilizzando la tecnologia NFC.

    Superato l'inevitabile disagio iniziale, questo incontro potrebbe diventare l'occasione per scambiarsi aneddoti sull'esperienza di gioco, chiacchiere sulla passione videoludica condivisa e, magari, perfino per gettare le basi di un'amicizia. Sì, d'accordo, si tratta di un volo pindarico decisamente audace, perfino per gli standard di Kojima, e probabilmente questo modello di interazione multiplayer non raccoglierebbe per intero i favori del grande pubblico, eppure parliamo di un'innovazione radicale che, tutto sommato, sembra compatibile tanto con le dichiarazioni degli addetti ai lavori, quanto con le ambizioni dello sviluppatore giapponese. Forse è proprio per questo che il buon Hideo, negli ultimi mesi, ha invitato nei suoi studi una gran quantità di personaggi di spicco dell'industria creativa, anche al di fuori dai confini dell'universo gaming: per testare la sua visione stringendo legami con persone con cui voleva condividere qualcosa, utilizzando il videogioco come strumento d'unione.
    Per quanto incredibile sia questa teoria, indugiamo ancora un po' nel campo delle peregrinazioni mentali, passando al secondo livello di questa ipotetica rivoluzione multigiocatore.

    Give me your hand in Death

    Immaginiamoci ora come i punti di snodo di una ragnatela (avete presente il logo di Bridges?), e che ogni nuovo incontro ci permetta di tessere il legame verso un altro di questi "crocevia umani": un sistema a cascata in grado di stabilire collegamenti tra diverse istanze del mondo di gioco, reciprocamente legate su più fronti.

    Le conseguenze di questo sistema potrebbero manifestarsi con la condivisione di strutture utili all'esplorazione (scale, ponti, ecc.) e di accampamenti di fortuna dove lasciare messaggi per gli altri giocatori e un assortimento di risorse da utilizzare. Per non rendere il mondo troppo "affollato", possiamo immaginare che questa dinamica unirebbe solo una manciata di giocatori per volta, con una turnazione innescata a ogni nuovo accesso e, magari, tutte le volte che Sam muore.

    Impossibile, a questo punto, non tirare in ballo anche il Bridge Baby, che potrebbe rappresentare un ulteriore strumento per condividere le conoscenze accumulate dagli utenti. E se il prerequisito per la rilevazione delle minacce spettrali di Death Stranding fosse proprio l'esperienza diretta di un altro giocatore, ritrovatosi ad affrontare questi mostri dimensionali senza averne una chiara percezione? La manetta al polso di Sam potrebbe poi indicare lo stato di salute di un altro "homo ludens", presente nello stesso luogo ma in un diverso mondo di gioco, da supportare in qualche modo con le nostre azioni. Stiamo chiaramente volando con la fantasia, ma in fondo uno dei punti di forza dell'opera di Kojima, specialmente in questa fase, è la sua capacità di spingere il pensiero oltre i confini della consuetudine videoludica.

    Tornando al parallelismo con le FOB di Metal Gear Solid 5, possiamo immaginare che la base di Bridges sia una specie di hub persistente, dove tutti i giocatori uniti via app hanno la facoltà di mettere in comune oggetti e perfino obiettivi. Identificando nella "riconnessione" il fine ultimo dei pellegrinaggi di Sam, non è infatti troppo difficile pensare a una struttura di gioco che permetta agli utenti di contribuire in vari modi al conseguimento di uno specifico traguardo, quasi fosse una revisione in scala dell'evento del disarmo di cui abbiamo parlato in precedenza.

    I corpi trasportati da Sam potrebbero anche essere quelli di altre versioni di sé stesso, radicate nel mondo di un diverso giocatore, da riportare alla base per restituire al proprietario le risorse perse con la morte. Sappiamo poi che, nell'universo di Death Stranding, abbattere un avversario è di rado la scelta più giusta da fare. E se ogni nostra uccisione contribuisse a rinfoltire le file degli abomini infernali in un'altra istanza di gioco?

    È chiaro che, per funzionare a dovere, ognuna di queste ipotetiche dinamiche dovrebbe risultare pienamente coerente con la trama portante del titolo, e con l'oscura lore modellata dallo studio negli ultimi anni. Un aspetto del quale, proprio come ognuno dei punti di questo articolo, non sappiamo praticamente nulla, sebbene il curriculum del game designer sia in questo senso molto rassicurante. Una delle costanti del lavoro di Kojima è infatti la potenza delle sue visioni creative, cariche di sottotesti metaludici dirompenti. Qualora anche solo una porzione dei nostri ragionamenti si rivelasse veritiera, questa volta avremmo per le mani un vero punto di svolta per il medium, portatore di un messaggio importantissimo.

    Tomorrow is in your hands

    La naturale conclusione di questo lungo itinerario cerebrale non può che coincidere con quello che, stando alle premesse, potrebbe essere il messaggio di fondo del titolo. Costruendo un fitto intreccio di connessioni reali con gli altri utenti, ristabilendo legami da tempo scomparsi, potremo - almeno teoricamente - annullare l'apocalisse di Death Stranding.

    Dando seguito alle selvagge elucubrazioni di cui sopra, si ha l'impressione che Kojima voglia lanciare alla community un messaggio chiaro quanto e potentissimo: uniti possiamo salvare il mondo. D'altronde lo stato di salute del nostro pianeta, della società in cui viviamo non è certo dei migliori, e il game designer non si è mai risparmiato quando si trattava di infondere sfumature sociopolitiche nelle sue opere.

    Parlando, confrontandoci, sfuggendo alle "armi di distrazione di massa" che popolano la grande rete, possiamo creare le basi per un domani diverso e migliore, e in fondo la storia ci insegna che spesso le rivoluzioni nascono nei luoghi più inaspettati, a volte da un singolo gesto, magari una semplice stretta di mano. Non sappiamo quanto di vero ci sia nelle riflessioni che riempono questo articolo ma, in tutta onestà, ci piace un sacco crogiolarci nell'idea che, a qualche decennio da oggi, qualcuno possa guardare al passato e pensare, con un sorriso sulle labbra, che a salvare il mondo è stato proprio un videogioco.

    Su Everyeye.it trovate una pagina dedicata a Death Stranding, vi consigliamo di salvarla nei preferiti del browser e consultarla ogni giorno per trovare notizie, video e approfondimenti, in attesa della recensione del nuovo attesissimo gioco di Hideo Kojima.

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